Trump approva nuovi dazi – Verso una guerra commerciale?

Con l’annuncio dell’introduzione di dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio Donald Trump concretizza la promessa fatta durante la campagna elettorale del 2016: “Rendere di nuovo grande l’America”. All’epoca avevamo spiegato che tale slogan non avrebbe significato l’avvio di una politica isolazionista, ma al contrario di una strategia aggressiva da parte del capitalismo Usa nei confronti dei suoi concorrenti.Già nei primi giorni del suo mandato Trump aveva ritirato l’adesione degli Usa dal Tpp, l’accordo commerciale fra i paesi più importanti (esclusa la Cina) che si affacciano sul Pacifico e aveva definito il Nafta (il trattato con Canada e Messico) “il peggior affare della storia”.
L’Unione europea annuncia misure ritorsive sino a 3,5 miliardi di dollari su un’ampia gamma di prodotti americani, Anche la Cina è sul piede di guerra e minaccia “un’appropriata e necessaria risposta”. Tutti richiedono l’intervento del Wto, non comprendendo che a Trump questa istituzione incute lo stesso timore del Club delle giovani marmotte.

 

Crisi del commercio mondiale

Per decenni era stata proprio la crescita del commercio mondiale una delle principali forze motrici dell’economia capitalista. Se negli anni ’90 il commercio cresceva oltre il doppio del Pil, e negli anni 2000 una volta e mezza, dopo la crisi del 2008 il meccanismo si è fermato e il commercio a malapena segue la produzione.
La politica di Trump è in realtà un riflesso della crisi globale del capitalismo e in particolare della contrazione del commercio mondiale.
Trump rappresenta quella parte della borghesia americana che non può più sopportare che il primo partner commerciale di Washington, la Cina, mantenga un surplus commerciale di 375 miliardi di dollari nei suoi confronti. La Cina è dunque un obiettivo della guerra di Trump, ma a essere in pericolo è anche l’Unione europea e soprattutto la Germania. Gli Usa sono la principale fonte del surplus commerciale di Berlino: se le minacce di Trump di tassare le importazioni di automobili tedesche si concretizzassero, ciò comporterebbe (per una tariffa del 35%) una perdita di 17 miliardi di euro all’anno
per i costruttori tedeschi.
“Quando un Paese (gli Usa) perde molti miliardi di dollari nel commercio con praticamente ogni Paese con cui fa affari, le guerre commerciali sono giuste e facili da vincere”, ha dichiarato recentemente Trump.
I governi di mezzo mondo sono scandalizzati da questo linguaggio e dalla nuova politica americana. Eppure le politiche protezioniste non sono una novità assoluta: di fronte alla crisi gli Stati hanno più volte adottato dazi e misure protezionistiche contro le importazioni. Dal 2010 l’Unione europea ha introdotto 53 misure difensive sui prodotti in acciaio e ferro, di cui 27 sulle merci provenienti dalla Cina. Anche lo stesso Obama nel 2016 aveva approvato dazi fino al 522% su alcuni tipi di acciaio cinese. D’altra parte “il surplus globale nella capacità produttiva del settore ha raggiunto nel 2016 737 milioni di tonnellate metriche, il livello più alto mai visto.” (fonte www.siderweb.com)

 

Tutti contro tutti?

Il cambiamento qualitativo è che Trump fa del protezionismo la strategia economica guida dell’economia americana, rivolta potenzialmente contro qualsiasi paese del mondo.
I rischi di una guerra commerciale non sono causati dalla mente malata di “the Donald” ma dall’enorme sovrapproduzione esistente a livello mondiale in ogni settore industriale. Diminuendo la velocità di espansione del commercio mondiale ogni borghesia nazionale cerca di sottrarre quote di mercato alle altre. Inoltre, sollevando l’eccezione sulla sicurezza nazionale per l’introduzione dei dazi, l’amministrazione Trump sarà libera di scegliere quali paesi colpire e quali salvare. Nella strategia di Trump l’era del Wto e dei trattati internazionali volge al tramonto e si apre quella degli accordi bilaterali con i paesi che si piegheranno alla sua politica aggressiva.
Il piccolo problema per l’inquilino della Casa bianca è che gli Stati Uniti rappresentano sì l’economia più forte del pianeta, ma non dominano più il mondo capitalista in maniera incontrastata come dopo la Seconda guerra mondiale. Ritorsioni reciproche sono nell’ordine delle cose e uno scontro protezionista nella logica del tutti contro tutti diventa la prospettiva più probabile.
Secondo uno studio prodotto da Bloomberg.com con i dazi Usa la crescita dell’economia mondiale da qui al 2020 potrebbe essere dello 0,5% inferiore rispetto a uno scenario senza misure protezioniste. Il commercio mondiale potrebbe contrarsi nello stesso periodo del 3,7%. Una guerra commerciale globale potrebbe costare 470 miliardi di dollari all’economia mondiale. “Uno scenario estremo – spiegano i giornalisti di Bloomberg – ma ora non più impossibile”.
A pagare il prezzo più salato sarebbero proprio i lavoratori, quelle stesse maestranze del settore siderurgico di cui Trump, in maniera demagogica, si è circondato al momento della firma del decreto di imposizione delle tariffe. Quando Bush nel 2002 adottò una politica simile nei confronti delle importazioni di acciaio dall’Ue (poi ritirata l’anno successivo) i posti di lavoro persi nell’industria americana furono circa 200mila.
Electrolux, ad esempio, ha dichiarato di aver sospeso un investimento di 250 milioni di dollari in una fabbrica di cucine nel Tennessee, annunciato a gennaio. “Siamo preoccupati per l’impatto che i dazi potrebbero avere sulla competitività delle nostre operazioni negli Stati Uniti”, ha affermato la multinazionale svedese.

 

Fine della globalizzazione

Non fu il crollo di Wall street nel 1929, ma il dilagare di politiche e protezioniste e di dazi nel periodo seguente a causare la grande depressione degli anni ’30, risolta alla fine solo dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e dall’enorme distruzione delle forze produttive che ne conseguì. Oggi le conseguenze di una guerra commerciale sarebbero molto peggiori rispetto agli anni ’30. Ogni paese è indissolubilmente legato e subordinato al mercato mondiale.
Tuttavia la fine ormai palese della “globalizzazione” significa anche la fine di una chiara gerarchia fra le potenze capitaliste e una loro minore capacità di comporre i propri conflitti d’interesse. È uno scenario che non significa solo guerre commerciali, diplomatiche e a volte anche militari, ma anche una minore capacità della borghesia di presentarsi compatta di fronte al movimento operaio: un cambiamento gravido di conseguenze rivoluzionarie e che, non a caso, terrorizza gli strateghi più lungimiranti del capitale.

 

29 marzo 2018

 

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