24 ottobre 2016

Ungheria ’56 – Una rivolta operaia contro lo stalinismo

Sono passati sessanta anni dagli eventi della rivoluzione ungherese, un evento che conserva lezioni decisive per il movimento operaio.

L’insurrezione dell’autunno del ‘56 venne come conseguenza delle distorsioni causate dallo stalinismo allo sviluppo economico e alla democrazia operaia. Dopo la guerra, l’economia ungherese era stata modellata su quella sovietica. All’inizio, i lavoratori avevano accolto con entusiasmo quella che appariva l’edificazione del socialismo, ma le loro condizioni di vita restavano pessime, e non esisteva alcun canale di espressione delle proprie opinioni. La morte di Stalin nel ’53 aprì un’epoca turbolenta, con manifestazioni operaie in diversi paesi dell’est, compresa l’Ungheria. Nagy divenne primo ministro come conseguenza di questa spinta e introdusse alcune riforme, come l’amnistia per i prigionieri politici, che le masse sfruttarono per cominciare a discutere dei problemi del paese. Spaventata, la burocrazia cacciò Nagy, aumentando il malcontento che iniziò a esprimersi attraverso riunioni di massa, le più note presso il circolo Petofi, dove centinaia di persone ascoltavano intellettuali criticare il regime e proporre il ritorno alle idee di Lenin sulla democrazia operaia.

La denuncia di Krusciov dei crimini di Stalin al XX congresso del Pcus ruppe la diga. Criticare il regime sembrava possibile. Di fronte alla marea montante delle critiche, la burocrazia stalinista ungherese alternava una repressione ancora blanda a segnali di apertura, con ciò dimostrando le proprie spaccature.

Il movimento erompe

La commemorazione di Rajk, una delle vittime delle purghe staliniste degli anni ’40, fu la scintilla che fece erompere il movimento. Parteciparono 200.000 persone e alla fine della cerimonia, diverse centinaia di manifestanti cominciarono a marciare verso il centro della capitale cantando canzoni rivoluzionarie e urlando “non ci fermeremo, lo stalinismo va distrutto”. Era l’inizio della rivoluzione. Il programma dei manifestanti incarnava i loro obiettivi: imporre il controllo operaio, difendere l’economia socialista dal mostro burocratico. Nelle riunioni di massa chi non accettava le conquiste dell’economia nazionalizzata non aveva diritto di parola.

Il 23 ottobre, alla fine di una folta assemblea al circolo Petofi, i partecipanti diedero vita a un corteo non autorizzato con decine di migliaia di persone. I manifestanti rovesciarono l’enorme statua di Stalin posta davanti al parlamento. La polizia non intervenne, ma la polizia politica, l’Avh, cominciò a mitragliare la folla dai tetti. Saputa la notizia, i lavoratori delle fabbriche di armi iniziarono a convergere in città armati; poliziotti e soldati si unirono ai rivoltosi. In preda al panico la burocrazia decise di chiamare i carri russi, ma i militari sovietici si rivelarono inaffidabili: non sparavano ai rivoltosi e spesso gli consegnavano le armi. Il 29 ottobre il Cremlino decise di allontanare le truppe da Budapest.

Nelle settimane seguenti si vide il fiorire della rivoluzione. In ogni azienda si formarono consigli operai, così come nei quartieri proletari, nelle scuole, nelle università, nelle forze armate. I lavoratori stavano prendendo il potere nelle loro mani. La rivoluzione cominciava a diffondersi nelle province e nei villaggi. Allo stesso tempo, gran parte dei lavoratori manteneva fiducia verso il governo Nagy, richiamato al potere, che utilizzava le spinte dal basso per liberarsi dall’abbraccio soffocante di Mosca. Nagy chiamò al governo personaggi non compromessi col regime e dichiarò l’uscita dal Patto di Varsavia. La rivoluzione aveva vinto la prima battaglia, prendendo di sorpresa la burocrazia ungherese e il Cremlino, ma isolata in un piccolo Paese, mancando di organizzazioni strutturate che ne garantissero lo sviluppo, rimaneva fragile.

Il secondo intervento sovietico

All’alba del 4 novembre l’artiglieria pesante, l’aviazione e varie divisioni corazzate sovietiche cominciarono a martellare la capitale e altre città. Per non rischiare, i sovietici decisero di radere al suolo i quartieri operai, anche a costo di gravi perdite. A Budapest confluirono centinaia di tank. I cannoneggiamenti furono continui e furiosi. Per impedire la fraternizzazione vennero inviati reparti provenienti dalle zone interne dell’Urss, che non parlavano nessuna lingua europea; ad alcuni si disse che andavano a “respingere truppe imperialiste che avevano assalito l’Egitto”. Nonostante la sproporzione di forze, la classe operaia tornò in azione. Continuò lo sciopero generale, si attaccarono i tank con ogni mezzo a disposizione. I combattimenti più duri furono nelle zone proletarie della capitale. Molte fabbriche vennero circondate e distrutte; l’isola di Csepel, epicentro della rivoluzione, venne presa casa per casa.

La rivoluzione era appesa a un filo, eppure l’organizzazione operaia faceva passi avanti. Dopo dieci giorni dal secondo intervento sovietico venne costituito il consiglio operaio centrale di Budapest. Nel preambolo della dichiarazione di fondazione viene proclamata “la ferma dedizione ai principi del socialismo” e la difesa della proprietà pubblica dei mezzi di produzione e il controllo operaio. Si ribadisce inoltre l’idea di elezioni aperte a tutti i partiti socialisti. Nel suo complesso, il programma di questa come delle altre strutture rivoluzionarie del ‘56 ungherese si conformano totalmente ai principi leninisti della democrazia operaia.

Di fronte alla crescita dell’autorganizzazione operaia, il governo Kadar, che aveva sostituito Nagy, incarcerato, aumentò la repressione. L’11 dicembre arrestò i dirigenti del consiglio centrale di Budapest. I lavoratori reagirono con uno sciopero generale di 48 ore, ma era ormai il canto del cigno. Lo sciopero fallì, la Avh sciolse i consigli operai. Iniziò la repressione finale. Furono migliaia i morti, i deportati, gli esuli.

Nel ’56 gli stalinisti sostennero che la rivoluzione ungherese era un tentativo di colpo di Stato fascista. In Italia le calunnie furono particolarmente velenose. l’Unità, allora diretta da Pietro Ingrao, non aveva nemmeno pubblicato il rapporto di Krusciov (secondo Togliatti il Pci non era pronto). Durante l’insurrezione, la destra del partito (Napolitano, Amendola) furono i più duri nel condannare la sommossa e appoggiare la repressione degli insorti. Solo Di Vittorio osò delle timide critiche, subito rientrate con mille scuse al gruppo dirigente. 300mila militanti abbandonarono il partito.

La borghesia dal canto suo ha sempre dipinto la rivoluzione ungherese come una rivolta contro il “comunismo” e per la “libertà”, ossia per il capitalismo.

A fronte di questo mare di calunnie che dura da decenni, riproponiamo l’esempio dei lavoratori ungheresi, la correttezza delle loro rivendicazioni, la loro organizzazione nei consigli operai, la rapidità con cui giunsero a comprendere i compiti storici loro affidati, contrapponendo un autentico programma rivoluzionario e operaio alla degenerazione burocratica dello stalinismo.

 

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