20 maggio 2016

Scuola, rilanciamo la lotta!

A fine aprile hanno preso il via le prove scritte del concorso scuola 2016. Secondo i dati del ministero, oltre 165mila insegnanti si sono iscritti per partecipare al concorso, strada prevista dalla Legge 107 “Buona Scuola” per immettere in ruolo docenti precari già abilitati all’insegnamento, spesso con anni di servizio nel curriculum (l’età media dei partecipanti è di 38 anni e mezzo). Non esiste una sola intervista fatta ai candidati dalla quale non emerga quanto questo concorso sia una vera e propria farsa, l’ennesima di questo Governo.

Come prerequisito per l’iscrizione difatti è stata richiesta l’abilitazione, essere in possesso di questo titolo vuol dire aver già superato molto più di un concorso. Significa aver portato a termine un percorso progettato dal ministero dell’istruzione e organizzato dalle università (costo di iscrizione dai 1000 a oltre 2000 euro), costituito da: selezione iniziale e tirocinio per chi non ha maturato almeno 36 mesi di servizio nelle scuole, formazione in aula e esame conclusivo con elaborati scritti e prova orale per tutti.

Fino a qualche anno fa percorsi abilitanti di questo tipo consentivano agli insegnanti di inserirsi nelle Graduatorie ad Esaurimento, graduatorie dalle quali i provveditorati agli studi attingevano (e tuttora attingono visto che sono ancora formate da decine di migliaia di docenti) per l’automatica immissione in ruolo. Ora non sono più “sufficientemente competenti”, serve la farsa del concorso in cui i commissari vengono pagati un euro l’ora e le prove scritte vengono svolte in un contesto tutt’altro che trasparente.

Questo concorso, esattamente come il precedente del 2012, è uno strumento di pura propaganda per il Governo che non risolve il problema del precariato nella scuola – gli immessi in ruolo andranno sostanzialmente a coprire il turn over nel triennio 2016-2018 – alimentando la contrapposizione tra docenti. Il concorso del 2012 generò idonei non abilitati, creò vincitori non abilitati, gli uni e gli altri in contrapposizione agli abilitati (questi ultimi ulteriormente suddivisi su più graduatorie). E una tale contesa per l’immissione in ruolo non cesserà nemmeno con questo concorso visto che il ricorso intrapreso da alcune categorie di non abilitati per essere ammessi come partecipanti sta trovando accoglimento da parte dei tribunali e dal Consiglio di Stato.

Oltretutto, con ben poche speranze risulta essere il destino di 100mila partecipanti al concorso che pur in possesso di abilitazione rimarranno esclusi dall’immissione in ruolo (63mila le cattedre messe a disposizione): il Miur ha creato le condizioni per la loro espulsione di massa dal mondo dell’istruzione. Di fronte alla sentenza della Corte di Giustizia Eurpea, secondo la quale i precari scuola con più di 36 mesi di servizio hanno diritto all’assunzione a tempo indeterminato, il Governo, in maniera paradossale, ha stabilito che dall’anno scolastico 2016/17 non verranno più chiamati ad insegnare quei precari storici che avrebbero diritto all’assunzione a tempo indeterminato. Il docente precario usa e getta (per ogni anno scolastico) diventa così il docente da usare, gettare e escludere definitivamente dopo tre anni.

Tutto questo mentre nelle scuole ci si deve confrontare con l’applicazione della “Buona Scuola” nei diversi suoi aspetti: l’assegnazione del Bonus Docenti, la creazione degli ambiti territoriali e la mobilità nazionale prevista per 50mila insegnanti neoassunti, il confronto in atto tra sindacati e Miur su come declinare negli ambiti territoriali la chiamata diretta dei presidi. La consapevolezza sulla natura della Legge 107, maturata dai docenti nel corso della mobilitazione dello scorso anno, sta quindi trovando un effettivo riscontro in ogni scuola.

In particolare, l’assegnazione del Bonus Docenti, parte di salario accessorio che, secondo l’impianto della “Buona Scuola”, dovrebbe essere sottratto alla contrattazione, messo nelle mani del preside per premiare gli insegnanti “più meritevoli”, esplicita come il Governo concepisce l’aumento salariale per chi lavora nel mondo dell’istruzione. Non è un caso che i lavoratori della scuola, così come l’intera categoria del pubblico impiego, si ritrovino con le stesse retribuzioni di sette anni fa a causa del blocco del contratto dal 2009. Nessuna disponibilità alla riapertura del tavolo sul rinnovo contrattuale è emersa dagli incontri tra organizzazioni sindacali e Governo.

Ed è proprio il rinnovo del contratto a costituire il principale punto della piattaforma rivendicativa dello sciopero della scuola proclamato per il 20 maggio dalla FLC-CGIL e altre principali sigle sindacali di categoria.

Questo mese in realtà sta vedendo diversi momenti di mobilitazione, il 4 e il 5 maggio ci sono state le consuete giornate di sciopero alle scuole elementari per boicottare i test invalsi, mentre per il 12 maggio, sempre i Cobas, hanno proclamato lo sciopero generale dei lavoratori della scuola. Il rischio, nell’avere più appuntamenti promossi da organizzazioni diverse, è quello di disperdere le energie da mettere in campo.

Quello che si rende necessario è il rilancio della lotta attraverso una chiara prospettiva, non un’insieme di singole giornate di mobilitazione percepite dai lavoratori come tra loro alternative. Serve incisività e deve esserci ogni sforzo, da parte delle diverse dirigenze sindacali, perché sia evidente l’efficacia del percorso di lotta che deve essere messo in campo.

Il movimento dell’anno scorso si è arenato non perché la stragrande maggioranza di chi lavora nel mondo della scuola si è arresa, ma perché la mobilitazione è stata condotta a un punto morto dalle dirigenze sindacali: un’ora di sciopero (con indicazioni tutt’altro che chiare sul come metterla in pratica) in occasione degli scrutini, utile semplicemente a posticiparli di un paio di giorni.

La consapevolezza che per cambiare le cose non c’è altra strada che intraprendere una dura offensiva è un elemento presente tra i lavoratori della scuola. L’esperienza dello scorso anno ha lasciato il segno, ha fatto balzare agli occhi che la forza da mettere in campo non può esplicitarsi solamente in una importante giornata di sciopero, ma deve andare oltre aumentando la conflittualità.

Per questo, elemento fondamentale è la prospettiva con cui viene messa in campo la mobilitazione, con cui viene convocato lo sciopero del 20 maggio. Ad un anno dall’ultima imponente mobilitazione, la lotta va rilanciata con una piattaforma rivendicativa che faccia emergere, in maniera comprensibile a qualsiasi lavoratore, pochi e semplici punti da perseguire fino in fondo. Per fare alcuni esempi: il rinnovo del contratto con l’aumento di 200 euro mensili per il recupero del potere d’acquisto perso in questi anni (stima per difetto delle organizzazioni sindacali), l’abolizione del Bonus Docenti e della chiamata diretta, un piano di immissione in ruolo dei precari sulla base del cosiddetto “organico di fatto” di ogni scuola (fissando a 20 il numero massimo di alunni per classe), un piano di assunzioni del personale ausiliario-tecnico-amministrativo che permetta di alleggerire gli attuali eccessivi carichi di lavoro e le ore di straordinario.

Sono necessarie assemblee sindacali capillari nei territori, nelle quali i lavoratori possano discutere dei punti rivendicativi e di come rendere il più efficace possibile la mobilitazione. I lavoratori hanno dimostrato di non esitare se sono chiamati a bloccare le scuole con un obiettivo chiaro, l’offensiva deve ripartire con la piena determinazione da parte delle dirigenze sindacali. Il Governo può e deve essere piegato portando la lotta fino in fondo.

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