27 Marzo 2019

Venezuela – L’aggressione imperialista non si ferma

Il 23 gennaio scorso Juan Guaidò si autoproclamava Presidente del Venezuela. Subito gli Stati Uniti lo riconoscevano e i governi di buona parte dell’America latina si affrettavano a seguirli. L’Unione europea non era da meno e intimava a Maduro di convocare nuove elezioni entro otto giorni, pena il riconoscimento di Guaidò come presidente legittimo.
Questo assalto al governo bolivariano del Venezuela è avvenuto in disprezzo di tutte le regole del diritto internazionale: a dimostrazione, per chi nutrisse ancora dei dubbi, della parzialità delle regole democratiche nel capitalismo.

 

Il golpe non prevale

Il piano A dell’imperialismo è tuttavia fallito. Le forze armate venezuelane sono rimaste fedeli al governo bolivariano e le masse non hanno rovesciato il “dittatore” in camicia rossa.
Un mese dopo, il 23 febbraio, Juan Guaidò ha attuato il piano B. Questa volta la spallata al regime sarebbe giunta attraverso l’arrivo di “aiuti umanitari” generosamente donati dall’imperialismo Usa, attraverso i confini della Colombia e del Brasile. Un cavallo di troia per l’ingresso di truppe straniere.
La fine del governo bolivariano sarebbe stata festeggiata a livello mediatico da un grande evento musicale, un “live Aid” stile anni ’80 organizzato dal magnate della Virgin, Branson, al confine con la Colombia.
Ma il tutto si è rivelato un fiasco. Il concerto ha visto una partecipazione piuttosto scarsa, Gli “aiuti” non hanno mai varcato la frontiera, le diserzioni dalle forze armate sono state di poche unità, il “comandante in capo” Guaidò si è dileguato dopo un paio di apparizioni davanti alle telecamere…
L’amministrazione Trump ha architettato il colpo di Stato con la certezza che la gravissima crisi economica in atto in Venezuela avrebbe spalancato le porte di Miraflores alle forze dell’opposizione.
I calcoli di Washington sono stati affrettati e hanno sottovalutato soprattutto un fattore: la minaccia di un’invasione yankee ha provocato una controreazione nel campo bolivariano. Anche molti dei giovani e dei lavoratori che sono ormai delusi dalle politiche di Maduro, hanno serrato le fila di fronte all’aggressione di Washington.
D’altro canto, paradossalmente, i militanti dell’opposizione sulla base dell’esperienza dei fallimenti degli ultimi anni, sanno benissimo che non possono rovesciare Maduro esclusivamente con le proprie forze, e rimangono in una posizione di attesa, invocando l’intervento straniero. Un intervento che gli Stati uniti non escludono (“tutte le opzioni sono sul tavolo”, come ha spiegato il vicepresidente Mike Pence), ma che rischierebbe che scatenare una reazione esplosiva delle masse. Il Venezuela non è Grenada, ma un paese di trenta milioni di abitanti con metropoli impossibili da occupare militarmente. I governi di destra del Sudamerica, dal Brasile alla Colombia, non lesinano proclami di fuoco contro Caracas, ma sono molto meno baldanzosi quando viene richiesto loro di mettere a disposizione soldati veri.

 

Impasse

Si è creata così una situazione di stallo. Tuttavia il tempo non gioca a favore della rivoluzione bolivariana. In primo luogo per la situazione economica, assolutamente insostenibile. Anche se dal 2016 non si pubblicano dati ufficiali, si stima che il prodotto interno lordo sia passato da 480 a 93 miliardi di dollari, l’inflazione viaggi a cinque cifre, la produzione di petrolio (oltre il 98% degli utili da esportazioni nel 2017) sia un terzo di quella del 1998. Visto che, fino all’anno scorso, la metà delle esportazioni dell’oro nero si dirigeva proprio verso gli Usa, l’inasprimento delle sanzioni da parte di questi ultimi sta colpendo duramente l’economia di Caracas.
Washington proseguirà con il sabotaggio economico volto a strangolare il governo bolivariano. Se non lancerà a breve termine un intervento militare diretto, non esiterà a portare avanti una “guerra sporca” senza esclusioni di colpi: provocazioni al confine, attentati, sabotaggi (come stiamo vendendo in questi giorni con i blackout energetici). Guerre sporche di cui gli Stati uniti vantano una lunga esperienza, dal Nicaragua a El Salvador. In questo godranno dell’appoggio incondizionato dell’oligarchia venezuelana, già responsabile del boicottaggio economico, della fuga di capitali e della scarsità di generi alimentari.
Per tale motivo ogni tentativo di riconciliazione da parte di Maduro nei confronti della borghesia nazionale (a cui sono state fatte numerose concessioni negli ultimi anni) è oggi ancor più pericoloso rispetto al passato. Equivale a combattere con una mano legata dietro la schiena.
Di una cosa possiamo essere sicuri: da questa escalation l’imperialismo Usa non può tornare indietro, non si fermerà, fino alla vittoria o alla sconfitta definitiva. E un governo dell’oligarchia, appoggiato dagli Usa e dal Fmi, porterebbe avanti una controrivoluzione economica e sociale spietata, lanciando una dichiarazione di guerra alla classe lavoratrice. Sarebbe una sconfitta per il proletariato di tutta l’America latina.
Per questo i nostri compagni di Lucha de clases in Venezuela e la Tmi non hanno adottato una posizione di neutralità e allo stesso tempo hanno ribadito che per sconfiggere l’imperialismo non servono le mezze misure, le terze vie tra socialismo e capitalismo, o la fiducia nel sostegno di Cina e Russia. Questi paesi, come tutte le altre potenze capitaliste, difendono solo i propri interessi e appoggeranno qualunque governo che potrà fornire sufficienti garanzie a riguardo, senza badare alle conseguenze per le masse popolari.

 

Lottare contro il golpe con una politica rivoluzionaria

I giovani e i lavoratori devono contare solo sulle proprie forze. Davanti al sabotaggio economico, devono rivendicare l’esproprio delle banche e degli istituti finanziari dei paesi che bloccano i conti e le riserve venezuelane, così come la nazionalizzazione delle grandi catene di distribuzione e delle aziende di proprietà degli oligarchi. Devono esigere l’armamento delle masse contadine e operaie davanti all’aggressione esterna ed interna. Esistono già delle milizie popolari che devono godere di completa autonomia nella lotta contro i golpisti. L’esercito è rimasto per ora fedele al governo non per adesione ideologica, ma per le enormi concessioni fatte da Maduro agli alti ufficiali che detengono oggi attraverso loro aziende il monopolio su interi settori dell’economia.
Le masse hanno dimostrato di essere disposte a lottare fino alle estreme conseguenze contro l’imperialismo. E, infatti, socialismo o barbarie è la prospettiva di fronte al Venezuela oggi.

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