7 Febbraio 2020

“Sorry We Missed you!”, di Ken Loach – Un film che incontra la cruda realtà

Ci siamo ritrovati in una decina di delegati/e sindacali, tutti lavoratori (autisti, impiegati, addette call center…) tutti alle dipendenze dirette o negli appalti della multinazionale Ups. Scopo della serata: una visione collettiva dell’ultima pellicola di Ken Loach, Sorry We Missed You! “(Scusateci, vi abbiamo mancato!”), un pugno allo stomaco che prende il titolo dall’avviso di passaggio lasciato dai corrieri nel Regno Unito.

La storia è una fotografia di uno spaccato di vita reale di una coppia e di una famiglia alle prese con le stringenti conseguenze della crisi e dello sfruttamento legalizzato della precarietà lavorativa. Come questi amari ingredienti riescano a minare, con la loro pressione, la serenità dei rapporti personali e la qualità di vita dei protagonisti, è un’esperienza concreta che tutti i presenti hanno potuto constatare a viva pelle: ognuno di noi si è riconosciuto negli effetti devastanti che l’assurdità capitalistica e la frenesia del consumismo hanno sulla dignità lavorativa e, prima ancora, umana, delle persone e dei loro cari.

Parlandone fra noi, gli autisti in particolare hanno confermato che gli episodi di accanimento descritti rispecchiano le condizioni di oppressione tipici della gestione operata dagli appalti e dalle cooperative: giornata lavorativa infinita, penali esagerate viste le responsabilità che si accollavano, denigrazione sia da parte del datore di lavoro che da parte degli utenti. Un malessere che arriva ancora oggi fino al tragitto finale dei pacchi e che viene poi travasato nei call center che si occupano dell’assistenza clienti… La frustrazione è il filo conduttore della giornata che accompagna i personaggi e che tracima, pur non volendolo, sugli spettatori più impotenti e inconsapevoli: i figli. Sono loro a farne le spese più di tutti, assorbendo e restituendo questo disagio a causa del quale vedono i genitori incattivirsi e debilitarsi.

Questo panorama viene rappresentato come emblema di una società in cui è ancora una volta la classe operaia a far fronte alle schiaccianti necessità di sussistenza, asservita ai massacranti meccanismi del mercato che impone ritmi sempre più serrati, oltre a una sensibilità sempre più anestetizzata, per ridurci alla stregua di macchine. È un sistema asfissiante che con l’aiuto delle nuove tecnologie permette a chi fornisce lavoro di comprimere al massimo i costi e di farsi forza del motto “tanto dietro di te ce n’è un altro pronto a sostituirti”.

Che siano sempre le classi più disagiate a pagarne il prezzo è una canzone che dovrebbe averci già esasperato da un pezzo e che ci dovrebbe spronare a ribellarci a questo stato di cose oggi più di ieri.

Nel film invece si intravede una totale assenza di aggregazione, il protagonista è solo con la sua disperazione e non vede vie d’uscita. Non si dice che l’unione fa la forza, non si indica nessuna via d’uscita, niente che possa far pensare ad un mondo diverso.

Uno scetticismo che caratterizza oggi molti degli intellettuali a sinistra, ma che da lavoratori e da militanti non facciamo nostro. Nostro compito è di continuare a lottare a fianco dei nostri colleghi per contrastare i soprusi che vengono perpetrati ogni giorno nei confronti di quello che una volta era visto come un diritto e oggi viene considerato quasi esclusivamente come un dovere: il lavoro. Riuscire a tramutare i potenti graffi di questo film in carburante per tentare di invertire la rotta è una sfida e anzi un obiettivo morale di cui tutti dovremmo sentirci portatori!

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