4 Agosto 2019

Sudan – No a un compromesso marcio, la rivoluzione deve continuare!

La giunta militare (Tmc) che governa il Sudan da quando è stato deposto Omar al-Bashir nello scorso aprile e la coalizione delle forze civili riunite nelle “Forze per la libertà e il cambiamento” (Ffc) hanno concordato una dichiarazione costituzionale che aprirebbe, secondo i media, la strada per il passaggio del potere ai civili.

Tale dichiarazione segue un accordo, raggiunto a metà luglio, che istituisce un “consiglio sovrano” composto da 11 persone, cinque militari, cinque civili e un membro di “compromesso” concordato da entrambe le parti. Inizialmente quest’ultimo era stato presentato come un civile, ma in seguito è stato rivelato che questo “civile” è un ufficiale militare in pensione. Pertanto, la maggioranza nel consiglio sarà fedele al Tmc e a tutti i membri del regime dittatoriale di Al Bashir.

Inoltre, per i primi 21 mesi, il capo di questo consiglio sovrano sarà nominato dal Tmc. A ciò seguiranno, in teoria, i 18 mesi di un capo di stato nominato dalla Ffc. E solo allora, secondo l’accordo, dopo più di 3 anni, saranno organizzate le elezioni – se mai saranno organizzate!

L’accordo include anche l’avvio di una “indagine trasparente e indipendente” sui massacri iniziati il 3 giugno, e descritti nell’articolo di Odetta Rossi, qui di seguito. In che modo un’indagine su questi eventi può essere indipendente e trasparente quando i principali responsabili sono a capo dello stato e hanno il controllo di tutte le forze di polizia, dell’esercito e dei servizi segreti?

Il Tmc è un diretto discendente del vecchio regime. Ad ogni svolta negli avvenimenti ha dimostrato senza ombra di dubbio di non voler scendere a compromessi con le masse rivoluzionarie che sono considerate una minaccia alla posizione della classe dominante. Si è servito di una forza paramilitare, le milizie Janjaweed (a suo tempo utilizzate nella guerra in Darfur), per terrorizzare le masse: in tutte le fasi, il loro obiettivo era disorientare e stancare il movimento al fine di lanciare nuovi contrattacchi. Ora questi stessi paramilitari, secondo l’accordo, finirebbero inglobati nell’esercito!

Il presente accordo è una continuazione degli stessi metodi. Dopo l’accordo, il Tmc tenterà di smobilitare le masse e creare condizioni per il ripristino “dell’ordine”, vale a dire la sottomissione totale delle masse al regime.
È una tragedia che i leader della rivoluzione stiano ora
appoggiando questa finzione e aiutando il Tmc (dopo aver accettato una posizione di minoranza) a soffocare la rivoluzione!

Questo accordo è un completo tradimento delle masse rivoluzionarie. Dallo scorso dicembre la rivoluzione avrebbe potuto prendere il potere in diverse occasioni. Quello che è mancato è una direzione all’altezza dello spirito rivoluzionario delle masse. I dirigenti della Sudanese Professionals Association (Spa), alla testa del movimento, hanno esitato e si sono rifiutati di prendere le misure necessarie per la vittoria rivoluzionaria.

Al momento sembra che ci sia molta confusione nelle strade rispetto all’accordo, ma anche festeggiamenti. Un settore, in assenza di proposte alternative, vede il compromesso come una parziale vittoria della rivoluzione. Ma prima o poi l’inganno sarà svelato.
Gli interessi degli operai, dei contadini e dei poveri non possono essere conciliati con quelli dei generali e dei capitalisti. Le masse possono solo fidarsi della propria forza, e respingere l’accordo.

3 agosto 2019

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SUDAN

La rivoluzione deve continuare!

 

Sono 128 i manifestanti assassinati a Khartoum il 3 giugno dalle Rapid Support Forces (Rsf), forza paramilitare islamista del vecchio regime sudanese, macchiatasi negli anni di numerosi crimini. Oggi questa, cerca di mantenere il potere nelle mani del Transitional Military Council (Tmc), costituitosi l’11 aprile dopo che un movimento pacifico di cittadini ha rovesciato la dittatura militare di Omar al-Bashir, al potere dal 1989.

I sudanesi non sono tornati alla vita di tutti i giorni, caratterizzata ora da una gravissima crisi economica (che ha triplicato il prezzo del pane) oltre che dalla consueta repressione politica. Sotto la direzione della Sudanese Professional Association (Spa), un’organizzazione delle categorie professionali iniziata da medici e avvocati ed estesasi in questi mesi, combattono per un governo di transizione che sia interamente civile. Ma la burocrazia militare che ha governato con al-Bashir usa qualsiasi mezzo per mantenersi al potere.

 

Lo sciopero del 28-29 maggio

A Khartoum, il 28 e il 29 maggio ha scioperato quasi il 100 per cento dei lavoratori. Le Rsf pattugliano le strade con la scusa di azioni antidroga, pertanto spesso le proteste avvengono di notte. Il governo ha tagliato internet per evitare l’organizzazione delle mobilitazioni, ma in tutto il paese si sono formati dei Comitati di resistenza della rivoluzione, che girano per i quartieri comunicando gli appuntamenti.

La Spa è ora il più importante potere del paese e convoca gli scioperi: molti settori di lavoratori hanno emanato comunicati in cui affermano di seguire le sue indicazioni: i lavoratori delle ditte automobilistiche aggiungono “insegneremo alla storia il significato della persistenza e dell’eroismo”; dieci dei lavoratori della compagnia elettrica nazionale con sede a Khartoum, dopo il 28-29 maggio, sono stati sequestrati dalle Rsf, ma, lungi dall’arrendersi, ingegneri, tecnici e amministrativi hanno dichiarato che si scusano con i sudanesi per i disagi al servizio, ma devono ripulire la compagnia dai resti vecchio regime.

Non un aereo è decollato, né le pompe di carburante hanno funzionato ai campi petroliferi di El Bashayer, nonostante le Rsf abbiano ferito gravemente due lavoratori. La risposta all’eccidio del 3 giugno è stato lo sciopero generale del 9, 10 e 11 giugno. La Spa riporta una partecipazione elevatissima in tutto il paese, fra il 70 e il 100 per cento in tutti i settori chiave. Se in Sudan ci fosse un’organizzazione rivoluzionaria, si sarebbe posta l’obiettivo di cacciare i militari e prendere il potere.

Il problema è la direzione politica: nel Fronte per la democrazia e il cambiamento (Fdc) dei partiti di opposizione, ognuno sembra cercare soluzioni per promuovere se stesso in un futuro governo borghese.

Dopo i fatti del 3 giugno, l’Etiopia ha proposto un piano diplomatico di risoluzione della crisi politica, per formare un governo misto civile e militare. Il 23 giugno l’Fdc ha accettato. È stato il Tmc inizialmente a rifiutare, acconsentendo solo il 28 a formare un consiglio sovrano di transizione, composto da 8 civili e 7 militari. Il Tmc è incline a prendere tempo perché, capendo la debolezza politica dei suoi avversari, spera che le proteste si disperdano.

Accettare oggi vuol dire acconsentire a un nuovo colpo di Stato militare domani. Il 1° luglio l’opposizione è scesa nuovamente in piazza.

Nel Fdc, l’Umma party, il partito islamista moderato, si dimostra il più collaborativo coi militari. Ha già governato fra la dittatura militare di Jafaar Nimeiri (finita nel 1985) e quella di Al-Bashir, insediata nel 1989, senza riuscire a rompere con gli elementi di continuità politica fra i due regimi: una fortissima dipendenza dall’estero, fragilità economica, alleanza politica con gli islamisti radicali e uso di milizie irregolari per reprimere le ribellioni. Queste condizioni oggi vanno eliminate o la storia si ripeterà.

 

Usa, Ue, regimi arabi: il ruolo della diplomazia imperialista

La diplomazia si è attivata solo per evitare che la rivoluzione venga portata fino in fondo. Il Qatar ha siglato accordi per 4 miliardi di dollari per la gestione del porto sul Mar Rosso, e 500 milioni sull’agricoltura, in cui l’Arabia Saudita investiva 15 milioni di dollari nel 2016; l’Unione europea ha bisogno di un Sudan stabile per controllare i migranti tramite interventi sul territorio, su cui investe dal 2014 nel quadro del “Processo di Khartoum”.

La crisi mondiale del capitalismo ha ingigantito la dipendenza dall’estero di molti paesi africani: il Sudan cambia velocemente alleanze fra Qatar e Arabia Saudita, per racimolare investimenti ed aiuti, e negli ultimi anni ha accettato molte condizioni per far sì che gli Usa eliminassero le sanzioni.

A fine aprile sono stati gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita a inviare 3 miliardi di dollari di aiuti che il Qatar non aveva potuto garantire a marzo. In cambio, le Rsf sono partite a combattere nella coalizione saudita in Yemen.

I problemi materiali del Sudan non possono essere risolti da un semplice cambio di governo: dal 2003 al 2014, 4 milioni di ettari di terreno sono stati trasferiti a investitori stranieri mentre l’élite militare ne accumula da anni; intanto, nelle aree rurali la povertà ammontava al 58 per cento nel 2009.

Il debito con il Fondo Monetario è di 1,3 miliardi di dollari (2017); nel 2010, la Corte penale internazionale accusava al-Bashir di avere 9 miliardi di dollari sui conti a Londra (di cui alcuni milioni trovati a casa sua dopo l’arresto). È necessario che il Sudan espropri quell’élite militare che si è arricchita con al-Bashir, che smetta di pagare il debito e che pianifichi la propria economia nell’interesse della popolazione che vive al 46,5 per cento sotto la soglia di povertà.

Le ipotesi di soluzione sul terreno della democrazia borghese, che si appoggerebbe inizialmente sui partiti opportunisti del Fdc e sugli islamisti “moderati”, non sarebbero altro che il paravento per un successivo e rapido passaggio alla reazione aperta e violenta contro il movimento di massa e contro quei soldati che oggi si rifiutano di reprimere la popolazione.

La Spa deve lavorare con i Comitati di resistenza perché creino una propria assemblea nazionale di rappresentanti eletti e revocabili, che rappresenti direttamente la classe operaia e le masse oppresse. Quest’assemblea si deve dichiarare il vero governo del paese, spazzare via le forze reazionarie e avviare una soluzione rivoluzionaria alle contraddizioni del paese.

3 luglio 2019

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