20 Settembre 2021 Lubna Badi (www.marxist.com)

Siccità globale: la sete di profitto prosciuga il pianeta

Di fronte alla pandemia, la crisi ambientale è stata in parte messa in secondo piano. Il suo impatto, tuttavia, continua a essere devastante. Stiamo raccogliendo le conseguenze del cambiamento climatico con condizioni meteorologiche estreme che stanno diventando sempre più comuni. Quest’anno, in particolare, gravi siccità hanno colpito diverse regioni sparse in tutto il mondo.

California, Brasile e Taiwan hanno registrato siccità da record. Intere aree del pianeta, tra cui Europa, Africa e Medio Oriente, hanno visto carenze d’acqua molto pericolose. Decenni di cattiva gestione capitalista, corruzione e cambiamento climatico hanno prodotto una crisi idrica che ora sta ponendo l’umanità a un bivio: o rispondere all’emergenza in maniera pianificata, o ridurre vaste aree del nostro pianeta all’invivibilità.

Secondo l’OMS, circa 55 milioni di persone in tutto il mondo vengono colpite ogni anno dalla siccità. La situazione rappresenta un serio pericolo per gli allevamenti e le colture in quasi ogni parte del mondo. Minaccia i mezzi di sussistenza delle persone, aumenta il rischio di malattie e sta alimentando un massiccio spostamento della popolazione. Entro il 2030, addirittura 700 milioni di persone saranno a rischio di dover abbandonare il luogo dove vivono a causa della siccità. Un recente studio pubblicato su Nature Geoscience afferma che siccità di tale gravità non si verificavano nell’estate europea da oltre 2.100 anni.

La situazione sta peggiorando di giorno in giorno. Si prevede che le siccità dureranno più a lungo e diventeranno più gravi perchè il pianeta continua a riscaldarsi a causa delle emissioni di gas serra, principalmente dovute ai combustibili fossili. L’Environmental Defense Fund (EDF) parla addirittura di una tendenza verso periodi di siccità prolungata, che possono durare due decenni o più.

Il responsabile è il capitalismo

Mentre fiumi, laghi e bacini idrici si prosciugano, i dati della NASA hanno rivelato che 13 dei 37 bacini idrici più importanti del mondo si stanno esaurendo molto più velocemente di quanto possano essere riempiti di nuovo. L’agricoltura rappresenta circa il 70% dell’utilizzo globale di acqua dolce, mentre l’industria rivendica un altro 20%, pari al 90% del totale. Tali cifre mostrano chiaramente perché le scelte etiche volte a ridurre il consumo personale di acqua da parte dei singoli individui non possono nemmeno scalfire la superficie del problema.

L’agricoltura nel sistema capitalista è gestita in maniera completamente irrazionale. Prendiamo il caso della California: questo stato degli Stati Uniti è così secco – riceve solo circa 8 cm di pioggia all’anno – che in effetti potrebbe essere considerato come un vero e proprio deserto. Eppure questa regione produce circa il 90% delle verdure invernali negli Stati Uniti. Ettari ed ettari di terra in California sono dedicati alla produzione di erba medica e mandorle, due delle colture con maggiore necessità d’acqua esistenti. Gli agricoltori stanno inondando le loro risaie con una quantità oscena di acqua che evapora quasi con la stessa rapidità con cui viene irrorata. La California produce il secondo raccolto di riso degli Stati Uniti. Ma ora, a causa della siccità, gli agricoltori coltiveranno circa 40 mila ettari in meno di riso, in calo del 20% rispetto alla media di 200 mila ettari coltivati ​​annualmente nello stato.

Queste sono colture estremamente redditizie, che vengono coltivate perché i proprietari terrieri possono ottenere una buona resa e prezzi eccellenti. Ma sono i residenti delle città vicine che devono affrontare le ripercussioni di una grave carenza d’acqua. Razionalmente parlando, nulla di questa situazione ha alcun senso. Da un punto di vista della gestione dell’acqua, queste colture contribuiscono solo a drenare ulteriormente il bacino idrico limitato della California, aprendo la strada al suo collasso totale.

Questa è una conseguenza diretta della proprietà privata della terra sotto il capitalismo. In questo sistema, ha perfettamente senso che i proprietari agricoli allaghino i propri terreni. Se l’azienda che possiede un terreno dovesse moderare il suo consumo di acqua cambiando raccolto, altri nello stato li supererebbero in concorrenza continuando a coltivare i raccolti più redditizi. L’anarchia della competizione nel mercato fa sì che più velocemente si prosciuga la falda acquifera, più avidamente le aziende agricole continuano a prosciugarla, sperando di accaparrarsi quanto più possibile di questa risorsa preziosa e limitata prima che si esaurisca del tutto.

Questo è solo un esempio. Tali pratiche sono diffuse in tutto il mondo; dall’allagamento di terreni agricoli con acqua (che è il modo meno efficiente per irrigare un campo), alla coltivazione di colture in climi inadatti perché è redditizio nel breve termine, all’abbattimento della foresta Amazzonica e di altre foreste pluviali per sfruttare nell’immediato la loro fertilità.

Il punto è che i capitalisti sfruttano il pianeta e le sue risorse per un guadagno immediato. Il loro movente è il profitto. Come già scriveva Engels nel 1876 nella sua incredibile opera “Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia:

In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono esser presi in considerazione solo i risultati più vicini, più immediati. (…) Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba, che bruciarono completamente i boschi sui pendii e trovarono nella cenere concime sufficiente per una generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l’ormai indifeso “humus” e lasciassero dietro di sé solo nude rocce? Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato. E poi ci si meraviglia ancora che gli effetti più remoti delle attività rivolte a un dato scopo siano completamente diversi e per lo più portino allo scopo opposto.

Proteste

Gli episodi di siccità causati dai cambiamenti climatici hanno reso insostenibile mantenere lo stile di vita precedente per i piccoli agricoltori in tutto il mondo. La crisi ha già portato a proteste radicali in varie regioni. In Iran, ad esempio, quest’anno gli agricoltori sono scesi in piazza più volte contro la mancanza di accesso permanente all’acqua.

Queste persone sono giustamente furiose e incredibilmente disperate. Gli agricoltori hanno dovuto vendere letteralmente tutto ciò che avevano per sopravvivere. Gli studi hanno dimostrato che esiste una chiara correlazione tra siccità e tassi di suicidio in questo settore.

Le proteste di massa in Iran per la scarsità d’acqua non sono isolate. Il bacino del Tigri-Eufrate viene prosciugato più velocemente di qualsiasi altro bacino del mondo, ad eccezione dell’India settentrionale. In Siria, una devastante siccità nel 2006 ha costretto gli agricoltori a emigrare nelle città per sopravvivere, ingrossando le fila dei disoccupati e alimentando i malumori, poi esplosi nel 2011. Nella stessa regione, l’esaurimento delle riserve idriche alimenta le tensioni nazionali. Dal 1975, la costruzione di dighe idroelettriche da parte della Turchia ha ridotto il flusso d’acqua verso l’Iraq del 90% e verso la Siria del 40%. Entrambi hanno accusato la Turchia di accaparramento dell’ acqua.

La mancanza di accesso all’acqua è stata proprio una delle cause scatenanti delle proteste in Iraq nel 2019. Le masse sono state costrette a sopportare estati in cui la temperatura raggiungeva i 50 gradi senza acqua né elettricità. Eppure i quartieri più ricchi potevano godere di aria condizionata e acqua fresca senza interruzioni. Lenin una volta disse che “il capitalismo è orrore senza fine”. Ecco un esempio calzante. L’aggravarsi della crisi idrica sarà un fattore fondamentale nello sviluppo di una coscienza rivoluzionaria per molti lavoratori e agricoltori.

Crisi dei rifugiati

Sia la crisi ambientale, sia le conseguenti guerre per l’acqua, rischiano di aggravare la crisi dei rifugiati. Secondo le stime delle Nazioni Unite, entro il 2050 circa 200 milioni di persone potrebbero essere costrette a lasciare le loro case a causa del cambiamento climatico. Gli eventi meteorologici estremi, la desertificazione e l’innalzamento del livello del mare – che insieme all’allagamento delle aree costiere causeranno l’ulteriore salinizzazione delle forniture di acqua dolce, se misure di pianificazione dello sfruttamento delle risorse idriche non verranno attuate in tempo – contribuiranno all’emigrazione forzata di intere popolazioni.

Nel frattempo, il WPS (Water, Peace and Security), finanziato dal governo olandese, ha previsto che solo quest’anno c’è una probabilità media dell’86% di conflitti violenti legati all’acqua in Iraq, Iran, Mali, Nigeria, India e Pakistan.

Nel sistema capitalista, ognuno pensa a se stesso e lo stesso vale per le nazioni. Piuttosto che una risposta globale e pianificata che dia la priorità ai bisogni complessivi dell’umanità, ogni nazione capitalista proteggerà il proprio accesso all’acqua a spese dei suoi vicini.

Un’alternativa esiste

Nonostante la distruzione ambientale che stiamo vivendo, dobbiamo sottolineare che abbiamo a disposizione tutti i mezzi necessari per risolvere questi problemi.

Occorre innanzitutto un piano di produzione che sia razionale. Piuttosto che lasciare a ogni capitalista la scelta di produrre questo o quell’altro raccolto perché è più redditizio, dovrebbero essere coltivate colture specifiche in base al tipo di suolo, livello di umidità, temperatura, precipitazioni ecc. Piuttosto che produrre colture ad alta richiesta d’acqua in ambienti semi-aridi, altre colture più appropriate dovrebbero essere coltivate in quei luoghi e le colture che necessitano una maggiore quantità d’acqua dovrebbero essere sviluppate dove l’acqua dolce è più abbondante. Finché i singoli capitalisti e i gruppi nazionali di capitalisti saranno in competizione, un tale piano è impossibile. In altre parole, abbiamo bisogno di un piano agricolo razionale, globale, gestito da e per i lavoratori. Immaginate cosa potremmo fare su scala mondiale.

Inoltre, la tecnologia già esistente deve essere messa a disposizione di tutta la società per rendere l’utilizzo dell’acqua il più efficiente possibile. Il settore agricolo olandese altamente sviluppato sta già utilizzando tale tecnologia.

Il monitoraggio diretto delle colture e le informazioni geografiche sono utilizzate dal settore agroalimentare olandese per fornire informazioni precise sulle risorse idriche, misurare la qualità del suolo e i livelli di umidità, ecc. Al fine di migliorare i metodi agricoli e l’efficienza dell’irrigazione. Un’innovazione che ha avuto un forte impatto sulla produzione è nota come “coltivazione protetta” o il metodo della serra “chiusa”, che migliora immensamente l’efficienza dell’utilizzo dell’acqua. Naturalmente, questo richiede molta più energia. Tuttavia, sotto il socialismo troveremmo mezzi sostenibili per alimentare queste serre utilizzando energia rinnovabile.

Questo metodo a serra “chiusa” riduce significativamente lo spreco d’acqua nell’aria, che in media rappresenta circa il 70% dell’acqua persa nell’irrigazione. Attraverso il riciclaggio idroponico, è anche possibile ridurre l’emissione di acqua nel suolo. L’agricoltura olandese ha raggiunto un’efficienza idrica che non ha eguali al mondo. Tanto per fare un esempio, in un campo di pomodori in Spagna, un agricoltore produce circa 20 kg di pomodori per metro cubo d’acqua. Nella serra “chiusa” olandese, la stessa quantità di acqua può produrre 250 kg di pomodori. Eppure la classe capitalista olandese mantiene per sé questa tecnologia, non avendo alcun interesse a condividere tali conoscenze e tecniche con i suoi concorrenti sul mercato mondiale. Sono interessati all’efficienza idrica perché è redditizia. La loro motivazione non è produrre cibo per sfamare le persone, ma competere sul mercato mondiale.

Tali metodi sono quindi completamente inaccessibili ai piccoli agricoltori in Iran, India e in qualsiasi altra parte del mondo. Questa non è “colpa loro”, ma piuttosto responsabilità dei capitalisti. Visto che i loro vecchi metodi di irrigazione sono resi impraticabili dalla diminuzione delle riserve idriche, piuttosto che aiutare gli agricoltori a migliorare i loro metodi, lo stato capitalista semplicemente li abbandona a loro stessi, riservando l’acqua limitata rimasta ai giganteschi monopoli. Oggi le nazioni ricche come i Paesi Bassi custodiscono gelosamente importanti innovazioni nell’utilizzo dell’acqua. Anche se dovessero condividerle, le grandi banche non prestererebbero capitali sufficienti ai piccoli agricoltori per metterle in pratica. Nell’ambito di un piano di produzione socialista, al contrario, sarebbe nell’interesse della società nel suo insieme non solo condividere queste tecnologie innovative con l’intera umanità, ma anche aiutare i piccoli agricoltori a razionalizzare collettivamente l’agricoltura, mettendo a disposizione delle piccole comunità agricole tutti gli investimenti necessari e le competenze.

L’agricoltura soffre dello stesso problema fondamentale che impedisce ai capitalisti di passare rapidamente all’energia verde: semplicemente non è redditizio farlo.

La protezione di molte fonti d’acqua preziose richiederebbe una massiccia pianificazione economica. Non c’è alcun profitto immediato per il singolo capitalista che investe nella desalinizzazione delle acque sotterranee o nella creazione delle infrastrutture per un sistema di gestione nazionale, o ancor più internazionale, per l’utilizzo dell’acqua per il consumo umano, l’agricoltura e l’industria. Invece non c’è alcuna perdita di profitto nello scaricare rifiuti inquinanti nei fiumi e negli oceani. In effetti, è spesso la cosa più economica da fare per un singolo capitalista. Il costo per l’umanità, tuttavia, è incommensurabile.

Niente di tutto questo può essere risolto sotto il capitalismo. Questo è il punto. Dobbiamo quindi aver chiaro che il rovesciamento del capitalismo è una questione urgente.

Quando il capitalismo sarà stato eliminato, potremo finalmente iniziare ad affrontare le molteplici catastrofi ambientali che ci ha lasciato in eredità. I lavoratori possono introdurre un sistema razionale, in cui si condivida l’immenso patrimonio di conoscenze e tecnologie di cui disponiamo per gestire le risorse idriche in modo sostenibile. Nessuno deve soffrire la fame, diventare un rifugiato o soffrire a causa del cambiamento climatico. Abbiamo i mezzi per cambiare questa situazione, ma non possiamo cambiare qualcosa che non possiamo controllare e non possiamo controllare ciò che non possediamo.

La nazionalizzazione dei giganti dell’industria agroalimentare, dell’estrazione mineraria, di tutte le industrie ad alto consumo d’acqua e delle banche secondo un piano di produzione democratico è la condizione primaria per risolvere la crisi idrica.

Il capitalismo ha gravemente danneggiato il pianeta. Ma una volta che la classe lavoratrice avrà il controllo dell’economia, potremo passare all’energia verde per invertire gli effetti a lungo termine del cambiamento climatico e potremo iniziare ad affrontare immediatamente problemi come la siccità. Ogni giorno che questo sistema marcio sopravvive, la crisi diventa più grave, con la conseguenza di perdita di vite umane. Abbiamo bisogno urgentemente di una rivoluzione.

13 settembre 2021

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