30 Ottobre 2019

Un mondo in rivolta!

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Da settimane ormai si seguono con regolarità le immagini di una vera e propria rivolta planetaria. Siamo di fronte a un movimento paragonabile alle più grandi ondate rivoluzionarie della storia moderna.

Se nei mesi scorsi già in Algeria e in Sudan le masse sono state in grado di rovesciare i governi in carica, a partire da questo ottobre assistiamo a un vero e proprio effetto valanga.

Attualmente l’epicentro del movimento si colloca in due aree del pianeta che in superficie apparivano dominate dalla reazione: il Medio Oriente e l’America Latina, ma il movimento già tocca l’Europa con la nuova rivolta catalana.

…Egitto e Iraq…

Alla fine di settembre il Cairo ha visto piazza Tahrir riempirsi nuovamente di manifestanti che sfidavano la repressione del regime militare. Subito dopo, ai primi di ottobre, è scoppiata una rivolta di massa in Iraq.

Riporta l’Avvenire del 6 ottobre: “La rivolta in Iraq non si ferma. Nonostante il coprifuoco. Nonostante le vittime. Stamattina si è ripetuto il tragico copione di ieri: le forze di sicurezza irachene hanno sparato, questa volta ad altezza uomo per disperdere i manifestanti raccolti, per il quarto giorno consecutivo, nella centrale piazza Tahrir della capitale. (…) Da martedì, migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia in assetto antisommossa e con l’esercito nella capitale e nelle città meridionali del Paese. Salgono così ad almeno cento le persone morte negli scontri (oltre tremila i feriti) da martedì, quando i manifestanti sono scesi in piazza per contestare il governo corrotto, denunciare la disoccupazione dilagante e lamentare la carenza di servizi di base e il carovita. A ordinare il coprifuoco il primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi. La rete Internet è stata quasi totalmente bloccata in tutto il Paese. (…) In cinque province, sono stati assaltati edifici pubblici e sono stati accesi roghi, tanto che a Nassiriyah e a Dhi Kar è stato proclamato il coprifuoco a partire dalle ore 20. A Baghdad i manifestanti hanno raggiunto la centrale piazza Tahrir nonostante i posti di blocco della polizia, molti altri hanno raggiunto l’aeroporto della capitale.

Il movimento non si è fermato e mentre scriviamo in Iraq si prepara uno sciopero generale.

…Catalogna, Ecuador, Libano…

Quasi negli stessi giorni la Corte suprema spagnola infliggeva pesanti condanne a nove dirigenti politici catalani per il crimine di “sedizione”, ereditato direttamente dal codice penale della dittatura franchista. La condanna ha suscitato una protesta di massa e una vera e propria rinascita del movimento indipendentista, che era caduto nella demoralizzazione e in un certo riflusso negli ultimi due anni. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza il giorno stesso, bloccando l’aeroporto di Barcellona e riempendo le piazze. La violenta repressione operata dalla Polizia nazionale, da gruppi di neofascisti protetti dalle forze dell’ordine, e anche dalla polizia catalana agli ordini di un governo che a parole si dichiara repubblicano e indipendentista, non ha fermato il movimento. Barcellona ha vissuto una notte di barricate e il 18 ottobre sono scese in piazza 750mila persone.

Nelle stesse ore in Ecuador il presidente Moreno annunciava un pacchetto di misure di austerità che colpivano pesantemente le classi popolari dichiarando che non avrebbe ceduto alle proteste. Il movimento in pochi giorni ha assunto un carattere insurrezionale (vedi articolo a pag. 10), costringendo il regime a una precipitosa ritirata di fronte al rischio di essere spazzato via.

Le politiche di austerità sono state la miccia che ha fatto esplodere un gigantesco movimento in Libano. Dopo anni di tagli, privatizzazioni, corruzione, il tentativo di imporre una tassa sulle chiamate via Whatsapp è stata l’ultima goccia. Almeno 1,2 milioni di persone (su una popolazione di soli 6 milioni) sono scese in piazza. In un paese dominato da sette miliardari e da due famiglie che si dividono il potere da decenni, con il 25 per cento di disoccupati, il movimento assume un chiaro carattere sociale e di classe, travalicando le divisioni tra le diverse comunità che compongono il mosaico libanese e coinvolgendo sunniti, sciiti, crisiani, drusi. Anche qui il governo Hariri ha dovuto fare marcia indietro e promettere una legge di bilancio priva di tagli e nuovi attacchi.

…Haiti e Cile

Anche ad Haiti il consueto taglio dei sussidi sui carburanti varato dal governo ha portato a una situazione insurrezionale con Port au Prince completamente bloccata dalle manifestazioni di massa contro il presidente Moïse, fra gli indiziati in un gigantesco caso di corruzione con il furto di 2 miliardi di dollari nello scandalo di PetroCaribe.

Cile. Ancora ai primi di ottobre, il presidente di destra e miliardario Sebastiàn Piñera definiva il paese come “una autentica oasi in una America Latina in preda alle convulsioni”. Pochi giorni dopo si scatenava un movimento di protesta dei giovani contro l’aumento delle tariffe della metro. Gli studenti hanno dato avvio a una vasta campagna di boicottaggio invitando a non pagare il biglietto. La risposta del governo è stata violenta: chiusura di decine di stazioni della metro, arresti e manganellate. Ma il tentativo di isolare gli studenti definiti “terroristi” non ha funzionato, i giovani sono scesi in piazza anche nei quartieri periferici e la popolazione ha solidarizzato. Il ministro degli Interni Chadwick, un vecchio arnese della dittatura militare, ha dichiarato allora lo stato di emergenza e il coprifuoco in numerose zone del paese minacciando i dimostranti di condanne fino a dieci anni di carcere. Esercito e polizia aprono il fuoco più volte, facendo dieci morti in pochi giorni.

Le immagini dei militari scatenati nelle strade hanno creato un effetto profondo nella coscienza delle masse, che ricordano bene la sanguinosa dittatura militare di Pinochet.

A questo punto il movimento ha assunto un chiaro carattere di classe, come ai tempi del regime la popolazione nei quartieri ha organizzato dei cacerolazos (le proteste in cui si battono le pentole a partire dalle 20.30 per sfidare il coprifuoco, e il 23-24 ottobre ci sono stati due giorni di sciopero generale con decine di migliaia di manifestanti che hanno occupato le strade. I portuali, un settore di avanguardia del movimento operaio cileno, hanno fatto appello al rovesciamento del governo e alla convocazione di una Assemblea costituente.

Un movimento mondiale contro il capitalismo

Questi movimenti, pure con le proprie indubbie specificità, hanno delle profonde radici comuni.

1) Sono conseguenza diretta di dieci anni di crisi del capitalismo, una crisi che torna a riaffacciarsi con la prospettiva di una nuova recessione economica a livello mondiale nei prossimi mesi. Le disuguaglianze sociali sono a livelli mai visti, la disoccupazione, la povertà, la precarizzazione, l’emigrazione di massa, lo sfruttamento senza freni, la corruzione sfacciata, si fondono nella consapevolezza diffusa che viviamo in un sistema non solo ingiusto, ma fallimentare.

2) Sono in prima fila i giovani e giovanissimi, la generazione che ha preso coscienza dopo il 2008, che non fa paragoni con i “bei tempi passati” che non ha conosciuto direttamente, che è costretta a lottare per conquistarsi un futuro negato.

3) La repressione diffusa fa cadere sempre di più la maschera della democrazia borghese. Lo Stato si presenta col manganello e con i tribunali, ministri e mass media si scatenano contro la “violenza”, la “sovversione” e il “terrorismo” cercando di inculcare paura e passività nella popolazione.

È un movimento mondiale contro il capitalismo come sistema economico, e contro i governi e i partiti che ne sono i gestori. L’unico paragone possibile è con movimenti internazionali come quelli del ’68, ma questa volta su scala ancora più diffusa e profonda e soprattutto in una condizione di crisi del sistema a tutti i livelli.

Stiamo vedendo il preludio, il primo dispiegarsi di un processo rivoluzionario potenzialmente mondiale, che ad un certo punto si manifesterà anche in Europa, negli Usa, in Cina, nelle zone economicamente decisive del pianeta.

Qualche settimana prima degli avvenimenti qui riassunti, Martin Wolf, un editorialista di punta del Financial Times, così riassumeva un lungo articolo sulla condizione non solo economica ma anche politica del capitalismo mondiale e statunitense in particolare. Certo, anche i più seri rappresentanti della borghesia non possono guardare la realtà fino in fondo, e parlano quindi di un “capitalismo truccato”, di un “capitalismo della rendita”. Con umorismo involontario, Wolf scrive che “in effetti alcuni studi suggeriscono che le aspirazioni della gente comune contino pressoché nulla nelle decisioni politiche” (!!). Davvero non sono necessari “studi” particolari, basta guardarsi attorno per capire che l’intero sistema politico non è altro che una macchina corrotta, parassitaria, costosa al servizio di una ristrettissima minoranza di capitalisti. Di questa poco profumata compagnia fanno parte anche tutti quei politici della sinistra riformista e quei burocrati sindacali che ovunque si affannano a contenere il movimento cercando di spargere pessimismo e demoralizzazione.

Ma le conclusioni dell’articolo sono serie: “Ci pare invece di vedere un instabile capitalismo della rendita, una concorrenza indebolita, una crescita flebile della produttività, grandi diseguaglianze e, non per coincidenza, una democrazia sempre più degradata. Risolvere questo è una sfida per tutti noi, ma specialmente per coloro che conducono le aziende più importanti al mondo. Il modo con cui funziona il nostro sistema economico e politico deve cambiare, oppure periranno.”

Queste righe dimostrano che le “teste pensanti” del capitale vedono il vulcano su cui sono seduti. Ma i sermoni sulla necessità di “cambiare il sistema”, di renderlo più giusto, più democratico, meno disumano, lasciano il tempo che trovano. Come tutte le classi dominanti della storia, i capitalisti si tengono ben stretti i loro privilegi e sono pronti a difenderli con tutti i mezzi.

Gli avvenimenti di questo ottobre straordinario dimostrano che a cambiare le cose non saranno le prediche degli intellettuali illuminati, ma la lotta delle masse, dei poveri, della classe lavoratrice e in primo luogo dei giovani.

La Tendenza marxista internazionale, della quale siamo l’organizzazione italiana, lotta in tutti i continenti per questa prospettiva, per rovesciare una volta per tutte questo sistema putrefatto, e per organizzare attorno al programma rivoluzionario tutti coloro che condividono questa consapevolezza.

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25 ottobre 2019


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