13 Luglio 2022 Ben Curry (da www.marxist.com)

Sri Lanka – Il quadro di ciò che verrà

Sabato 9 luglio, decine di migliaia di srilankesi si sono riversate nella capitale, Colombo, superando il caos dei trasporti. Le barricate della polizia sono state spazzate via come fuscelli e le masse si sono fermate davanti alle scalinate della residenza ufficiale del presidente. E poi sono balzate in avanti. Le masse, nella marea della loro “aragalaya” (lotta), hanno improvvisamente travolto i canali sicuri predisposti dalla classe dominante per tenerle fuori dalla politica. In pochi minuti, migliaia di persone hanno occupato la residenza presidenziale. Nel giro di poche ore, il presidente, che nel frattempo si era nascosto, è stato costretto a comunicare la data delle sue dimissioni.

Tre mesi dopo lo scoppio delle proteste spontanee che chiedevano la caduta del presidente, ed esattamente due mesi dopo che le masse avevano fatto dimettere suo fratello, l’ex primo ministro Mahinda Rajapaksa, la lotta è sul punto di raggiungere il suo principale obiettivo dichiarato: spodestare l’odiato presidente Gota Rajapaksa.

Si tratta di una vittoria straordinaria che ha mostrato alle masse il loro immenso potere, non solo nello Sri Lanka, ma in tutto il mondo. Ora la classe dominante sta cercando di mettere in piedi un governo di “unità nazionale” per sostituire la dinastia Rajapaksa. Il suo obiettivo sarà quello di usare volti sorridenti per ingannare le masse e derubarle della loro vittoria.

Si porrà subito la domanda: ora che Gota se ne è andato, quale sarà il prossimo passo per l’aragalaya?

 

Mesi di lotta

Negli ultimi mesi, lo Sri Lanka ha assistito a un crollo economico spaventoso. La combinazione tra la crisi del capitalismo scoppiata con la pandemia e la stupida cattiva gestione dell’arrogante cricca di Rajapaksa ha gettato la nazione nel caos.

Le riserve di valuta estera del Paese sono letterlamente evaporate. Senza denaro per importare beni di prima necessità, lo Sri Lanka ha esaurito il carburante per far funzionare i generatori, oltre all’olio da cucina, al latte per bambini e persino alle medicine più comuni e alla carta. Con il caldo estivo, i lunghi blackout sono diventati la norma. L’inflazione è ufficialmente superiore al 50%, ma per i beni di prima necessità è molto, molto più alta.

La sofferenza divenuta ormai insopportabile delle masse ha portato all’esplosione spontanea della rabbia a fine marzo, con la richiesta di rimuovere Gota e l’intera dinastia Rajapaksa. Ad aprile, la lotta si è intensificata fino all’occupazione permanente di Galle Face Green, di fronte all’ufficio e alla residenza ufficiale del presidente. Per un mese intero, la popolazione ha occupato pacificamente i prati davanti alla residenza presidenziale, senza raggiungere i propri obiettivi. Poi, il 9 maggio, dopo un mese di lotta e con la stanchezza alle spalle, il primo ministro Mahinda Rajapaksa ha tentato di usare bande di sottoproletari per cacciare la gente dalla strada. Ma la frusta della controrivoluzione non ha fatto altro che spronare la rivoluzione. Quel giorno, il popolo si è preso il primo scalpo di un Rajapaksa, poiché Mahinda fu costretto a dimettersi.

Ma se Gota pensava che il sacrificio suo fratello avrebbe risolto la situazione, si sbagliava di grosso. Sono passati due mesi da quando Ranil Wickremesinghe ha assunto la carica di primo ministro al posto di Mahinda Rajapaksa, e la situazione delle masse non ha fatto che peggiorare.

A metà maggio, il governo ha annunciato il default sul debito pubblico. Nonostante un aumento dei prezzi dopo l’altro, a giugno il governo ha annunciato che il Paese era sostanzialmente a corto di carburante. La vendita di carburante per tutti i veicoli, tranne quelli di emergenza, è stata vietata. Per mangiare, la gente deve lavorare. Ma come si può lavorare senza poter raggiungere il posto di lavoro in auto? Per molti, il divieto era una richiesta di morire di fame.

La minima notizia di disponibilità di carburante in una stazione di servizio portava alla formazione di code chilometriche. Le code di un giorno o addirittura di più giorni sono diventate la norma. Nell’ultimo mese, queste code sono diventate il luogo regolare di esplosioni spontanee di rabbia e di scontri tra l’esercito e la popolazione.

 

La gente arriva a migliaia

Sebbene le proteste permanenti si siano ridotte, era inevitabile che la rabbia che ribolliva nella società prima o poi sarebbe esplosa. La gente non poteva più continuare come prima. Il 9 luglio, il punto di ebollizione è stato raggiunto con la marcia gigantesca a Colombo.

Decine di migliaia di persone hanno ignorato l’ennesimo coprifuoco di Gota per scendere nella capitale. Hanno superato le gravi difficoltà di trasporto per raggiungere Colombo con ogni mezzo necessario: in bicicletta, sul retro di camion di carburante o aggrappandosi all’esterno dei treni (uno spettacolo sempre più comune, dato che il trasporto pubblico è sovraccarico in mancanza di carburante). Ci sono state scene di giubilo quando i treni si sono incrociati, ognuno carico di migliaia di uomini e donne che sventolavano bandiere, tutti diretti a Colombo.

Altre migliaia di persone che non sono riuscite a raggiungere Colombo hanno protestato nelle città di tutto il Paese, da Kandy e Kotagala nella Provincia Centrale, a Kurunegala nella Provincia Nord Occidentale, a Jaffna nel Nord a maggioranza Tamil.

Mentre le proteste sono state accolte con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e attacchi feroci da parte delle forze di sicurezza – in particolare l’odiato STF che ha compiuto un brutale attacco contro un gruppo di giornalisti – altrove era chiaro che lo stato d’animo di rabbia aveva contagiato anche alcuni settori della polizia e dell’esercito. In una zona, un ufficiale di polizia è stato registrato mentre si toglieva l’elmetto e si univa ai marciatori, mentre altrove un gruppo di soldati è stato visto marciare tra la folla esultante con le bandiere che sventolavano in alto.

 

Eventi drammatici

Queste scene sono state il preludio di eventi drammatici quando le masse hanno preso d’assalto la residenza presidenziale nel pomeriggio di sabato. In ogni rivoluzione, arriva un momento in cui le masse perdono la paura. Dopo aver sfidato l’umiliazione, le pallottole, i manganelli e i gas lacrimogeni del regime, ora si trovavano sulla soglia dell’edificio dove era loro vietato entrare. In uno slancio possente, hanno preso d’assalto la residenza presidenziale.

Dopo un momento di esultanza e di canti, le masse si sono guardate intorno e si sono trovate immerse nel lusso. Un agente di polizia apparentemente in servizio si è seduto al pianoforte del presidente per suonare una melodia. Nel cortile all’aperto, decine di manifestanti si sono rinfrescati nella piscina privata del presidente.

Altri hanno fatto a turno per saltare sul letto a baldacchino in cui presumibilmente il Presidente ha dormito fino a poco prima. Nel garage, i manifestanti hanno trovato una schiera intera di auto di lusso – tutte, ovviamente, con i serbatoi pieni di quella benzina che alle masse era vietato acquistare anche a prezzi esorbitanti. In una stanza, la gente ha persino trovato pile di diverse decine di milioni di rupie, che Gota aveva presumibilmente abbandonato mentre fuggiva frettolosamente dal popolo!

Nel frattempo, decine di cittadini comuni hanno fatto a turno per farsi fotografare al posto di Gota. Gota stesso non si vedeva da nessuna parte, anche se circolavano voci di una sua tentata fuga dal Paese.

Lungo la strada, un’altra grande folla ha preso d’assalto la residenza ufficiale di Temple Trees del Primo Ministro Ranil Wickremesinghe, mentre la sua residenza privata è stata incendiata in strane circostanze poche ore dopo.

In preda al panico, i leader di tutti i partiti – dal partito di governo SLPP a quelli di opposizione, compreso l’SJB – si sono riuniti per risolvere la crisi. Su loro richiesta, il Primo Ministro Ranil Wickremesinghe si è offerto di rassegnare le dimissioni a favore di un “governo di tutti i partiti”. In serata, lo stesso Gota ha promesso di dimettersi entro mercoledì 13 luglio.

Quella sera, all’esterno dell’edificio occupato di Temple Trees, le masse hanno intonato “Bella Ciao”, la canzone della Resistenza italiana degli anni ’40, oggi ripresa come canto di rivolta in tutto il mondo.

 

Unità nazionale

Si tratta chiaramente di un’enorme vittoria per le masse in lotta. Ma se domani Gota si dimettesse davvero, come ha promesso, questo non fa che porre nuovi interrogativi all’aragalaya: il primo dei quali è: chi o cosa lo sostituirà? Sono in corso discussioni tra i politici proprio su questa domanda. Il nome dello speaker della Camera è stato scartato come presidente ad interim, così come quello del leader dell’opposizione ufficiale, Sajith Premadasa del SJB.

Alcuni esponenti del movimento, come l’Ordine degli Avvocati, hanno cercato di seminare illusioni su un governo di “unità nazionale” per superare la crisi: riformare la Costituzione, negoziare un salvataggio da parte del FMI e preparare nuove elezioni.

Ma chiunque scelga il parlamento, sulla base del sistema capitalista a cui tutti i partiti in parlamento sono intimamente legati, la crisi dello Sri Lanka non potrà che aggravarsi. Le masse hanno mostrato un sano scetticismo verso tutti i partiti fin dall’inizio dell’aragalaya. Fin dall’inizio si è levato lo slogan “Go Home 225”, ovvero “andate a casa tutti i 225 deputati del Parlamento”, che la maggioranza considera marci quanto la cricca al potere.

La crisi che lo Sri Lanka sta attraversando è in fondo una crisi del capitalismo. E lungi dall’attenuarsi, si sta solo aggravando. Due anni dopo la più grave crisi della storia del capitalismo, il mondo si sta nuovamente dirigendo verso una profonda recessione. Insieme all’inflazione vertiginosa, che sta aggravando il peso del debito delle economie povere e di quelle cosiddette “emergenti”, un nuovo crollo delle esportazioni non farà che aggravare ulteriormente l’esaurimento delle riserve valutarie. E questo non avverrà in uno o due Paesi, ma in intere fasce del mondo.

Come ha spiegato un analista del Financial Times:

Lo Sri Lanka in questo momento sembra come il canarino nella miniera di carbone, rispetto a quella che potrebbe diventare una crisi globale di un gran numero di Paesi in via di sviluppo gravati da un forte debito e incapaci di pagarlo...”.

Paesi lontani come l’Argentina ed El Salvador, l’Egitto e il Ghana, il Pakistan e il Laos stanno rischiando la bancarotta.

Bloomberg ha avvertito che “una valanga di default di proporzioni storiche è in arrivo per i mercati emergenti” e citato 19 Paesi in cui i rendimenti dei titoli di Stato superano il 10%, un’indicazione del fatto che questi Paesi si trovano in una situazione di sofferenza debitoria profonda .

In questi Paesi vivono 900 milioni di persone e devono complessivamente 237 miliardi di dollari ai creditori stranieri, ovvero quasi un quinto del debito dei mercati emergenti denominato in dollari, euro o yen. Si tratta di un candelotto di dinamite nei mercati del debito che è destinato a esplodere proprio mentre il mondo scivola verso la recessione.

L’aggravarsi della crisi in tutto il mondo costringerà le masse a intraprendere la strada della rivoluzione in un Paese dopo l’altro. Le masse dello Sri Lanka hanno dato un esempio di lotta. Il loro esempio sarà replicato in un paese dopo l’altro nel prossimo periodo. Ma mentre Gota se ne va, la classe dominante dello Sri Lanka rimane in sella.

Un governo di “unità nazionale” governerà nel loro interesse. Lavorerà a braccetto con il FMI nel tentativo di ripristinare l’equilibrio economico a spese delle classi lavoratrici e delle classi medie. Da questo governo, tutti i partiti e le istituzioni del capitalismo dello Sri Lanka usciranno completamente screditati. Le masse saranno costrette a portare la loro aragalaya nelle strade ancora una volta. Nel corso della loro lotta, attraverso conquiste parziali e battute d’arresto, settori sempre più ampi inizieranno a trarre la conclusione che le loro sofferenze possono terminare solo rovesciando il capitalismo stesso.

Ma per raggiungere questo obiettivo, la massa dei lavoratori dello Sri Lanka ha bisogno di una propria voce politica, di un proprio partito che possa spiegare che ciò che è necessario è una rivoluzione socialista. Le ricchezze dei ricchi devono essere prese a beneficio del popolo lavoratore. Le masse che hanno occupato il lussuoso palazzo del presidente hanno visto che la ricchezza si trova lì. Il problema è che è nelle mani sbagliate.

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