10 maggio 2018

Una ripresa fondata sullo sfruttamento

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

 

Recentemente la Repubblica ha innalzato lodi sperticate al gruppo Luxottica per avere destinato ai propri dipendenti il premio aziendale più alto della sua storia: una media di 2.042 euro per ciascuno dei suoi 8.800 dipendenti. Se l’aritmetica non ci inganna parliamo di poco meno di 18 milioni di euro, pari ben all’1,8 per cento del miliardo di profitti realizzato dal gruppo nel 2017! Sempre in tema di profitti possiamo ricordare l’aumento del 93 per cento degli utili Fiat-Chrysler (a livello mondiale), 3,5 miliardi di cui non ci pare che gli operai di Melfi o di Pomigliano abbiano sentito neppure il profumo.

Ma quanto è consistente questa ripresa? Fatti pari a 100 i valori del 2007 (ultimo anno prima della crisi mondiale), gli indici a fine 2017 erano i seguenti: Pil 95, investimenti fissi lordi 80, consumi delle famiglie 97. In altre parole l’economia italiana non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi. L’unica voce davvero in crescita sono le esportazioni. La bilancia commerciale registra infatti un attivo di 55,7 miliardi nel 2017 per esportazione di merci.
L’Italia è quindi al traino delle economie più forti, e infatti la ripresa è stata più tardiva e più debole. Inoltre i suoi effetti sono localizzati. Solo il Nordest presenta tassi di disoccupazione non lontani da quelli del centro e nord Europa, mentre la media nazionale rimane attorno all’11 per cento e balza al 31,7 per cento nella fascia 15-24 anni.
Il fatto che viviamo in una epoca di grande crisi del capitalismo a livello internazionale non nega le fasi di relativa ripresa come quella attuale. A partire dal 2015 la produzione industriale è aumentata, le ore di cassa integrazione si sono ridotte e si registra un aumento dell’occupazione. Dobbiamo quindi capirne le basi e la natura se vogliamo che il movimento operaio agisca in base ai dati di fatto reali e non solo in base a formule generali (“c’è la crisi” oppure “è arrivata la ripresa”).

Dati gli investimenti ridotti, la crescita della produzione è stata ottenuta sostanzialmente con l’aumento degli orari reali di lavoro e con l’intensificazione dei ritmi e dello sfruttamento nei luoghi di lavoro, mentre i salari restano al palo.
Una parte della forza lavoro che era stata espulsa dalle fabbriche negli anni di massima crisi (2009-10 e 2012-13) ci è rientrata, ma a condizioni nettamente peggiori e non solo per il jobs act. Il lavoro è sempre più intermittente, intenso quando c’è, e complessivamente pagato peggio. I contratti interinali, ad esempio, in passato venivano usati in larga misura come strumento di selezione del personale, con i 24-36 mesi di lavoro interinale prima di arrivare all’assunzione. Oggi diventano componente strutturale con percentuali spesso attorno al 30 per cento della manodopera, in particolare nelle aziende in espansione.
I ritmi e i sistemi di turnazione sono peggiorati a tal punto che in molti settori i periodi di disoccupazione tra una chiamata e l’altra vengono vissuti dai lavoratori come un riposo necessario per riprendersi dalla pressione subìta in azienda. Si è insediato nei luoghi di lavoro un clima di ricatto permanente per cui è molto più difficile dire “no” a un turno impossibile, a un aumento dei ritmi, a uno straordinario festivo, al taglio di una pausa.
Il lavoro notturno cresce dal 7,3 per cento dei lavoratori coinvolti nel 2006 all’8,2 nel 2009 (mentre la media Ue scende dal 7,5 al 6,2) arrivando all’11,2 per i lavoratori fino a 24 anni.

Su questa realtà di supersfruttamento e ricattabilità nei luoghi di lavoro, confermata dalla catena di morti nelle aziende, si sta fondando la tanto glorificata ripresa economica.
I profitti però ci sono. In Borsa le 33 principali aziende italiane vedono profitti in crescita dell’11,1 per cento, ben oltre quelle tedesche (più 3,6 per cento).
Ci sarebbero quindi le condizioni per una azione sindacale offensiva, volta a recuperare salario e a contrastare l’arbitrio crescente che sta creando nelle aziende condizioni sempre più invivibili. Se questo non avviene non è perché “c’è la crisi”, ma perché le burocrazie sindacali hanno ormai introiettato l’idea che i lavoratori non possono lottare per migliorare la propria condizione. La Cgil, principale sindacato italiano, si appresta a celebrare un congresso da cui è stata bandita anche la sola idea di un conflitto contro i padroni per riconquistare salario e diritti.
La crisi del sindacato è l’altra faccia della distruzione della sinistra e ha le stesse radici. Solo la mobilitazione diretta dei lavoratori può risolverla, agendo non solo sul terreno politico ma anche su quello economico e rompendo con questi dirigenti sindacali che incatenano milioni di lavoratori a condizioni di sfruttamento senza fine.

(dati Banca d’Italia, Istat, Eurostat, il Sole 24 ore)

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