10 Ottobre 2019

Sull’economia mondiale arriva una nuova tempesta

Oramai è un dato di fatto, l’economia internazionale ha già un piede nella recessione. Ma a 11 anni dalla grande crisi del 2008, la borghesia ha già scoccato tutte le frecce del suo arco. L’economia internazionale entra in questa nuova fase recessiva portandosi ancora dietro tutte le contraddizioni accumulate con le politiche adottate per affrontare la crisi precedente. L’austerità, imposta dalla borghesia alla classe lavoratrice come l’unico rimedio per poter uscire dalla recessione, ha salvato solo quelle élites che con la crisi si sono rafforzate e anzi hanno aumentato i propri profitti. A partire dagli anni immediatamente successivi alla recessione del 2008 il numero dei miliardari è raddoppiato e solo nell’ultimo anno i loro patrimoni sono cresciuti di 900 miliardi di dollari a fronte di una riduzione pari all’11% della ricchezza posseduta dal 50% della popolazione mondiale più povera (dati Oxfam 2019). La diseguaglianza economica è un fenomeno insito del capitalismo, ma la sua esasperazione fornisce una misura esatta di chi ha pagato le conseguenze della crisi.

Previsioni negative

Il massiccio salvataggio delle banche seguito allo scoppio della bolla finanziaria e alla crisi del 2008 fu reso possibile attraverso misure di lacrime e sangue per i lavoratori e i ceti più poveri, ma le politiche che ieri servivano per risolvere le difficoltà di natura finanziaria oggi stanno avendo conseguenze nell’economia nel suo complesso. Si è risolto un problema per crearne uno di proporzioni più grandi. Per di più il contesto globale è caratterizzato dall’acutizzazione delle contraddizioni tra paesi, su tutte la guerra commerciale e tecnologica tra gli Stati Uniti e la Cina, da crescenti tenisioni internazionali e dalle continue crisi politiche, di cui la Brexit è solo un esempio clamoroso.

Le previsioni di crescita economica pubblicate nello scorso maggio sono state bruscamente ribassate e saranno soggette ad ulteriori revisioni in caso di un aumento dell’instabilità politica internazionale. Se nel 2018 la crescita mondiale si assestava su un tasso annuo pari al 3,6%, spinta essenzialmente dalla Cina e dai paesi del G20, oggi si stima una crescita economica annuale del 2,9% per il 2019 e del 3% per il 2020.

I paesi che subiscono i crolli più verticali sono proprio quelli che fino all’anno scorso hanno permesso una tiepida crescita nel panorama internazionale. Rispetto al tasso di crescita del 2018 si segnalano: -0,5% di crescita per la Cina nel 2019 e -0,9% nel 2020; -0,7% di crescita per i paesi del G20 nel 2019 e -0,6% nel 2020 (dati Ocse, settembre 2019). Sugli Stati Uniti si dirà più avanti, per ora basti dire che anche la prima potenza mondiale registra un freno del suo lungo ciclo economico ascendente (riduzione stimata a -0,5% per il 2019 e -0,9% per il 2020). Situazione analoga anche in America Latina dove l’inversione della crescita, seppur con intensità diverse, riguarda il Brasile, l’Argentina, il Venezuela e in America Centrale il Messico.

Il calo dell’industria

Il calo della crescita economica traina verso il basso gli investimenti e la domanda di beni. Rispetto al 2018 gli investimenti sono ampiamente in declino in tutte le economie avanzate e passano da un tasso annuale di crescita del 5% nel 2018 all’1% nella prima metà di quest’anno. Incide in primo luogo la caduta dei due terzi delle esportazioni di nuovi prodotti causata dall’inasprimento della guerra commerciale che porta su tassi negativi anche il livello di crescita del commercio mondiale. Il settore produttivo che di più sta pagando il conto dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina è quello della manifattura e dell’industria dell’automobile, particolarmente in Germania, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud.

La crisi economica attuale è alimentata da una sovrapproduzione ancora molto in là dall’essere risolta e che anzi si approfondisce proprio per l’escalation del protezionismo.

L’indice Pmi, che si basa sulle previsioni sugli ordinativi, le scorte, la produzione e l’occupazione, è in territorio negativo (valore inferiore a 50) per le principali economie avanzate, e anche gli Usa sono avviati sulla stessa strada (v. grafico, Banca d’Italia luglio 2019). Significa che molte aziende iniziano ad avere i magazzini pieni e a ridurre l’utilizzo degli impianti.

Da un punto di vista marxista, dalla crisi di sovrapproduzione discende una riduzione della profittabilità, dovuta al mancato realizzo del profitto sul mercato, e da questa un aumento delle scorte. La riduzione dell’utilizzo del totale degli impianti di produzione nella fase attuale si traduce poi in un aumento dei costi di produzione e conseguentemente in un ulteriore avvitamento dell’economia mondiale che potrebbe portare ad un peggioramento anche della situazione nel mercato del lavoro (abbassamento dei salari e licenziamenti).

L’inversione della curva dei rendimenti britannici e americani è un ulteriore indizio della profondità della crisi economica. Ad agosto infatti si è registrata una diminuzione degli interessi sui titoli di lunga scadenza maggiore rispetto a quella pagata per i titoli a breve. In altre parole questo significa che c’è la sensazione che il prossimo futuro sarà più rischioso di quello a noi più lontano. La percezione di un imminente aumento del rischio, che porta ad un aumento dei tassi di interesse dei titoli con scadenze ravvicinate, è un misuratore del peggioramento della situazione economica. Ogni volta che nella storia la curva dei rendimenti si è invertita l’economia è entrata in recessione: l’ultima volta che successe fu per l’appunto nel 2007.

L’Europa al centro della recessione

A mandato praticamente scaduto Mario Draghi ha varato un nuovo piano di quantitative easing, è una mossa che non fa presagire nulla di buono. Questo programma di acquisto delle obbligazioni che vale 20 miliardi di euro al mese e al quale non è stata data nessuna scadenza mette a disposizione denaro fresco alle banche con lo scopo di persuaderle a concedere nuovi prestiti alle industrie per stimolare la crescita economica. Siamo nel meraviglioso mondo delle speranze e della disperazione.

Le speranze però si infrangono sui comportamenti fattuali delle banche, che negli ultimi anni piuttosto che dare denaro in prestito hanno aumentato il loro ammontare in depositi. Il problema delle restrizioni al credito esiste, ma non rappresenta il cuore della questione. In Europa i tassi di interesse sono negativi, dell’ordine di 0,4-0,5 sotto lo zero. In pratica le banche centrali regalano soldi alle banche per spingerle ad allargare il credito. Ciononostante consumi e investimenti ristagnano, mentre finanza e grandi imprese galleggiano su oceani di liquidità che non viene investita.

La Germania e il Regno Unito hanno chiuso l’ultimo trimestre in recessione e altri, tra cui l’Italia, hanno sulle spalle diversi trimestri di stagnazione. Nel Vecchio continente la crisi dell’industria dell’automobile è epocale proprio nel vecchio continente e influenza gran parte dei paesi europei. Nella prima metà dell’anno in corso la produzione di auto in Spagna è crollata del 5,6%, un calo ancora contenuto se paragonato a quello della Germania (-12%), del Regno Unito (-21%) e dell’Italia (-18%). L’escalation del protezionismo nel prossimo periodo potrebbe intaccare ulteriormente questo settore perché gli Stati Uniti stanno discutendo di imporre tariffe sulle importazioni di automobili e componentistica. Sarebbe un colpo fatale per l’Europa e in particolare per la Germania, dove il settore della manifattura genera il 47% del prodotto interno lordo.

Inoltre in caso di una Brexit incontrollata si stima che le importazioni inglesi di provenienza europea declinerebbero di circa il 16%, colpendo in modo decisivo l’Irlanda. In caso di no deal il Regno Unito potrebbe vedere un calo del 2% del proprio Pil cadendo in recessione profonda (Ocse).

Tutti invitano gli Stati a spendere di più per sostenere gli investimenti, ma al momento delle decisioni ciascuno invita i propri vicini a dare l’esempio. Le misure espansive in Europa, se mai arriveranno, non riguarderanno comunque i paesi ad alto debito, a partire dall’Italia.

Chi vince e chi perde nella guerra commerciale

Lo scontro tra Cina e Stati Uniti allarga le sue conseguenze a livello mondiale. Una delle caratteristiche del protezionismo è infatti l’imprevedibilità del suo esito: si può dire con certezza quando sono stati introdotti i primi dazi, ma è impossibile immaginare fin dove possano spingersi i danni. Nella primavera del 2018 Trump avviava la sua politica protezionistica con la sua campagna “America first”. A distanza di 18 mesi il conflitto commerciale con la seconda potenza mondiale non riguarda più solo le merci, per le quali a maggio c’è stata l’ultima impennata con l’innalzamento dal 10 al 25% dei dazi su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi, a cui la Repubblica popolare ha risposto con tariffe su circa 60 miliardi di dollari di importazioni dagli Stati Uniti. Lo scontro riguarda anche il regime degli investimenti esteri, la protezione della proprietà intellettuale, le politiche di trasferimento tecnologico, la politica industriale e la sicurezza informatica. Si stima che la guerra commerciale stia producendo dei danni per entrambe le economie nazionali tanto da ridurre di un punto percentuale la crescita per la Cina e dello 0,7% quella degli Stati Uniti.

La crescita negli Usa ha beneficiato nel breve termine degli sgravi fiscali di Trump (che portano però il deficit annuo oltre i 1000 miliardi di dollari), ma il rallentamento si fa sentire anche oltre Oceano. Lo dimostra il brusco dietrofront della Fed, che seguendo a ruota Draghi inverte la sua politica precedente e torna ad abbassare i tassi e a gettare liquidità nel mercato. Anche negli Usa l’industria accusa la crisi, con un declino per la prima volta negli ultimi dieci anni. Secondo quanto riportato dalla Federal Reserve il settore manifatturiero americano negli ultimi due trimestri si è notevolmente contratto e nonostante gli economisti borghesi si affannino nel dire che il futuro dell’economia americana è nei servizi, è indubbio che un calo nella manifattura provocherà una riduzione delle assunzioni, ridurrà le ore di lavoro e metterà sotto pressione i redditi delle famiglie. La crescita americana è stata assolutamente squilibrata e ha aumentato in maniera vertiginosa i livelli di diseguaglianza economica.

Scioperi negli Usa

La classe operaia in nord America, con i suoi salari stagnanti da decenni, ha guardato dalla finestra la grande abbuffata dei padroni e ha iniziato a reagire. Alla General Motors 50mila lavoratori hanno reagito a un taglio dell’occupazione del 15 per cento con una piattaforma offensiva (salari, stabilizzazioni, investimenti) e con uno sciopero che mentre scriviamo entra nella sua seconda settimana.

Se gli Stati Uniti perdono nella guerra commerciale, la Cina perde di più. I dati più recenti parlano di una crescita in rallentamento e che si assesta sul 6,2% per quest’anno, la più bassa degli ultimi 27 anni (Fmi, settembre 2019) mentre quella del 2020 si stima sarà inferiore al 6%. Nonostante gli sforzi del governo nell’attrarre investimenti dall’estero, molte multinazionali, a causa del conflitto commerciale, stanno spostando la produzione in altri paesi. Le multinazionali che hanno deciso di abbandonare la Cina sono più di 50 e si tratta di colossi americani, giapponesi ed europei che investiranno principalmente in Vietnam e India. Il problema della fuga delle grosse aziende si somma ad altre criticità, in primo luogo all’aumento del debito. Secondo Goldman Sachs il debito totale cinese risulta essersi quadruplicato dal 2007, raggiungendo lo spropositato valore del 317% del prodotto interno lordo di cui i due terzi sono stati accumulati dalle imprese, in parte inesigibili per fallimenti. A Shanghai e Pechino, ma lo stesso vale anche per altre metropoli, rispettivamente l’11 e il 18% degli uffici restano sfitti. La macchina cinese si è retta in questi anni grazie a forti stimoli governativi e a politiche nettamente espansive in grado di assorbire milioni di lavoratori che dalle campagne si sono riversati nei centri urbani. L’equilibrio cinese si regge su un filo molto sottile e l’interruzione della crescita economica ne può rompere il meccanismo.

La recessione internazionale mostra l’incapacità della borghesia di risolvere le contraddizioni del sistema e un capitalismo in declino che non ha nulla da offrire se non miseria. L’insieme dei fattori politici ed economici del quadro internazionale continueranno a produrre ulteriore instabilità e nuove convulsioni che inevitabilmente avranno un effetto sulla coscienza di classe di milioni di lavoratori nel globo.

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