12 marzo 2018

Sul modello contrattuale – Meno salario e subordinato agli interessi dei padroni

L’intervento del compagno Mario Iavazzi al Direttivo Nazionale Cgil di sabato 10 marzo contro l’ennesimo accordo disastroso firmato dalla Cgil in materia di modello contrattuale.

Prima di spiegare le ragioni della mia contrarietà, due note di metodo:
1- La Camusso nella sua relazione ha criticato chi ha lamentato trasparenza ricordando le tante riunioni dei Segretari Generali che hanno avuto tutti i documenti aggiornati della trattativa. Io ricordo, invece, che ogni volta che qualcuno in questo organismo chiedeva l’apertura di una discussione sulla trattativa aperta dalla piattaforma di Confindustria la risposta è stata, regolarmente, che ne avremmo discusso nel Direttivo prima di qualsiasi decisione. Notti fa, invece, ci si è accordati con Confindustria-Cisl-Uil sulle linee guida sulla contrattazione e oggi siamo chiamati a dire sì o no ad accordo già fatto. Quest’accordo è calato dall’alto, non ha visto nessun coinvolgimento del gruppo dirigente diffuso e men che meno della base ed è lontano mille miglia dall’interesse dei lavoratori.
2- Colpisce che si discuta prima del modello sulle relazioni sindacali con Confindustria e poi della situazione politica generale come previsto dall’ordine del giorno di oggi. Come se la strategia sindacale non dovesse tenere conto del contesto, come se fossero due temi a sé stanti, come se fosse il tempo, ammesso che lo sia mai, di “prevenire il conflitto” come indicato nel documento su cui si chiede il mandato a sottoscrivere.
Io penso che questo documento sia non da sottoscrivere. Non rappresenta un passo avanti alle condizioni dei lavoratori.
Esiste un tema gigantesco che quest’accordo non solo non risolve ma aggrava: la questione salariale. La segretaria generale saluta positivamente il fatto che Confindustria accetta il passaggio in cui si dichiara l’obiettivo di aumentare i salari. Non mi è mai capitato di incontrare un’associazione datoriale, e nemmeno un’azienda, che a parole non si dichiari favorevole all’aumento dei salari. Il punto è che aumenti e come. I padroni vogliono legare gli aumenti contrattuali alla produttività. Firmare un accordo nel quale ci si impegna a chiedere aumenti retributivi corrispondenti all’aumento del potere di acquisto, esclusi quelli energetici, significa riconoscere positivamente la miseria che si è contrattata in questi anni, significa accettare quello che la Cgil non accettò nel 2009, in occasione dell’accordo separato.
Sul welfare la Cgil e la sua maggioranza continua a predicare benino, o per essere più sincero malino, e razzola malissimo. E’ allucinante e al di fuori della realtà ciò che si legge nel capitolo “Welfare”. Leggo: “La difficile tenuta del sistema di welfare universale, dovuto alla bassa crescita, all’andamento demografico e alla continua riduzione dell’incidenza sul Pil della spesa per servizi, ecc…”, bassa crescita? Andamento demografico? Insomma qui siamo alla giustificazione delle politiche di tagli allo stato sociale degli ultimi anni. Nelle conferenze in cui si incensa il welfare pubblico universale ci si rammarica del fatto che il welfare aziendale e privatistico ha preso piede e poi si sottoscrive questo documento in cui si rilancia il welfare contrattuale. Certo, si sottolinea che deve mantenere la sua natura integrativa, ma questa raccomandazione non manca mai. La realtà è che se tagli il welfare pubblico, “integrazione” sarà sinonimo di sostituzione, come già sta avvenendo da tempo.
E basta leggere ciò che si dice subito dopo sulla previdenza complementare. Una volta si definiva “integrativa”, la seconda gamba, oggi, per il documento che si vuol firmare, diventa “il secondo pilastro” per il quale si chiedono ulteriori vantaggi fiscali e la riduzione della tassazione sui rendimenti. A proposito, non eravamo per aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie?
Il tempo stringe e quindi evidenzierò gli ultimi due aspetti negativi dell’accordo sui tanti di cui ancora potrei parlare. Nel capitolo Formazione si sponsorizza l’apprendistato arrivando persino ad auspicare che l’apprendistato sia la forma di ingresso prevalente nel mercato del lavoro. E meno male che ci siamo sempre dichiarati sostenitori del lavoro stabile e a tempo indeterminato!
Infine si parla di mercato del lavoro e di gestione di situazione di crisi e non si spende una parola, che sia una, sulla necessità di bloccare i licenziamenti, quelli dichiarati per crisi e quelli per presunto giustificato motivo, in netta crescita in questa fase anche alla luce della jobs act.
Questo documento sul modello contrattuale è più utile a Confindustria e al padronato che ai lavoratori.
Nel prossimo periodo la battaglia politica per cambiare radicalmente la strategia della Cgil deve essere incisiva.
Il mio è anche un appello a tutte le compagne e i compagni che nel dibattito degli scorsi Direttivi hanno manifestato un dissenso nei confronti di questa ipotesi, è un appello alla coerenza che chiederebbe di votare contro quest’intesa che rappresenta l’ennesimo arretramento della Cgil.

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