23 maggio 2018

Venezuela: Maduro vince le elezioni presidenziali, nonostante l’ingerenza imperialista. Cosa succederà ora?

Nicolas Maduro è stato rieletto per un altro mandato alle elezioni presidenziali venezuelane di domenica 20 maggio. La maggioranza dell’opposizione reazionaria, con il pieno sostegno di Washington e Bruxelles, aveva fatto appello al boicottaggio, un fatto che ha portato a un’affluenza molto bassa nelle aree delle classi medio-alte delle principali città. La loro richiesta di cancellare le elezioni è stata fatta propria dai governi di destra del subcontinente. Ciò ha significato che molti nelle zone operaie e più povere hanno visto il voto come un modo per respingere la sfacciata ingerenza imperialista. Tuttavia, anche in queste aree l’affluenza è stata visibilmente inferiore rispetto alle precedenti elezioni. La profonda crisi economica è il problema principale che occupa il tempo della gente comune e molti sono scettici riguardo alla capacità del governo di occuparsene.

Poche ore dopo la chiusura dei seggi, il Consiglio elettorale nazionale ha annunciato i primi risultati ufficiali delle elezioni presidenziali. Con il 92% dei voti conteggiati, hanno votato 8.603.336 persone (il 46,01%, che si prevede raggiungerà il 48% una volta che saranno contati tutti i voti). Di questi, 5.823.728 sono voti per Maduro (67%), 1.820.552 hanno votato per il candidato dell’opposizione, Henri Falcón (21%), 925.042 per il prete evangelico Bertucci (10%) e 34.614 (0,4 per cento) per il candidato chavista Quijada, poco conosciuto, che si è presentato come dissidente.

Nonostante i media internazionali parlino di “massicce irregolarità” (BBC), Maduro “ha rieletto sé stesso” (El País) e che questa è una “elezione falsa” (Financial Times), le elezioni si sono svolte in condizioni normali, senza incidenti e in presenza di osservatori internazionali, tra cui l’ex Primo ministro spagnolo, Zapatero. Anche l’ONU e l’UE erano state invitate a inviare osservatori, ma hanno rifiutato. Ora sostengono che ci sono state “numerose irregolarità” nonostante il fatto che non fossero là per testimoniarle.

 

L’ipocrisia della destra

Le elezioni si sono tenute nonostante un assalto prolungato da parte dell’opposizione reazionaria e dell’imperialismo perché non avessero luogo. Dal giorno in cui sono state convocate, sia gli Stati Uniti che l’UE avevano annunciato che non avrebbero riconosciuto la loro legittimità e chiedevano che venissero sospese. A loro si sono aggiunti i paesi del Gruppo di Lima: una banda ad hoc di governi latinoamericani di destra, istituita per rilasciare dichiarazioni in linea con la politica imperialista degli Stati Uniti quando non riescono a ottenere la maggioranza nell’Organizzazione degli Stati Americani e in altri organismi ufficiali. La presunta preoccupazione per le garanzie democratiche da parte dei governi di Argentina, Brasile, Colombia, Messico e Honduras è completamente ipocrita. Nessuno di questi governi ha battuto ciglio per l’esecuzione extragiudiziale dell’attivista per i diritti dei popoli indigeni Santiago Maldonado in Argentina, le centinaia di migliaia di sfollati e fatti sparire in Colombia, il coinvolgimento dello stato nella scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa in Messico e la sfacciata frode elettorale in Honduras solo pochi mesi fa.

I partiti reazionari dell’opposizione venezuelana, ora raggruppati nel cosiddetto Fronte Ampio per un Venezuela Libero(FAVL) che l’anno scorso ha condotto una campagna violenta e terrorista della durata di 6 mesi per chiedere le elezioni prima della scadenza naturale, hanno fatto appello al boicottaggio. L’elezione si è svolta esattamente un anno dopo che una folla di violenti sostenitori di questi gentiluomini ha aggredito e dato fuoco a un giovane sostenitore chavista di colore, Orlando Figuera, che poi è morto. Solo questo incidente dice tutto ciò che si deve sapere sul vero carattere dell’opposizione reazionaria, oligarchica, pro-imperialista e razzista venezuelana.

Che le elezioni siano andate avanti è stata una chiara risposta a queste forze. Tuttavia, l’opposizione venezuelana ha subito un duro colpo l’anno scorso ed è ora divisa e demoralizzata. Tutti i tentativi compiuti prima del 20 Maggio per mobilitare la gente nelle strade, sono falliti miseramente. All’avvicinarsi del giorno delle elezioni, un numero crescente di leader dell’opposizione ha rotto con il FAVL e ha chiesto un voto per Henri Falcon, che è stato sostenuto dal suo stesso partito oltre al MAS e al COPEI.

Tutto inutilmente. L’affluenza è stata estremamente bassa nelle aree più ricche delle grandi città – roccaforti tradizionali dell’opposizione di destra – dove la maggior parte dei seggi elettorali non aveva code o sono stati completamente vuoti durante tutta la giornata.

Ovviamente, Henri Falcón, fedele alla tradizione dell’opposizione venezuelana ogni volta che perde un’elezione, ha gridato alla frode, ha parlato di 900 casi di irregolarità, ha detto di non riconoscere il risultato e ha chiesto nuove elezioni per ottobre. Questo è ridicolo. È chiaro a tutti che non è stato in grado di mobilitare la base di appoggio dell’opposizione, che in gran parte ha seguito la richiesta di boicottaggio del FAVL, seguendo le istruzioni di Washington.

 

I lavoratori e poveri votano contro l’imperialismo

L’affluenza è stata più elevata nelle aree operaie e povere, che sono la base tradizionale di sostegno alla Rivoluzione Bolivariana. Molti hanno votato per fornire una risposta chiara alla scandalosa campagna dell’imperialismo e dell’opposizione in cui chiedevano la cancellazione delle elezioni. Molti hanno anche votato per difendere ciò che rimane delle conquiste della rivoluzione. C’è una chiara comprensione del fatto che se l’opposizione dovesse vincere le elezioni, distruggerebbe tutto e costringerebbe i lavoratori e i poveri a pagare l’intero prezzo della crisi con un programma brutale di “aggiustamento” ispirato dal FMI. Tuttavia, l’affluenza è stata più bassa del solito nelle tradizionali roccaforti chaviste. Una ripartizione accurata del voto non è stata ancora pubblicata, ma ci sono molti esempi che suggeriscono come questo sia vero. C’erano code in molti seggi elettorali, che i media internazionali hanno deliberatamente ignorato, ma non erano così lunghe né continue come avvenuto nelle precedenti elezioni. Questo nonostante il fatto che il PSUV e lo stato abbiano usato il loro apparato per tentare di mobilitare il voto chavista in un modo senza precedenti. Il voto a Maduro si aggirava intorno al 30,5% del totale, in calo rispetto al 40% quando fu eletto per la prima volta nel 2013. Questo rappresenta una perdita di 1,5 milioni di voti, su una platea elettorale con 2 milioni di elettori in più.

C’è ancora un nocciolo duro di voto chavista, che partecipa ad ogni elezione per lealtà alla Rivoluzione Bolivariana e alla lotta per il socialismo rappresentata da Chavez. Ma per questo nocciolo duro è sempre più difficile mobilitare altri strati. Tra la sinistra del movimento chavista c’è una crescente critica alla leadership e alla burocrazia che si sono dimostrati incapaci di affrontare la situazione economica e sono un ostacolo all’iniziativa rivoluzionaria delle masse.

Una delle principali aree di conflitto sono state la comunità rurali. Negli ultimi mesi ci sono stati diversi casi in cui gruppi di contadini organizzati in comuni – su terreni concessi ufficialmente – sono stati sfrattati. Questi sgomberi sono avvenuti per mano della polizia locale, della Guardia nazionale, dei giudici locali e dei funzionari dell’Istituto nazionale per la terra e sono stati portati avanti per conto dei proprietari terrieri, che in molti casi hanno stretti legami politici e commerciali con l’apparato statale.

Nel periodo precedente alle elezioni, alti funzionari del governo sono intervenuti per invertire questa tendenza e persino Maduro ha promesso che non sarebbero più avvenuti sfratti simili. Una delle principali organizzazioni contadine rivoluzionarie, la CRBZ, ha fatto appello al voto per Maduro ma ha mantenuto tutte le sue critiche sulla burocrazia e sull’apparato statale. Lo stesso è avvenuto nella municipalità di El Maizal, a Lara, dove lo stato non ha ancora riconosciuto la vittoria elettorale del portavoce della municipalità, Angel Prado, contro il candidato ufficiale del PSUV alle elezioni del consiglio comunale di dicembre.

Il clima fra molti sostenitori chavisti viene ben spiegato da una breve intervista con uno di loro sul sito della BBC Mundo:

“Gli daremo [a Maduro] un voto di fiducia, se questo non funziona, è finita. Vado [ai seggi] con speranza, ma se il paese non migliora, le persone scenderanno in strada. Voterò per Maduro perché ha dato la sua parola che le cose miglioreranno, se capisce cosa significa dare la propria parola, dovrebbe adempiere alla sua promessa”.

 

Risolvere le crisi con l’alternativa rivoluzionaria

Il problema è che, sulla base dei loro trascorsi, Maduro e la leadership bolivariana non sono in grado o non sono disposti ad attuare le misure necessarie per affrontare la crisi economica. Invece di affrontare la crisi frontalmente espropriando i capitalisti, i banchieri e i proprietari terrieri, il governo fa costantemente appello affinché questi investano. Mentre attaccano il ruolo che svolgono nella “guerra economica”, il governo dà loro prestiti e accesso ai dollari. Nel suo discorso per la vittoria elettorale Maduro ha nuovamente rivolto un appello all’opposizione per tornare al tavolo dei negoziati, un appello che ha esteso all’imperialismo statunitense.

Nelle prossime settimane vedremo un’intensificazione della campagna imperialista contro il governo venezuelano con maggiori sanzioni. Il viceministro statunitense John Sullivan, parlando in Argentina, ha detto che Washington sta prendendo in considerazione delle sanzioni petrolifere, che avrebbero un impatto paralizzante sull’economia. Sperano di far cadere il governo esacerbando la crisi e asfissiando economicamente il paese.

Per le masse bolivariane il problema principale sarà la profonda crisi economica, che ha portato all’iperinflazione, al crollo del potere d’acquisto dei salari e alla scarsa reperibilità dei generi alimentari di base. Maduro ha promesso di affrontare questi problemi dopo le elezioni e fornire “prosperità economica”. Queste promesse non verranno soddisfatte e gli strati avanzati di lavoratori e poveri saranno spinti verso la ricerca di un’alternativa reale, in grado di affrontare l’imperialismo, ma allo stesso tempo andare verso la soluzione della crisi economica.

Esistono, infatti, solo due possibili soluzioni. Una, sostenuta da tutte le ali dell’opposizione (e con il sostegno dell’imperialismo), è un piano di austerità brutale, compresi tagli alle spese sociali e statali, revoca delle sovvenzioni, abolizione dei generi alimentari sovvenzionati, privatizzazione delle aziende statali e delle risorse naturali e licenziamenti di massa in aziende del settore pubblico e privato. Sarebbe un disastro completo per i lavoratori e sarebbe accompagnato da una stretta sui diritti democratici.

L’altra opzione sarebbe quella di far diventare di proprietà pubblica tutte le leve fondamentali dell’economia sotto il controllo democratico dei lavoratori e usarle per produrre a beneficio del popolo e non per il profitto della manciata di parassiti che compongono l’oligarchia.

La politica del governo di Maduro, che si ferma a metà strada, con crescenti concessioni alla classe dominante, conduce solo alla demoralizzazione, allo scetticismo, all’aggravamento della crisi e infine, in un modo o nell’altro, a un brutale piano di austerità sulle spalle dei lavoratori.

Per risolvere questa situazione, l’avanguardia rivoluzionaria deve porsi come obiettivo principale quello di costruire un’alternativa autentica e rivoluzionaria basata su un programma socialista, che offra una soluzione a beneficio dei lavoratori. Questo è il compito attuale.

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