“The Economist” e i pericoli di una nuova recessione

Un’altra crisi economica è solo una questione di tempo. E combatterla sarà più duro della volta precedente”.

Con queste parole inizia uno speciale dedicato all’economia mondiale del prestigioso settimanale in lingua inglese “the Economist” (13 ottobre). Che, del resto, già in copertina aveva reso chiaro il concetto: “La prossima recessione. Quanto sarà brutta?” Il periodico è dedicato agli esperti e alle classi dominanti di tutto il mondo. Può e deve, dunque, parlare chiaro ai propri lettori.

Le cause della prossima recessione, spiega lo speciale, risalgono alla crisi del 2008, quando le banche centrali dei paesi sviluppati, prima la Federal reserve statunitense, poi la banca centrale giapponese e la BCE, aumentarono la quantità di denaro in circolazione per rilanciare gli investimenti e i consumi. Con la riduzione dei tassi di interesse i grandi capitali si spostarono nei paesi in via di sviluppo, alla ricerca di rendimenti più alti offerti dai titoli e dalle obbligazioni di questi ultimi.

Le politiche di quantitative easing si sono ormai concluse e il rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed ha invertito la rotta dei capitali che stanno facendo ritorno negli Stati uniti. I paesi emergenti vengono fatti precipitare verso il baratro. Il problema è che “rispetto a vent’anni fa, quando i  mercati emergenti rappresentavano il 43% della produzione mondiale (misurata dal potere d’acquisto), oggi sono al 59% (…) Queste economie in veloce crescita affronteranno un aggiustamento doloroso che peserà anche sulle economie avanzate”.

“La parte più ricca del pianeta è male equipaggiata per gestire un simile stress.” Alcuni strumenti di stimolo per l’economia sono stati già usati per uscire dalla recessione precedente. “Nelle economie dei paesi avanzati il peso del debito dei governi è salito al di sopra del 100% del Prodotto interno lordo (Pil), 30 punti percentuali in più rispetto al 2007. Anche il debito nei paesi emergenti è cresciuto, da una media di circa il 35% del Pil a oltre il 50%. I piani per uno stimolo fiscale su larga scala saranno molto difficili da attivare da un punto di vista politico (…) In Europa qualunque dibattito riguardo i prestiti contratti dai governi minaccia di rianimare quella resa dei conti politica a cui abbiamo assistito ai tempi della crisi dell’Euro.

In un altra sezione è dedicata a individuare i “cigni neri” vale a dire i segnali di pericolo per l’economia.

Il rapporto tra debito societario non finanziario e il Pil ha raggiunto il massimo storico di oltre il 73%. Una quota preoccupante dei nuovi prestiti finanziari si presenta sotto forma di “leveraged loans”, un’alternativa alle obbligazioni (i “leveraged loans” sono tipi di prestito che vengono estesi a società o individui che hanno già una notevole quantità di debito e / o una storia creditizia scadente, ndr). L’attività ricorda quella del mercato speculativo sui mutui che ha avuto un ruolo preminente nella crisi finanziaria globale. (…) Le dimensioni di questo mercato sono raddoppiate dal 2010 e sono i pari a mille miliardi di dollari”.

In poche parole il capitalismo non ha imparato nulla dalla recessione del 2008: enormi capitali si sono indirizzati di nuovo nella finanza, creando una gigantesca bolla speculativa che non ha alcuna relazione con l’economia reale. Ma non c’è nulla da stupirsi. La natura dell’economia di mercato è proprio quella di indirizzare i capitali nei settori più redditizi per poter creare nuovo capitale.

Attenzione particolare è poi dedicata all’Italia, definita “una bomba ad orologeria”. La preoccupazione è per l’elezione di un governo populista e per il debito al 130% del Pil. “Una nuova crisi (in Italia, ndr) sarebbe estremamente difficile da controllare. Il panico si potrebbe irradiare lungo tutti i mercati finanziari, congelando gli investimenti e la crescita a livello mondiale”.

L’Economist solleva preoccupazioni per lo stato dell’economia cinese, la cui economia sta rallentando ( si prevede una crescita del Pil del 6,5% nel 2018) e in cui il debito sta crescendo in maniera esponenziale: il debito totale (dei privati e del governo) è infatti passato in dieci anni dal 149% al 256% del Pil. Inoltre “i redditi delle famiglie come parte del Pil sono diminuiti dal 2016, rendendo difficile un’ulteriore crescita del mercato interno.”

Insomma la Cina non è nelle condizioni di svolgere quel ruolo di motore della crescita che ebbe dopo la scorsa recessione.

Le preoccupazioni peggiori, tuttavia, per l’Economist risiedono da una parte nella guerra commerciale ormai avviata fra le grandi potenze. Con la prospettiva di una nuova recessione, analizza il settimanale qualsiasi tensione persistente di questa natura può esplodere in un conflitto ancora più grande quando il ciclo economico cambierà.

Legate alle spinte protezioniste, ciò che non fa dormire sonni tranquilli alla borghesia è l’instabilità politica crescente a livello mondiale.

Un decennio fa, quando l’anello debole era un sistema finanziario in disintegrazione, la cooperazione tra i governi – dal coordinamento delle azioni delle banche centrali alla costituzione del G20 come luogo di discussione della crisi – ha aiutato a impedire un disastro maggiore. Il mondo oggi appare molto diverso.”

“Le minacce più grandi all’economia globale sono oggi politiche” conclude the Economist.

Dieci anni fa come Tendenza marxista internazionale scrivevamo come tutti i tentativi della borghesia di ripristinare l’equilibrio economico avrebbero distrutto l’equilibrio politico e sociale.

A questa conclusione arrivano oggi anche gli analisti della borghesia, quando parlano apertamente (come da sotto titolo di uno dei pezzi de “The Economist” di “nuovo disordine mondiale”.

Ma mentre il loro tentativo, disperato, è quello di ripristinare l’ordine capitalista, con ogni mezzo necessario e imponendo sacrifici e sofferenze di ogni genere alle classi oppresse del pianeta, il nostro obiettivo è quello di imporre un nuovo ordine, quello socialista.

Un sistema senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo che rappresenta l’unica speranza per l’umanità.

 

 

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