8 Aprile 2022 Forward, la tendenza marxista in Sri Lanka

Sri Lanka: le masse insorgono contro il carovita e la crisi

Dalla fine di marzo proteste di massa stanno sconvolgendo lo Sri Lanka. Sono proteste spontanee, non convocate da alcuna organizzazione. Sono partite lo scorso 31 marzo dalla capitale Colombo e diffuse poi a tutto il resto del paese, senza distinzione tra zone della maggioranza cingalese o della minoranza Tamil, fortemente discriminata. I braccianti delle piantagioni di tè nelle zone Tamil si sono uniti alla protesta chiedendo non solo la cacciata del governo, ma anche la cancellazione delle leggi antiterrorismo, rivolte soprattutto contro le organizzazioni dei Tamil.

Sui cartelli dei manifestanti si poteva leggere: “Ne abbiamo abbastanza”, “Basta rubare il futuro dei nostri figli”, e il più popolare: “Gota go Home”. Gota è Gotabaya Rajapaksa, presidente della repubblica dal 2019, ex militare, proveniente da una delle famiglie più potenti del paese.

È visto dalle masse come il responsabile della più grave crisi economica dall’indipendenza dello Sri Lanka (1948).

Il paese dovrebbe pagare 7 miliardi di dollari di debito, ma ha solo 500 milioni nelle sue riserve. Così c’è stata una stretta alle importazioni, e nei negozi manca tutto.

Le infrastrutture sono in ginocchio, nelle case la corrente elettrica può mancare fino a 13 ore al giorno. L’inflazione è fuori controllo, balzata dal 3% del gennaio 2021 al 16,8% del gennaio di quest’anno (ma per i generi alimentari è al 30%, mentre la benzina è raddoppiata). Il biglietto dell’autobus è cresciuto del 35%, mentre è stato tolto il controllo dei prezzi sulle merci di maggior consumo. Dall’inizio della pandemia, secondo l’Unicef, il reddito medio delle famiglie urbane è sceso del 37%, nelle campagne del 30% e nelle regioni delle piantagioni del 23%.

Nel frattempo, Gota e la sua famiglia (tutti con cariche governative) vivono nel lusso più sfrenato.

“Pagate la benzina coi dollari dei Pandora Papers”, o “Distribuite i soldi rubati al popolo” si leggeva sui cartelli. Il riferimento è alle fortune accumulate dalla famiglia Rajapaksa nei paradisi fiscali, almeno 160 milioni di dollari.

Quando i manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alla residenza del Presidente, la repressione è stata brutale. È stato dichiarato lo stato d’emergenza e il coprifuoco e chi protesta è definito “terrorista”. Tutto ciò non ha fatto scemare la protesta, anzi l’ha radicalizzata.

Gli studenti universitari sono usciti in massa dalle facoltà gridando slogan come “avete cercato di fregare la generazione sbagliata”, mentre picchetti sono stati organizzati fuori dagli ospedali in tutta l’isola, con i lavoratori della sanità scesi in corteo per chiedere l’accesso ai farmaci, alle attrezzature mediche e al cibo per i pazienti. Emergono le prime spaccature fra le forze dell’ordini, con poliziotti che, rivolti ai manifestanti, spiegano: “Anche se vestiamo un’uniforme, siamo con voi

Tutta questa pressione si è fatta sentire fino ai piani alti del potere.

Il 5 aprile scorso il governo ha perso la maggioranza parlamentare e ci sono voci di possibili elezioni anticipate. Tutti i segnali dalle piazze indicano che le masse non vogliono fermarsi e chiedono un cambiamento radicale.

Anzi, cominciano a puntare il dito contro l’intero sistema politico. Accanto allo slogan principale, “Gota must go” (Gota se ne deve andare), le masse hanno aggiunto un altro slogan, “225 must go” (225 se ne devono andare) – cioè tutti i 225 deputati che siedono in parlamento devono andarsene. Sono tutti marci come gli altri.

Questo stato d’animo mostra un istinto molto sano. Le masse capiscono che tutti i partiti borghesi rappresentati in parlamento – compresa l’opposizione – rappresentano solo differenti gruppi di sfruttatori. Le masse vedono che l’alternanza di governi e di ministri, un’elezione dopo l’altra, è solo uno stratagemma per fornire un’illusione di cambiamento. Non si lasciano ingannare dall’ondata di dimissioni, e le battute ciniche girano su come questi stessi personaggi torneranno in nuovi ministeri al prossimo rimpasto di governo.

In questo i lavoratori e i giovani srilankesi non sono certo aiutati dai vertici dei partiti di Sinistra. Il Jvp (principale opposizione di sinistra in parlamento, d’ispirazione maoista), ha negato ogni coinvolgimento nelle proteste di questi giorni, ha una strategia puramente elettoralista… ma nuove elezioni sono previste fra tre anni! Altri, come il partito comunista e il Democratic Left Front, erano addirittura nella maggioranza di governo fino a pochi giorni fa, e ora propongono un governo di unità nazionale

È necessario abbandonare ogni illusione nel parlamentarismo. La sinistra in Sri Lanka, che ha una grande tradizione, dovrebbe guardare seriamente al proprio passato e capire che ciò che è necessario oggi è una completa rottura con qualsiasi idea di collaborazione di classe. La sinistra e i sindacati dovrebbero unirsi per promuovere ovunque comitati di lavoratori e coordinarli a livello nazionale per dare espressione alla volontà del popolo nelle piazze. Questo, assieme a uno sciopero generale in tutto il paese, farebbe cadere l’intero regime marcio e preparerebbe il terreno per l’abbattimento del sistema capitalista, responsabile della tragedia delle masse srilankesi.

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