6 novembre 2015

Una nuova recessione mondiale è alle porte

o_mal_do_mundoIl Fondo Monetario Internazionale è stato costretto, non solo a ridurre ripetutamente le sue previsioni di crescita, ma ora anche a prevedere un calo del PIL mondiale in termini di dollari, il primo dal 2009. Questo è un riflesso del mondo afflitto dalla crisi in cui ci troviamo.

Gli economisti del FMI sono stati ripetutamente costretti a rimangiarsi le loro parole visto che  l’economia mondiale, presumibilmente al suo settimo anno di “recupero”, è passata da una crisi all’altra. Il crollo mondiale del 2008-2009 è stato un momento decisivo, l’inizio di una crisi prolungata, una “stagnazione secolare”, come l’ha definita Lawrence Summers, ex segretario del Tesoro Usa.

I marxisti descrivono questo sviluppo come una crisi organica del sistema capitalista. Le forze produttive, vale a dire l’industria, la tecnica e la scienza sono cresciuti oltre I limiti dello stato nazionale e della proprietà privata dei mezzi di produzione. Il capitalismo ha ormai raggiunto i suoi limiti. Ha un eccesso di capacità produttiva, su basi capitaliste ci sono troppa industria e troppa tecnologia. Tutto è in “eccesso” per le necessità del mercato. Questo spiega la crisi attuale. Ora, due delle principali banche mondiali prevedono una nuova recessione per l’anno prossimo.

Lawrence Summers ha lanciato un duro avvertimento: “I pericoli che minacciano l’economia globale sono i più seri dal fallimento di Lehman Brothers nel 2008.” Siamo totalmente d’accordo.

Con l’economia cinese – che rappresenta il 30% della crescita mondiale e il 16% della produzione mondiale – che sta rallentando assieme alle cosiddette economie emergenti, ci sono i presupposti per una nuova recessione globale. Le esportazioni e le importazioni cinesi sono diminuite per diversi mesi, con la diminuzione dei prezzi delle materie prime come reazione al calo della domanda. Questo è sintomatico di una crisi di sovrapproduzione o, come piace dire agli economisti capitalisti, di un ”eccesso di capacità produttiva”. Quando la Cina rallenta, anche il mondo rallenta. Ma rallentando, si può ritrovare sull’orlo di una nuova recessione.

In passato, la Cina ha salvato il sistema capitalista da una profonda depressione, stimolando l’economia e fornendo un mercato ai paesi industrializzati occidentali. La crescita cinese ha anche dato impulso alle economie emergenti, risucchiando beni e materie prime. Il crollo del 2008 è stato mitigato dagli ingenti investimenti che la Cina stava facendo nella produzione. E’ diventata un’economia basata sulle esportazioni, contribuendo enormemente alla crescita mondiale. Ora tutto ciò è cambiato. La Cina ha ufficialmente avuto un drastico rallentamento al 6,9%. Ma le cifre ufficiali sono in gran parte false.

Il premier cinese Li Keqiang ha detto all’ambasciatore statunitense che si è basato su tre cose per giudicare la crescita economica: il consumo di energia elettrica, i volumi di trasporto merci e i prestiti bancari.

Su queste basi, gli economisti della Fathom hanno compilato un “Indicatore dello slancio in Cina” dai tre gruppi di dati. L’indicatore mostra che il ritmo attuale di crescita potrebbe essere molto basso, anche al 3.1%. I volumi di trasporto merci su rotaia sono in forte calo e il consumo di elettricità è praticamente piatto. La Cina sta andando sulla stessa strada del Giappone, la strada della stagnazione prolungata.

Il declino della crescita cinese ha colpito tutti coloro che dipendono pesantemente dalla Cina. La Corea del Sud è la più esposta, avendo nel 2013 esportato merci in Cina per l’11% del Pil. La Malesia ha esportato in Cina il 9,8% del Pil e la Tailandia il 6,9%. L’Australia, le cui materie prime hanno mantenuto l’andamento della crescita cinese per anni, nel 2013 ha venduto merci alla Cina per un valore di oltre il 6% della sua economia. Tutto ciò è ormai giunto al termine, con importanti implicazioni. Come con gli Stati Uniti, quando la Cina starnutisce il resto del mondo si prende un raffreddore.

Quest’anno, il commercio dei mercati emergenti è crollato, con le esportazioni in calo del 8,9% a giugno e del 13,5% a luglio. Nel 2015 il Pil del Brasile, calcolato in dollari, è avviato a una contrazione del 19,1%. In Russia è destinato a scendere del 36%, secondo i dati del Fmi.

“Ora le economie emergenti esportatrici di materie prime e gravate dai debiti dovranno ridurre le spese statali, proprio come hanno dovuto fare pochi anni fa i paesi dell’eurozona colpiti dalla crisi”, spiega Martin Wolf sul Financial Times. Semplicemente questa riduzione si andrà ad aggiungere alla crescente spirale negativa.

L’economia degli Stati Uniti nel secondo trimestre del 2015 è cresciuta del 3,9%, ma la maggior parte di questa crescita è dovuta all’accumulo di scorte (giacenze). La crescita nel terzo trimestre ha raggiunto il 1,5%, che è inferiore al 1,7% previsto da molti economisti e in calo rispetto al trimestre precedente di oltre il 60%. La crescita sta rallentando negli Stati Uniti e ha già subito un rallentamento in Giappone e nell’Unione Europea. Gli Stati Uniti si sono vantati che il tasso di disoccupazione sia sceso del 5%. Ma se la forza lavoro fosse la stessa del 2008, la disoccupazione sarebbe oltre il 10%.

Tutte le contraddizioni si stanno accumulando per produrre una grave ricaduta. “Il rischio è che l’economia globale cada in una trappola non molto diversa da quella nella quale è stato il Giappone negli ultimi 25 anni, in cui la crescita ristagna, ma si può fare ben poco per risolvere il problema” afferma Martin Wolf.

Wolf descrive la situazione come una “recessione gestita”, dove esiste “un crollo prolungato della domanda aggregata” e non vi è alcuna risposta possibile. Questo rivela la completa impotenza degli strateghi del capitale.

Mentre i mercati azionari mondiali sono stati sempre più volatili, la tendenza è stata quella di mantenersi in crescita, soprattutto negli Stati Uniti. Questo aumento delle azioni dimostra fino a che punto i mercati azionari sono distanti dall’economia reale, che sta invece calando.

Visto il continuo crollo degli utili, le banche statunitensi forniscono ripetutamente rapporti negativi. I profitti di Goldman Sachs sono diminuiti del 40%. JPMorgan Chase ha registrato un calo del 23% dei ricavi.

Tuttavia, i debiti sono in continuo aumento in tutto il mondo. In particolare, il debito del settore privato rimane molto elevato. Nel 2007 ha raggiunto il 160% del Pil negli Stati Uniti  e quasi il 200% in Gran Bretagna, ma la Cina ha già superato questi livelli. L’Europa deve affrontare un periodo lungo e protratto di crescita lenta e di deflazione. Secondo Wolfgang Munchau, è sotto una “minaccia costante di insolvenza e di insurrezione politica”. (Financial Times, 15/6/14). Il tentativo di ridurre i debiti in questo contesto sarà “più duro e sanguinoso” di quanto abbiamo visto fino ad ora.

Nel 2016, le restrizioni UE entreranno in vigore al fine di accelerare il consolidamento fiscale (austerità). “La conclusione è che tutti gli aggiustamenti post-crisi saranno molto più brutali di quelli in Giappone 20 anni fa”, ha dichiarato Munchau. “In una situazione del genere mi aspetterei una reazione politica negativa sempre più seria  … Anche se la riduzione del debito funzionasse – il che non è detto – non può funzionare politicamente … Mentre riducendo l’instabilità politica, finiranno per aumentare l’instabilità finanziaria.”

Le aziende sono chiaramente in difficoltà. Le esportazioni e le importazioni statunitensi sono in calo, visto che la domanda si indebolisce in tutto il mondo. Questo ha significato un calo degli utili. Meno vendite significa meno entrate. Incredibilmente, i profitti delle aziende, invece di calare sono aumentati, principalmente per il taglio dei costi e il credito facile. In effetti si  è aperta una forbice tra i salari e i profitti che non può durare a lungo. È come il personaggio dei cartoni animati che cammina su un precipizio, ma continua a sfidare la gravità. Hanno pensato di trovare una scorciatoia per realizzare profitti. Ma questo ha i suoi limiti e alla fine, i profitti cadranno.

Questa non è certo la strada per ricreare un’economia vivace. Ma nel breve termine, è il modo per creare artificialmente un mercato azionario vivace!

Il mercato azionario non è in sintonia con la vera che colpisce l’economia reale. Si basa su una situazione in cui i ricavi delle aziende sono in calo, dove i numeri delle aziende sono in calo, ma il mercato è in aumento. Questo porterà  prima o poi a un crollo del mercato azionario (una ”correzione”).

L’economia reale si sta dirigendo verso il declino a causa della caduta della domanda e degli investimenti. “Nel periodo fino al 2007, la domanda globale necessaria è stata generata in larga parte dall’espansione del credito e dell’edilizia, in particolare negli Stati Uniti e in Spagna”, scrive Martin Wolf. “Nella crisi americana del 2007-2009 e in quella dell’Eurozona del 2010-2013 questo motore era a corto di benzina. Ciò ha creato questo mondo, fatto di tassi di interesse nominali a breve termine a zero, così come quelli reali a lungo termine. Da allora, in queste economie, la domanda, il potenziale e la produzione effettiva sono rimaste contenute”.

Questo è stato descritto come il capitalismo “zombie”, dove i tassi di interesse ai minimi storici hanno mantenuto le imprese in difficoltà a galla. Nel sistema capitalista, il compito di un crollo è quello di pulire l’economia, attraverso la “distruzione creativa”. Ma rimane una enorme quantità di capacità produttiva in eccesso che appesantisce il sistema del profitto.

“Nel complesso, sembra sicuro che la saturazione di offerta potenziale a livello mondiale peggiorerà. Per questo motivo le pressioni deflazionistiche sono destinate ad aumentare in tutto il mondo” scrive Martin Wolf sul Financial Times. In altre parole, sovrapproduzione ovunque. Abbiamo bassa crescita, bassa inflazione e tassi di interesse a zero, che si somma  alla stagnazione secolare e alla recessione.

Come ha spiegato Marx, “è dunque la natura della produzione capitalistica quella di produrre senza tener conto dei limiti del mercato […] Il mercato si espande più lentamente della produzione […] arriva un momento in cui il mercato si rivela come troppo angusto per la produzione. Questo si verifica alla fine del ciclo. Ma ciò significa solo che il mercato è saturo. La sovrapproduzione è evidente. “(K. Marx, Teorie sul plusvalore, vol.2, pp. 522 e 524).

I capitalisti non hanno fiducia nel loro sistema. Invece di investire, si siedono su mucchi di banconote, nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari. Perché investire quando non c’è domanda? In alternativa, ripongono i loro soldi in titoli di stato, un rifugio sicuro durante una tempesta.

In passato, il commercio mondiale è stata la forza motrice che ha guidato la produzione globale. Questo si sta ormai esaurendo.

Prima del 2008, il volume del commercio mondiale cresceva del 6% annuo, secondo dati del WTO. Negli ultimi 3 anni, ha rallentato al 2,4%. Nei primi 6 mesi del 2015, ha avuto il peggior andamento dal 2009. La Cina si sta “riequilibrando” per allontanarsi dalla dipendenza dagli investimenti ingenti  e delle esportazioni. I salari più alti in Cina fanno si che paesi come il Giappone e gli Stati Uniti  stiano facendo rientrare i propri investimenti in patria (“re-shore”).

Il 2015 segna il quinto anno consecutivo in cui la crescita media delle economie emergenti è diminuita, trascinando verso il basso la crescita mondiale.

La globalizzazione sta rallentando. Il commercio mondiale è fermo. Il volume del commercio mondiale è sceso a maggio 2015 del 1,2%. Ed è sceso per 4 dei primi 5 mesi del 2015. I negoziati del Doha Round sono andati avanti per 14 anni e si sono bloccati. Ora vediamo l’ascesa di blocchi regionali. L’ultimo è il TPP (Trans-Pacific Partnership), che potrebbe coprire il 40% dell’economia mondiale, ma di cui molti dettagli sono in sospeso e che deve essere ratificato da numerosi paesi, compresi gli Stati Uniti. Ma nulla è certo. Obama potrebbe già essere fuori dai giochi prima che tutto sia ratificato, in particolare con un congresso ostile.

Gli investimenti a livello globale, la chiave di ogni boom, continuano a calare. Per molti anni, le economie emergenti hanno investito massicciamente, ma ora hanno rallentato, data la capacità in eccesso delle loro economie. Vi è una crescita più lenta per quanto ci sia una maggiore intensità di scambi di beni d’investimento. Minori investimenti significano anche una più bassa produttività del lavoro. La produttività negli Stati Uniti sta crescendo di un deludente 0,6% all’anno. Questo significa anche un tenore di vita più basso. Il Fmi avverte che i tenori di vita cresceranno più lentamente di prima del 2008, una triste realtà davanti ai lavoratori.

Sono tutti d’accordo che la crisi del 2008 abbia definitivamente abbassato il tasso di crescita. Ha inaugurato una nuova epoca di crisi capitalista. Questo è il significato della stagnazione secolare. Nei paesi a capitalismo avanzato è previsto un potenziale di crescita del 1,6% all’anno fino al 2020, molto inferiore alla produzione potenziale del 2,25% che si aveva prima della crisi del 2008.

Le relazioni del FMI sono piene di toni cupi. Hanno più volte ribassato le loro previsioni, aspettandosi per quest’anno la più lenta crescita dell’economia mondiale dal 2008. Quest’anno, le esportazioni e le importazioni degli Stati Uniti sono calate e ciò riflette la debolezza generale dell’economia mondiale. Questo ha colpito il mercato del lavoro statunitense che ha subito un rallentamento. “Dal mese di luglio, il Fmi ha costellato segni meno in tutte le sue previsioni” afferma il Financial Times.

Ciò riflette la vera situazione del capitalismo mondiale in questo momento. Questa fiacca lascerà il posto ad una nuova recessione mondiale. Tuttavia, questa volta la classe dirigente ha esaurito le munizioni per evitare che una crisi si trasformi in una nuova depressione. Finché il capitalismo dura, crisi e austerità sono all’ordine del giorno. È giunto il momento di porre fine a questo incubo.

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