31 Maggio 2020

Un’ondata di rabbia insurrezionale travolge gli Stati Uniti

L’assassinio da parte della polizia di George Floyd – un uomo di colore disarmato, ammanettato da quattro agenti a Minneapolis prima di essere soffocato a morte – ha scatenato un’ondata di proteste in tutto il paese, che sono sfuggite al controllo delle forze dell’ordine in diverse città. Dopo gli omicidi di Ahmaud Arbery e Breonna Taylor, questa è l’ultima di una serie infinita di uccisioni da parte della polizia ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, scatenando uno tsunami di furia repressa contro tutte le ingiustizie della società americana. La necessità si è espressa attraverso il caso – anche se l’omicidio di Floyd non è stato certo una casualità.

A Minneapolis, la polizia ha usato armi antisommossa (gas lacrimogeni, granate stordenti, ecc.) contro dei pacifici manifestanti, il che è servito solo a provocare una risposta tutt’altro che pacifica. Alla fine, la polizia ha dovuto evacuare il terzo distreto (commissariato, ndt), dove era di stanza il poliziotto-assassino, di fronte ad una folla furiosa, che ha dato alle fiamme l’edificio. Le scene degli agenti in fuga dalla stazione di polizia, con le auto di pattuglia che sfondano i cancelli del parcheggio per fuggire, ricordano l’evacuazione del complesso dell’ambasciata americana a Saigon. Di fronte alle masse infuriate, i corpi di uomini armati in difesa del capitale negli Usa sono stati costretti a fuggire per salvarsi la vita.

Dopo cinque notti di proteste di massa in Minnesota, il sindaco ha dichiarato il coprifuoco, che è stato immediatamente violato dai manifestanti. Le proteste hanno incluso attacchi incendiari e saccheggi, ma ci sono chiare prove che molto di tutto questo è stato orchestrato da agenti provocatori al soldo della polizia per giustificare una repressione ancora più dura. La folla si è radunata fuori dal quinto distretto di polizia, minacciando di bruciarlo. Il distretto è ora difeso con barricate e agenti armati sul tetto.

Sono state schierate nelle strade di Minneapolis anche la Guardia Nazionale e la Polizia dello stato, con lo scopo di cercare di far rispettare il coprifuoco e di riprendere il controllo della situazione. All’inizio, 500 elementi della Guardia Nazionale sono scesi in campo su ordine del governatore del Minnesota Tim Waltz, ma questa cifra è già stata aumentata a 1700. Anche i servizi doganali e di protezione delle frontiere degli Stati Uniti hanno utilizzato un drone di sorveglianza senza equipaggio per raccogliere informazioni sull’andamento delle proteste.

Mentre il Minnesota rimane il centro del movimento, le proteste si sono diffuse in almeno 22 città. A Detroit ci sono state grandi manifestazioni, e un manifestante diciannovenne è stato ucciso in una sparatoria, probabilmente per mano di un “vigilante” di estrema destra. A New York, ci sono stati scontri con la polizia quando i manifestanti hanno sfidato il divieto di scendere in piazza a causa del lockdown legato al COVID-19, e un furgone della polizia è stato incendiato a Brooklyn. In California, le autostrade sono state chiuse a Oakland, San Jose e Los Angeles, ed i manifestanti hanno attaccato le auto della polizia.

Anche ad Atlanta sono state incendiate delle auto della polizia, ed è stato dichiarato lo stato di emergenza, con la Guardia Nazionale dispiegata per le strade. I manifestanti si sono scontrati con gli agenti di polizia all’esterno dell’edificio della CNN, che ospita anche un distretto delle forze dell’ordine.

A Washington DC, la Casa Bianca è stata bloccata per breve tempo, e ci sono stati scontri per superare le barricate tra manifestanti ed agenti dei servizi segreti fino alle prime ore del sabato mattina. A Phoenix, i manifestanti sono scesi in strada in nome di Dion Johnson, un uomo di colore di 28 anni, ucciso da un funzionario del Dipartimento della Pubblica Sicurezza dell’Arizona in una “colluttazione”, episodio sul quale mancano molti dettagli.

Allo stesso modo, a Louisville, ci sono state grandi proteste dopo l’uccisione per mano della polizia di Breonna Taylor: una operatrice sanitaria nera di 26 anni a cui hanno sparato nel suo appartamento mentre dormiva. La polizia stava eseguendo un mandato di cattura per droga contro un uomo che non viveva insieme a lei – e che, a quanto pare, era già stato arrestato. Quando la polizia è entrata nell’appartamento della Taylor senza preavviso, il suo ragazzo ha sparato con una pistola per autodifesa. In risposta, la polizia ha sparato più di 20 colpi: otto dei quali hanno colpito Breonna. In risposta, una folla inferocita ha dato fuoco al Palazzo di giustizia.

«Questa non è una sommossa: è una rivoluzione!»

La reazione feroce e maldestra dello stato non fa altro che versare benzina sul fuoco. In una dimostrazione particolarmente infelice del razzismo intrinseco nella polizia, una troupe della CNN guidata da un giornalista nero latino-americano è stata arrestata in diretta dalla polizia mentre filmava le proteste a Minneapolis. Nel frattempo, un’altra troupe di giornalisti, diretta da un giornalista bianco, è stata autorizzata a filmare la stessa manifestazione. A Louisville, la polizia ha usato gas lacrimogeni contro la folla e ha sparato proiettili di gomma contro una giornalista mentre era in onda.

Va sottolineato che tra le folle di manifestanti ci sono sia bianchi che neri, e sono per lo più giovani: una composizione simile a quella vista durante il picco del movimento Black Lives Matter. Il clima politico, tuttavia, è più avanzato rispetto ai movimenti precedenti, ed a questo si aggiunge la catastrofe economica che ha colpito decine di milioni di americani. Ai tempi di Black Lives Matter si discuteva molto su come rendere la polizia più responsabile: body camera obbligatorie, commissioni di revisione ad opera della comunità, ecc. Niente di tutto questo è stato messo in atto e non è stato risolto nulla. In realtà, il tasso di omicidi di persone di colore disarmate da parte della polizia ha subito un’accelerazione negli ultimi sei anni. Ora, i manifestanti sono arrivati a bruciare un distretto di polizia, de facto un atto di insurrezione. A Minneapolis, gli organizzatori della protesta hanno dichiarato: «Questa non è una rivolta, è una rivoluzione!».

Il significato di questo movimento, e i pericoli in esso impliciti, non sono passati inosservati agli occhi della classe dominante. Come ha scritto il Washington Post: «il tumulto, inserito nel più ampio contesto della doppia emergenza sanitaria ed economica, potrebbe segnare un momento di rottura drammatica quanto altre svolte decisive nella storia del paese, dalla catastrofe economica della Grande Depressione alle tensioni sociali del 1968.»

Atlanta: Le masse assaltano la sede centrale della CNN

Queste scene non sono certamente normali negli Stati Uniti. Se si guardassero i video senza essere a conoscenza del contesto, si potrebbe pensare che tutto questo stia accadendo, non nella più grande potenza imperialista del mondo, ma in Cile, Libano o Algeria. Quello che stiamo vedendo è una scintilla che innesca un’esplosione di rabbia che si stava accumulando da molto tempo, amplificata dalla recente crisi provocata dalla pandemia del coronavirus. Si possono fare paragoni con l’auto-immolazione di Mohamed Bouazizi in Tunisia, un singolo evento che ha scatenato la Primavera araba. Un evento che ha fatto esplodere tutta la rabbia, contro le infinite ingiustizie subite, che si era accumulata in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa.

La stampa borghese sta offrendo una vasta copertura mediatica agli episodi di distruzione di proprietà e di saccheggio, nel tentativo di mettere l’opinione pubblica contro i manifestanti. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, oggi ha tenuto un discorso insulso e ipocrita criticando i manifestanti: «Non c’è onore nel bruciare la vostra città. Non c’è orgoglio nel saccheggio».

Ma la classe operaia organizzata è solidale con questa espressione di rabbia popolare. Ad esempio, gli autisti di autobus sindacalizzati di Minneapolis si sono rifiutati di collaborare con la polizia, che voleva utilizzare i loro veicoli per gli arresti di massa dei manifestanti. La stessa cosa è successa a New York, dove un autista di autobus è sceso dal suo veicolo dopo che la polizia lo aveva requisito per trasportare le persone arrestate.

Materiale infiammabile

Come sempre, anche Trump sta gettando ulteriore benzina sul fuoco. In un tentativo evidente di rafforzare la sua base di sostegno reazionaria prima delle elezioni, ha dichiarato il suo appoggio alle forze dell’ordine. Ha twittato che i manifestanti sono “THUGS” (teppisti, delinquenti, ndt) che «disonorano la memoria di George Floyd». Ed ha aggiunto: «quando inizia il saccheggio, inizia anche la sparatoria», citando il capo della polizia di Miami, Walter Headley, un noto razzista, che pronunciò queste parole nel 1967.

Questa non è una minaccia gratuita. Ancor prima che il coronavirus sconvolgesse tutto, la classe dominante statunitense si era preparata ad un’escalation dei disordini con l’aggravarsi della crisi del capitalismo. Utilizzerà ogni mezzo necessario – sia legale che extragiudiziale – per mantenere il suo potere. Oltre alla brutalità della polizia, ci sono già stati casi di violenza da parte di vigilanti di estrema destra contro i manifestanti, come ad esempio la sparatoria a Detroit.

In seguito a un ordine eccezionale del Pentagono, la polizia militare e le truppe regolari sono state messe in allerta in diverse basi. I soldati di Fort Bragg in NC e Fort Drum a NY hanno ricevuto l’ordine di mantenersi pronti all’azione entro quattro ore, se chiamati a intervenire. Queste forze sarebbero usate secondo l’Insurrection Act del 1807, che dà al presidente il potere di dispiegare truppe federali in qualsiasi stato per sopprimere «qualsiasi insurrezione, violenza interna al paese, concorso illecito o cospirazione». L’ultima volta che questa legge è stata invocata è stato nel 1992 per sedare la rivolta di Los Angeles scatenata dall’assoluzione degli agenti di polizia responsabili del pestaggio di Rodney King.

Ma lungi dal far retrocedere le masse, la frusta della controrivoluzione spesso le spinge in avanti, come abbiamo visto nelle numerose proteste che hanno travolto il mondo l’anno scorso in Cile, Colombia, Libano, ecc.

Vale la pena ricordare che nel 2008, durante la Convenzione Nazionale Repubblicana nella piccola città di St. Paul, MN, fu necessario schierare 50.000 poliziotti da tutto il paese per contenere i manifestanti, e anche allora non riuscirono completamente nel loro intento. La classe dominante non ha abbastanza poliziotti o truppe per tenere sotto controllo l’intero paese.

Il fatto che Derek Chauvin (l’agente di polizia che ha ucciso George Floyd) sia stato licenziato e accusato di omicidio di terzo grado e omicidio colposo non ha sortito nessun effetto nel sedare le proteste. Le masse sono già passate per questa esperienza. Il problema non sono una o due “mele marce”, ma il fatto che l’intero sistema è marcio.

Non basta che gli assassini di George Floyd siano stati «privati del loro impiego» e che uno di loro sia stato accusato. Per ottenere una vera giustizia per tutti coloro che sono stati sfruttati e martirizzati da questo sistema, i capitalisti devono essere “privati” della proprietà dei mezzi di produzione. Il movimento operaio organizzato dovrebbe collegarsi ai manifestanti, e insieme far crescere questo movimento costruendo una base organizzata. Ciò che serve è un programma e un piano d’azione per lottare per la trasformazione radicale della società. Solo la rivoluzione socialista – negli Stati Uniti e nel mondo – potrà finalmente porre fine al circolo vizioso dello sfruttamento e dell’oppressione.

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