Stato e rivoluzione, di Lenin

Quando nel 1917 Lenin scrisse Stato e rivoluzione gli avvenimenti politici in Russia stavano attraversando una inarrestabile accelerazione. Un mese dopo la scrittura del testo la rivoluzione trionfò portando al potere il proletariato.

Stato e rivoluzione è un breve testo che si basa sul meglio dell’analisi marxista dello Stato: Critica al programma di Gotha (1875), La guerra civile in Francia (1871) di Karl Marx e L’origine della famiglia (1884) di Friedrich Engels. Con questo libro Lenin forniva un prezioso strumento teorico all’azione rivoluzionaria dei militanti bolscevichi.

Nel 1917, da tempo, i partiti socialdemocratici avevano abbandonato le idee rivoluzionarie adagiandosi sulla soluzione fasulla e opportunista di un capitalismo che si potesse riformare, di uno Stato borghese che, guidato da governi socialisti, avrebbe potuto garantire il benessere dei lavoratori. Quegli stessi partiti qualche anno prima si erano schierati a fianco delle proprie borghesie nazionali a sostegno del massacro di milioni di proletari che fu la Prima guerra mondiale.

Lenin, riprendendo Engels, spiega chiaramente che nella storia lo Stato nasce come prodotto di “inconciliabili antagonismi di classe”, “lo stato non è di tutti, ma è uno strumento della classe dominante”. Nel capitalismo lo Stato borghese (con le sue istituzioni: il parlamento, la magistratura, le “forze dell’ordine”…) è lo strumento che alla borghesia serve per reprimere le aspirazioni rivoluzionarie della classe operaia.
Un tempo la socialdemocrazia ha creduto di potersi impossessare dello Stato con le sole elezioni e procedere alla sua riforma. Tuttavia il potere rimaneva nelle mani della borghesia, dato che le basi produttive di questo suo dominio rimanevano intatte (la proprietà dei mezzi di produzione). La socialdemocrazia è diventata di conseguenza strumento nelle mani della borghesia.

Oggi nella crisi economica mondiale assistiamo alla crescita di nuove organizzazioni di sinistra che, come avvenuto per Syriza in Grecia, sono arrivate a vincere le elezioni.

Queste organizzazioni, che raccolgono il consenso di milioni di lavoratori e giovani in tutta Europa, propongono riforme anche radicali, ma non considerano il problema di fondo: i capitalisti non sono disponibili a concedere né un pezzo del loro potere, né a mettere in dubbio i loro profitti. Anche se Podemos e Syriza ottenessero il cento per cento dei consensi il potere resterebbe nelle mani dei capitalisti, finché la macchina statale costruita dalla borghesia rimarrà intatta.

Una lezione già compresa da Marx, dopo l’esperienza della Comune di Parigi del 1871: “la classe operaia non può impossessarsi semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini”.

Questa intuizione fu appunto ripresa in maniera sistematica in Stato e rivoluzione. Nel 1917 così i bolscevichi poterono portare la rivoluzione al successo: decisivo fu capire che perché il proletariato potesse prendere davvero il potere era necessario abbattere il capitalismo, distruggendo lo Stato borghese e la base economica sulla quale si regge, dando vita ad uno Stato operaio.

In Europa quello che è rimasto dei vecchi partiti socialdemocratici si è schierato apertamente dalla parte dell’austerità. Ma nuove sfide si aprono per la lotta di classe.

La rivoluzione non è più una prospettiva remota ma torna all’ordine del giorno e la questione del potere emerge con maggior evidenza. Ecco perché questo testo di Lenin è oggi più che mai attuale.

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