Spagna – Sentenza della “Manada ”: manifestazioni di massa contro la giustizia patriarcale e di classe

La sentenza sul caso della “Manada” (branco, ndt) ha riempito le strade di rabbia e indignazione. Il tribunale ha assolto gli imputati dall’accusa di “aggressione sessuale” (avvenuta durante la festa di San Firmin a Pamplona, nel 2016) condannandoli a 9 anni di prigione per abusi sessuali ma in assenza di violenza e intimidazione. Una sentenza scandalosa che stabilisce che gli aggressori hanno circondato e trascinato la vittima in un portone, obbligandola a ripetuti rapporti orali, anali e vaginali. Cos’altro deve subire una donna prima che un giudice stabilisca che si tratti di un caso di violenza e intimidazione?

Il messaggio trasmesso da questa sentenza è che una donna dovrà scegliere se essere violentata o assassinata per essere creduta da un giudice. Il pregiudizio maschilista e di classe che sta dietro alla sentenza è evidente a qualunque osservatore. Una donna giovane e anonima, senza un cognome importante, va a cozzare contro il muro del potere giudiziario che la colpevolizza per la violenza subita trattando con la massima benevolenza i suoi aguzzini.

La risposta nelle strade non si è fatta attendere. Dal momento in cui la sentenza è stata resa nota, in tutto lo stato si sono moltiplicati i presidi, assai più numerosi e affollati del previsto: a Pamplona, Madrid, Barcellona, Siviglia, Vitoria, Granada…si sono trasformati in manifestazioni spontanee con decine di migliaia di partecipanti che in certi casi, come a Siviglia e Madrid, hanno contravvenuto alle indicazioni date dalla polizia di occupare solo i marciapiedi o una parte della carreggiata. A Cordoba un migliaio di persone ha impedito l’uscita del ministro Catalá, che aveva dichiarato ai media come le condanne di 9 anni inflitte ai membri della “manada” (branco, ndt) fossero “severe”, dall’Ordine degli avvocati.

A Madrid la manifestazione, dimostrando un alto senso di ribellione e determinazione, è arrivata fino al Parlamento solitamente blindato. A Siviglia si è improvvisata un’assemblea davanti alla sede del parlamento andaluso. “Non è abuso ma violenza”, “Sorella, siamo il tuo branco”, “Yo sí te creo” e slogan contro la giustizia patriarcale e di classe sono stati i più scanditi dalla marea di donne e uomini, in maggioranza giovani, scesa in strada giovedì contro questa sentenza scandalosa. Nel momento in cui scriviamo c’è una nuova mobilitazione a Pamplona e questo ci dice che per il movimento di protesta contro la “giustizia patriarcale” non è che l’inizio.

Molte domande ci ronzano nella testa: da che parte sta la “giustizia”? Dov’è finita la durezza con cui si agisce contro attivisti politici, rapper e internauti? Come può essere possibile una condanna a 9 anni di carcere per una violenza di gruppo mentre, per aver convocato un referendum, in Catalogna ci sono politici che ne rischiano 30?

Giudici e pubblici ministeri non vivono in un mondo a parte limitandosi ad applicare la legge con neutralità, ma si portano dietro un bagaglio ideologico che non è altro che quello della magistratura spagnola, mai epurata dopo la fine del franchismo e che continua ad avere lo stesso carattere reazionario di allora. Ciò si manifesta con chiara evidenza in particolare nel voto del magistrato Ricardo González, conosciuto nell’ambiente giudiziario navarro come misogino e reazionario, che ha sostenuto l’assoluzione degli imputati semplicemente perché la vittima non ha lottato contro i suoi cinque aggressori.

Ricardo González è un esempio estremo ma non eccezionale del grado di maschilismo e misoginia di cui è impregnato il potere giudiziario. Nato a Madrid, 58 anni, è sposato con due figli. E’ giudice dal 1986, seguendo la tradizone di famiglia, ed è passato per la Comunità Valenciana, per Castilla y León e per il Paese Basco arrivando nel 2001 alla seconda sezione della Audiencia de Navarra. Chi lo conosce non ne evidenzia in particolare gli aspetti concilianti. “E’ il tipico caso di giudice disastroso” affermano fonti consultate. “Le referenze non sono per nulla positive” aggiunge un suo compagno di carriera nella magistratura. Casi come quello di Juana Rivas, e molti altri relazionati alla violenza maschilista in tutte le sue forme, dimostrano come il sistema giudiziario sia fondato precisamente sulle idee dei tanti Ricardo González e che chi la pensa diversamente è un eccezione.

Bisogna chiedersi se il fatto che due degli appartenenti al “branco” facciano parte dell’apparato statale, come membri di Guardia Civil e Unidad Militar de Emergencias, abbia a che vedere con la mitezza della sentenza. È stato proprio l’agente della Guardia Civil a portarsi via il telefono della vittima, come dichiarato nella sentenza. Sia lui che il militare continuano a percepire il 75% del loro salario e sono solo sospesi cautelativamente dal servizio [2]. La coincidenza tra questo fatto e il processo di Altasu, in cui le prove portate dalla difesa hanno smontato la versione fornita dalla Guardia Civil, ha sferrato un colpo mortale al prestigio dell’istituzione armata. Come ciliegina sulla torta, solo il giorno dopo rispetto alla sentenza della “Manada”, un giudice di Madrid ha archiviato la denuncia presentata contro i poliziotti municipali che hanno minacciato il sindaco Carmena in un gruppo di Whatsapp, ennesimo episodio di connivenza tra la magistratura e i membri più reazionari della sicurezza statale.

Sembra che questo sistema giudiziario applichi la stessa leggerezza nei casi di corruzione dei potenti come in quelli di violenza e aggressione contro le donne. Dobbiamo organizzarci. Non possiamo permettere che lo stato e il sistema giudiziario, uno dei suoi tentacoli, limitino la nostra libertà, ci reprimano quando ci ribelliamo contro questo sistema di sfruttamento e ci lascino alla mercè della violenza quotidiana cui siamo sottoposte. Come LUCHA DE CLASES chiediamo che sia fatta piazza pulita degli elementi misogini e reazionari dell’apparato giudiziario e statale, che incoraggiano e proteggono la violenza contro donne e sfruttati. Di fronte alla loro giustizia patriarcale e di classe proponiamo l’elezione a suffragio universale di giudici e magistrati, la loro revocabilità e il controllo sul loro operato da parte della classe lavoratrice.

Dobbiamo unirci al resto delle classi sociali oppresse per costruire un’alternativa di sistema, cominciando proprio dallo stato, e per fare ciò è imprescindibile che l’unione della classe lavoratrice nel suo complesso conduca la lotta nei posti di lavoro, di studio e nelle strade.

NO ALLA VIOLENZA NELLE STRADE E NEI PROCESSI, ABBASSO L’OPPRESSIONE STATALE!

CONTRO L’OPPRESSIONE DELLE DONNE, LOTTA PER IL SOCIALISMO

 

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