Vertenza Yamaha/Minarelli Bologna – Una lotta coraggiosa che esige un bilancio onesto e critico

Il 13 dicembre si è conclusa, dopo tre mesi di lotta, la vertenza delle lavoratrici e dei lavoratori della Motori Minarelli di Bologna di proprietà della multinazionale Yamaha. A settembre l’azienda aveva dichiarato 68 esuberi. Esuberi che arrivano dopo altre tre ristrutturazioni negli ultimi dieci anni, l’ultima solo quattro anni fa, seguita da tanta cassa integrazione e ammortizzatori sociali. L’azienda aveva dichiarato la totale indisponibilità a discutere di ricollocazione, contratti di solidarietà e quant’altro. L’unica disponibilità data fin dall’inizio era una eventuale buona uscita per chi se ne andava.

L’accordo finale vede una riduzione degli esuberi a 58, tutti su base volontaria, a cui è stato garantito un incentivo all’esodo di 75.000 euro lordi. Nessun piano industriale, nessuna prospettiva di rilancio della produzione, nessun investimento da parte della multinazionale per il futuro.

La lotta delle lavoratrici (che in fabbrica sono in maggioranza) e dei lavoratori è stata straordinaria. 60 ore di sciopero per un totale complessivo di circa 6.000 ore di fermo, nonostante la vertenza si sia sviluppata durante la cassa integrazione che ha coinvolto parecchi lavoratori, in particolare i più combattivi.

Scioperi a sorpresa, a scacchiera, per limitare al massimo la decurtazione salariale e colpire più incisivamente la produzione, paralizzando la fabbrica. Ogni trattativa è stata accompagnata da presidi con sciopero per far sentire il fiato sul collo alla controparte, uno sciopero con manifestazione al Ministero dello sviluppo economico, un presidio di un giorno con Gazebo nella piazza principale di Bologna per informare la cittadinanza, il presidio non autorizzato presso l’Esposizione internazionale ciclo e motociclo a Milano.

Per arrivare, infine, allo storico blocco totale di tutti i cancelli il 27 novembre in occasione della trattativa più importante, alla Regione Emilia Romagna. Una capacità straordinaria di bloccare, con picchetti dalle 6 del mattino con il coinvolgimento di tanti lavoratori, tutte le 7 entrate allo stabilimento, impedendo per ore a crumiri e e pure al presidente dell’azienda di entrare. Da segnalare quel giorno, come in altri presidi precedentemente, la presenza di decine di delegati metalmeccanici del territorio che hanno portato la loro solidarietà ai lavoratori in lotta.

La Fiom e la sua crisi di strategia

Se la lotta è stata portata avanti il meglio possibile in primo luogo dalle delegate Fiom della fabbrica, non si può dire altrettanto dell’apparato della Fiom provinciale, su cui ricadono le responsabilità principali della sconfitta e che in più occasioni hanno ignorato l’accorato appello dei lavoratori di estendere la lotta oltre la Minarelli.

Da troppo tempo i padroni e le loro associazioni fanno quel che vogliono sulla pelle dei lavoratori, licenziamenti, chiusure, precariato….

La Motori Minarelli poteva rappresentare l’occasione di riscatto e il rilancio di una vertenza più generale contro le crisie industriali nel territorio bolognese.

La proposta delle delegate, sostenuta da tanti lavoratori, era semplice: lavorare per una manifestazione cittadina che facesse da punto di riferimento per tutte le fabbriche bolognesi, organizzando scioperi di solidarietà.

Invece il vertice della Fiom ha mostrato tutta la sudditanza nei confronti della multinazionale dichiarando in più occasioni, nelle assemblee sindacali fino ai comunicati pubblici, prima e dopo la chiusura della vertenza, come quello successivo alla preintesa, che era impossibile per i lavoratori sconfiggere le multinazionali sul terreno della lotta, mandando un messaggio demoralizzante.

Che messaggio trasmetti ai lavoratori se durante una battaglia campale dichiari l’impossibilità di sconfiggere la multinazionale? Semplicemente indichi ai lavoratori un’unica strada, quella di sperare nell’incentivo più alto possibile, condannandoli ad accettare quei soldi, che per quanti potranno essere non compenseranno mai la perdita del lavoro soprattutto in un epoca di crisi economica come questa.

Una critica argomentata alla linea della Fiom bolognese è stata anche avanzata da diversi delegati, come argomentato da questo testo pubblicato su Rivoluzione n. 38.

La mancanza di prospettive della Fiom la si è vista senza ulteriore appello nei due direttivi di Bologna della Fiom nei quali le delegate della Minarelli, con il sostegno di tanti altri delegati, hanno presentato degli ordini del giorno nei quali, oltre alla proposta di estendere e radicalizzare ulteriormente la lotta, hanno indicato la necessità di sviluppare con la Fiom e tra i lavoratori, una discussione approfondita sulla necessità oggi, nella peggiore delle crisi economiche che si ricordi, di dotarci di rivendicazioni come la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori delle fabbriche in crisi.

Questa è l’unica risposta adeguata davanti alle scelte dei padroni e delle multinazionali che smantellano il tessuto produttivo, delocalizzano, licenziano. Una rivendicazione che in entrambe le occasioni è stato cancellata dal documento perché ritenuta improponibile e non condivisa dalla segreteria Fiom. L’unica proposta, in realtà, che avrebbe potuto dare una prospettiva vera alla lotta segnalando la disponibilità della Fiom a sostenere e promuovere anche forme più radicali di lotta, fino all’occupazione della fabbrica.

Difendere le fabbriche, il tessuto produttivo, i posti di lavoro è e sempre sarà decisivo per il futuro di chi in fabbrica ci lavora, perchè davanti al massacro sociale a cui stiamo assistendo, per quanto possa essere alta la buonuscita, molto difficilmente si riuscirà a reinserirsi nel mondo del lavoro, e soprattutto difendere le fabbriche significa difendere gli interessi dei lavoratori nel loro complesso. Chi si ricorda della vertenza Saeco sempre a Bologna meno di due anni fa? Anche lì 75mila euro di buonuscita, quale occupazione hanno i lavoratori usciti oggi? Sono o non sono peggiorate di molto le condizioni di chi è rimasto e di quelli assunti dopo? È evidente che tutti i lavoratori bolognesi nel loro complesso si sono indeboliti con quella sconfitta. E ancora, oggi la buona uscita è 75mila euro ma inevitabilmente la disponibilità economica dei padroni calerà di vertenza in vertenza.

Questa vertenza è stata un’altra occasione per comprendere che per cambiare davvero le cose serve che i delegati più combattivi e i lavoratori si organizzino. Quale futuro avrà la Motori Minarelli? È importante continuare a sostenere chi in fabbrica ci rimane. Oggi non è chiaro se la fabbrica andrà a morire o se diventerà la classica fabbrica “fisarmonica”, con maestranze ridotte all’osso, che poi quando arriva il picco produttivo si riempe di lavoratori precari grazie a leggi vergognose come il Jobs act.

Il bilancio da fare di questa lotta è in primo luogo un bilancio necessario per chi in quella fabbrica continuerà a lavorarci e che in futuro dovrà lottare nuovamente, e che continueremo a sostenere con tutte le nostre forze.

 

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