8 giugno 2016

Un bilancio delle elezioni amministrative

Le elezioni amministrative del 5 giugno hanno uno sconfitto su tutti, e il suo nome è Matteo Renzi. Il Partito democratico perde, nelle cinque città maggiori recatesi al voto (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna), oltre 650mila voti rispetto alle europee del 2014, le prime consultazioni nazionali che vedevano protagonista l’attuale premier. Nei sette capoluoghi di regione dove si rinnovava il sindaco, un elettore su quattro non ha scelto il Pd rispetto alle comunali del 2011.

I democratici rischiano di perdere Milano, dove, tra i due candidati manager, quello del centrodestra, Parisi, è risultato più convincente di Sala per quel 54% (-13% rispetto al 2011) che è andato a votare. La Capitale morale è la cartina al tornasole del fallimento della “stagione arancione” dei sindaci, cioè quella volta a condizionare da sinistra il Pd. Sostenendo Mr. Expo, Pisapia e soci hanno coronato la storia di cinque anni di giunta, fatta di sottomissione ai poteri forti. Che infatti premiano Sala, che fa incetta di voti nel centro di Milano, come del resto il Pd fa anche nei quartieri bene di Torino, come Crocetta. O come a Roma, dove Roberto Giachetti, l’uomo di Renzi, vince praticamente solo in centro e ai Parioli. Nel resto della città, Giachetti perde comunque 200mila voti rispetto a Marino.

Il tentativo di costruire il Partito della nazione, l’asso pigliatutto dello spettro politico, subisce dunque una battuta d’arresto.

Se il Partito democratico piange, la destra non può ridere. L’insperato successo di Milano, dove al ballottaggio Parisi ha concrete possibilità di vittoria, non servirà a ricompattare la destra ma acuirà ulteriormente gli scontri e le divisioni. A parte Milano infatti, Forza Italia crolla quasi dappertutto. A Roma scende al 4,2%, a Torino è al 4,6, a Bologna al 6,2. Solo a Napoli si avvicina alla doppia cifra, col 9%. La Lega, con un 8% complessivo a livello nazionale, non riesce a superare Fi (10%) e, soprattutto, non riesce a sfondare oltre la pianura padana: a Roma la lista “Noi con Salvini” ottiene il 2,7%. Giorgia Meloni non arriva al ballottaggio ma a Roma ottiene il 12%, triplica i voti di Fratelli d’Italia (da 60 a 180mila) e cercherà di battere cassa a livello nazionale. Per inciso, l’estrema destra di Casapound ottiene risultati irrisori: 1,14 a Roma e 0,54% a Torino, per fare due esempi.

Nessuno di questi partiti riesce a imporsi chiaramente sugli altri e la grande borghesia non necessita oggi dei loro servigi: la crisi della destra durerà ancora a lungo.

Chi consolida invece il ruolo di alternativa a Renzi e al Pd è il Movimento 5 stelle. A Roma Virginia Raggi triplica i voti (450mila) rispetto al candidato sindaco pentastellato alle precedenti comunali. Malgrado un programma che non dice nulla sulle privatizzazioni e sulle questioni chiave della città raccoglie un voto di protesta popolare in particolare in periferia. A Torino il M5S è la lista più votata con oltre il 30% e la vittoria di Fassino al ballottaggio non è affatto scontata. Anche qui nelle periferie, come Borgo Vittoria, Vallette o Barriera di Milano, Chiara Appendino, la candidata grillina, batte Fassino.

Persino nelle città dove il Movimento 5 stelle aveva candidati improbabili, come il brianzolo Brambilla a Napoli, le sue percentuali non scendono mai al disotto del 9-10%.

Il voto al M5S non rappresenta un alternativa reale alle politiche della classe dominante del Pd. Segnala un disagio e una volontà di cambiamento di ceti popolari, ma a causa delle politiche interclassiste dei vertici, rappresenta un ostacolo allo sviluppo di un movimento di massa in questo paese.

La prova del governo di Roma o di un’altra grande città come Torino, costituirà uno spartiacque per Di Maio e soci. Se si vuole restare dentro le logiche del capitale e del pareggio di bilancio, non ci sono alternative alle politiche di tagli portate già avanti dalla giunta Pizzarotti a Parma, ad esempio. La differenza è che il clamore di una politica di austerità perseguita nella Capitale avrà conseguenze dirette per il futuro del movimento.

Il voto amministrativo produce dunque elementi di ulteriore instabilità al quadro politico. Un editoriale del Sole 24 ore del 7 giugno segnala a riguardo le preoccupazioni crescenti della borghesia italiana, quando spiega che: “Questo voto può essere la spia di un malessere sociale ed economico più profondo di quello immaginato.” Un malessere e un insoddisfazione che sfocia nel voto al M5S e nell’astensione e che le formazioni a sinistra del Pd non riescono assolutamente a intercettare.

Sempre nelle cinque principali città interessate dalle elezioni, le liste a sinistra del Pd perdono un terzo dei voti (da 200mila a 130mila circa) rispetto alle precedenti comunali, che siano o meno alleate al Pd. A Roma Fassina con il 4,47% perde la metà dei voti rispetto a quelli che avevano preso Sandro Medici più Sel nelle scorse elezioni. Evidentemente la continuità con Marino (sostenuto da Sel fino alla fine) e il suo programma ambiguo sulle questioni di classe non lo hanno reso credibile. Anche a Bologna, dove Coalizione civica trainata da Sel ottiene il 7% e 12mila voti, assistiamo a un arretramento. Cinque anni fa la lista della prodiana Frascaroli a sostegno di Merola e i candidati di Sel al suo interno prendeva infatti 22mila voti e il Prc 2.700.

Il candidato sindaco Martelloni “non da per scontato” un sostegno al Pd al secondo turno, affidandosi alla logica del “meno peggio”, parole riecheggiate in un’intervista televisiva a Basilio Rizzo a Milano che spiegava come “al secondo turno si sceglie il meno distante”. Tali affermazioni relegano ancora una volta queste formazioni a essere viste come ruote di scorta del partito di Renzi.

Non sarà con queste liste arlecchino e con alchimie dell’ultimo minuto che si potranno risollevare le sorti della sinistra politica in questo paese.

Un’eccezione in questo quadro desolante è sicuramente l’affermazione di De Magistris a Napoli, che è oggi l’unico leader politico a sinistra del Pd con un appoggio popolare di massa. Il successo di De Magistris deriva dall’essersi caratterizzato come alternativo e anzi avversario di Renzi, particolarmente negli ultimi mesi, e nell’essersi opposto alle politiche di privatizzazioni nonché alle speculazioni e al saccheggio della città su cui invece hanno ceduto tutti gli altri sindaci “arancioni”.

Tuttavia, la sua indisponibilità a costruire un movimento organizzato, con un programma chiaro e alternativo al sistema, depotenzia fortemente le sue chances di diventare di un punto di riferimento nazionale.

La classe dominante ha ragione ad essere preoccupata di queste elezioni «come spia di un malessere sociale ed economico profondo». Quel malessere fatto di soprusi e alienazione nei luoghi di lavoro e di studio, di tagli ai salari e attacchi alle pensioni, di smantellamento ai servizi sociali di cui nessuno parla. Come quella rabbia a cui nessuno fornisce un espressione compiuta. O quegli scioperi e di quelle lotte delle ultime settimane in Italia che non sembrano interessare nessuna forza politica o, infine, quella straordinaria lotta di massa in Francia contro governo e padroni che sembra lontanissima per i dirigenti della sinistra «ufficiale»

Noi, come gli esponenti più lungimiranti della classe dominante, sappiamo che anche in Italia esistono tutte le condizioni oggettive per l’esplosione di un conflitto simile a quello francese. Ed è su questa prospettiva che vogliamo investire, coscienti che solo sulla base della lotta di classe potrà rinascere un partito dei lavoratori di massa.

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