20 Dicembre 2021 Massimiliana Piro

Trent’anni di “bla bla bla” – Fallisce anche la Cop26

Entrerà nella storia l’immagine di Greta Thunberg di fronte ad una conferenza internazionale incapace di dare risposte ai giovani e all’intera umanità. Segna un cambio di passo importante, “il re è nudo” e questo ennesimo fallimento sottolinea che il capitalismo ostacola e rallenta le soluzioni della crisi ambientale da esso stesso causata.

“Trent’anni di bla, bla bla” sintetizza Greta, cogliendo ancora una volta nel segno. Infatti da almeno tre decenni le Nazioni Unite si pongono l’obiettivo di contrastare i cambiamenti climatici tramite Conferenze delle parti (Cop) che sistematicamente falliscono. La prima conferenza si tenne a Berlino nel 1995, ma già da decenni la questione veniva sollevata e si tentavano le prime azioni a livello internazionale. Bisognò attendere il 1997 e la Cop3 per quello che sembrò essere il primo, rassicurante, impegno concreto, il Protocollo di Kyoto, trattato internazionale che prevedeva una riduzione del 5% dei gas serra rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012. Il 2012 è passato ma questa riduzione non c’è stata.

Nella Cop15 svoltasi a Copenhagen nel 2009 si decise di stanziare un fondo verde per il clima per sostenere i paesi in via di sviluppo. Non furono però presi impegni sulla gestione del fondo, che in seguito si inabissò per fare periodica ricomparsa tra i bla bla bla delle conferenze successive. Nella Cop21 svoltasi a Parigi nel 2015 s’impressiona l’opinione pubblica sfoderando soglie ed impegni precisi: zero emissioni entro il 2050, mantenere l’aumento della temperatura sotto i 2°C, possibilmente 1,5°C entro fine secolo… Peccato che poi le emissioni continuino invece ad aumentare e che con le politiche messe in atto dai governi si stimino aumenti delle temperature superiori a 2,4°C entro fine secolo.

A Glasgow 100mila in piazza

Si giunge così a Cop26, tenutasi quest’anno a Glasgow, dove i governi non riescono nemmeno ad accordarsi su una data indicativa per uscire dal carbone e dagli altri combustibili fossili, data che su proposta dell’India potrebbe slittare addirittura al 2070. Mentre i potenti della Terra discutevano del nulla, 100mila persone, esigendo un cambiamento radicale rispetto al passato, hanno invaso le strade di Glasgow per l’ultimo degli appuntamenti convocati dai Fridays for future.

Dagli accordi scompare l’impegno tassativo a contenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5°C entro fine secolo e, come nelle precedenti conferenze, si continua a non prevedere accordi vincolanti per il fondo verde che incentiverebbe la transizione energetica nei paesi più poveri.

In sintesi, nessun impegno: la logica del profitto e la frammentazione economica e politica non lo consentono. Ci si consola con qualche topolino partorito dalla montagna come l’accordo tra gli Stati Uniti e la Cina, che è vista come la chiave di volta contro il riscaldamento globale, o come l’alleanza Boga (Beyond oil and gas Alliance).

Nell’accordo raggiunto con gli Stati Uniti, la Cina si impegnerebbe a cessare il consumo di carbone nel piano quinquennale (2026-2030) ed i due paesi ribadiscono la cessazione, all’estero, delle centrali a carbone con emissioni non abbattute. Dunque gli impegni verso la transizione energetica restano generici e per di più si basano su tecnologie, come la cattura della CO2 (carbone non abbattuto), che sottraggono finanziamenti alle energie pulite e che non risolvono il problema della produzione di anidride carbonica perché, almeno ad oggi, si basano semplicemente sul suo immagazzinamento nel sottosuolo.

In sintesi azioni di contrasto decisive già nel lontano 1995 non sono state attuate nemmeno dopo tre decenni: più bla bla bla di così!

Considerato che superare 1,5°C, rispetto ai livelli preindustriali, entro fine secolo avrebbe effetti devastanti sull’ecosistema terrestre, per altro con costi ben superiori a quelli della transizione energetica alle energie pulite, a Glasgow si sarebbe dovuta almeno concordare una road map per adeguare entro il 2023 gli impegni per raggiungere questo obiettivo minimo. In questa direzione andava anche stabilito un periodo di 5 anni per l’attuazione degli impegni nazionali e fissati obblighi chiari sui finanziamenti per il clima. Ancora restano i mercati del carbonio, nati al solo scopo di ridurre i costi per le aziende, che si basano su false riduzioni delle emissioni di CO2 come l’esproprio di terre per la piantagione industriale di alberi a crescita rapida.

Una farsa pericolosa

Dunque la Cop26 non è stata solo un fallimento ma anche una farsa pericolosa, in cui l’Italia si è inserita a meraviglia. Abbiamo, infatti, aderito come “friend” all’alleanza Boga, promossa da Danimarca e Costa Rica e sottoscritta da una decina di paesi, che punta all’eliminazione di petrolio e gas mediante obiettivi misurabili. “Friend” vuol dire che l’Italia si pone come osservatore esterno, evitando di assumere impegni. Per rispettare gli accordi di Parigi l’Italia dovrebbe ridurre le emissioni, entro il 2030, del 92% rispetto a quelle del 1990, mentre con le misure in atto saranno più basse solo del 26%. Quindi l’Italia avrebbe dovuto intraprendere azioni ben più incisive, se avesse aderito non solo come “friend”, ma questo è impossibile con il Ministro Cingolani che vede nel gas il migliore amico della transizione, lascia i sussidi alle fossili (34,6 miliardi nel 2020) e non sostiene adeguatamente la transizione verso le energie pulite e la riduzione del metano in Sardegna; metano che, com’è noto, contribuisce alla metà del riscaldamento globale.

Nulla nemmeno sul settore automotive per un’uscita rapida dalla produzione dei veicoli a benzina. Per le direttive europee almeno il 22% dei nuovi autobus dovrebbero essere a zero emissioni al 2025 e almeno il 32,5% al 2030, ma nel nostro paese siamo fermi ad un misero 0,6%: altro che uscita rapida!

Grave anche che l’Italia non compaia nell’impegno contro la fissione nucleare, ignorando gli esiti referendari che era lì a rappresentare.

“Se il vento fischiava ora fischia più forte” cantava Paolo Pietrangeli, celebre cantautore recentemente scomparso, strofa che oggi assume un doppio significato: quello meteorologico, per l’aumento delle temperature, e quello politico perché “le idee di rivolta non sono mai morte”. Hanno i giorni contati le farse del capitalismo, i lavoratori ed i giovani stanno acquisendo consapevolezza e scenderanno sempre più numerosi in piazza per abbattere un sistema marcio e per la rivoluzione!

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