20 gennaio 2016

Un mondo in bilico tra crisi e rivolta

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

La febbre del pianeta non accenna ad abbassarsi. I sintomi della malattia sono molteplici: disoccupazione di massa, crisi borsistiche, fallimenti di aziende, guerre, terrorismo, migrazioni di massa, crisi politiche, impoverimento, saccheggio dell’ambiente… La malattia ha un nome preciso. È la crisi organica del sistema capitalista in cui viviamo.

Anno dopo anno gli economisti hanno previsto l’uscita dalla crisi per l’anno successivo. Il 2015 doveva essere l’anno della svolta, tanto che la Banca centrale americana si è azzardata ad alzare i tassi d’interesse (segnale di fiducia nella crescita) per la prima volta dal 2006. Ma sono bastate poche settimane per mostrare la vera situazione: la ripresa negli Usa è fragile a dir poco, l’Europa annaspa nella stagnazione e i cosiddetti paesi emergenti stanno precipitando in una nuova crisi, a partire dal gigante cinese.

Non è la tipica crisi che ciclicamente colpisce l’economia capitalista e che nel giro di qualche trimestre, o di un paio d’anni, viene superata. È una crisi generale di un sistema che ha raggiunto i suoi limiti storici e non è più in grado di sviluppare le forze produttive e quindi l’intera società.

La globalizzazione è in pezzi, il mercato mondiale si frantuma, ovunque gli Stati e i blocchi di paesi in competizione fra loro alzano barriere crescenti nel tentativo di difendere quote di mercato e di profitti, e fonti di approvvigionamento, dai concorrenti. Gli Usa, che rimangono il gigante economico mondiale, sono una potenza in piena crisi di strategia, incapace di dominare le conseguenze delle proprie azioni, sia sul piano economico che politico e militare.

Il relativo declino degli Usa non è un fenomeno nuovo e molti negli scorsi anni si sono esercitati a prevedere quale nuova potenza avrebbe preso l’egemonia sul mondo capitalista e guidato una nuova fase espansiva. Negli anni ’80 si parlava del Giappone, più recentemente c’è stato chi ha puntato sull’eurozona, forte della moneta unica, chi sulla Cina, poi allargata ai cosiddetti Brics (Cina Russia India Brasile Sudafrica). Ma mentre l’ascesa dell’imperialismo Usa si sviluppò al massimo grado dopo la loro vittoria nella Seconda guerra mondiale e durante la più grande ascesa economica della storia, il boom economico postbellico, che durò quasi trent’anni, oggi, sulla base di un’economia in crisi, non può emergere nessuna nuova potenza in grado di guidare una nuova stagione di sviluppo del capitalismo. La prospettiva è quella di una lotta sempre più feroce per strapparsi l’un l’altro mercati, profitti e influenza.

Dopo 25 anni di guerre sanguinose, con la presidenza Obama gli Usa hanno dovuto prendere atto del fallimento della loro strategia e tentano di scongiurare le conseguenze catastrofiche della loro stessa politica cercando a denti stretti la collaborazione dei loro nemici storici, in primo luogo Russia e Iran. Ma non si sfugge al caos, il tentativo di disimpegno statunitense non porta alla pace ma all’esplosione di nuovi conflitti. Infuriata dal voltafaccia americano, l’Arabia Saudita tenta di fare saltare il fragile accordo Iran-Usa scatenando persecuzioni sanguinose contro gli sciiti e facendo crollare il prezzo del petrolio; la Turchia a sua volta tenta di inserire le sue mire espansioniste nel vuoto creato dalle guerre precedenti (Iraq, Siria); lo stesso fanno le petromonarchie gonfie di dollari (Kuwait, Emirati), sempre pronte a sostenere le cause più reazionarie. Ognuno arma le proprie milizie in un caleidoscopio di sigle, da Al Quaeda all’Isis, in una spirale sanguinosa che si prolunga in un terrorismo endemico che cerca consensi nei ghetti sempre più disperati anche in Europa. Feroci e atterrite allo stesso tempo, le classi dominanti dei paesi imperialisti rispondono con lo stato d’emergenza, le leggi repressive, il filo spinato.

Sono queste le basi della instabilità politica che si diffonde sempre di più. Certo, la coscienza dei lavoratori e delle masse in generale tende ad aggrapparsi al passato, alla speranza di una uscita indolore da queste convulsioni, in certi casi anche a dare credito ai demagoghi che promettono facili soluzioni a spese di chi sta peggio. Ma il quadro di questi ultimi anni è costellato in modo crescente dai sintomi di un risveglio.

Le masse cercano a tentoni una soluzione ai loro problemi e spingono avanti nuovi partiti e nuovi leader: Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, Corbyn in Gran Bretagna, ne sono dei chiari esempi. Dopo essere scesi massicciamente in piazza tentando di fermare le politiche di austerità, i lavoratori e i giovani si sono riversati sul terreno elettorale proiettando rapidamente verso il governo forze fino al giorno prima marginali o addirittura inesistenti.

Si tratta, bisogna sottolinearlo, di un preludio. Nessuna di queste forze ha né il programma né i metodi di lotta per mantenere quanto promette. La lezione di Atene è ancora fresca e non deve essere dimenticata: anche le misure più elementari di difesa delle condizioni di vita basilari dei ceti popolari si sono scontrate con la resistenza feroce della classe dominante greca, europea e mondiale, e di fronte alla scelta tra una lotta senza quartiere e la capitolazione, Tsipras ha capitolato.

La stessa resistenza la incontrerà Podemos se andrà al governo, così come la coalizione di sinistra in Portogallo. In Gran Bretagna la classe dominante reagisce furiosamente all’elezione di Corbyn a leader laburista, usando i parlamentari della corrente blairiana, uno scontro senza esclusione di colpi che potrebbe persino spaccare il Labour.

Altri partiti della sinistra riformista, strumenti fondamentali per il mantenimento del dominio della borghesia, sono stati spazzati via come il Pasok, o rischiano una crisi profonda come il Psoe in Spagna o i socialisti in Francia.

I lavoratori tenteranno più e più volte di trovare la via d’uscita da condizioni sempre più intollerabili. La nostra organizzazione lotta per affermare in questo scenario tormentato l’unica via d’uscita ragionevole: una rivoluzione che porti a una società socialista, nella quale le risorse e i mezzi di produzione siano di proprietà comune e gestiti per il bene comune.

18 gennaio 2016

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