27 Aprile 2020

Scuola: la didattica a distanza esaspera la divisione sociale!

Pochi giorni fa la ministra dell’Istruzione Azzolina ha annunciato che per quest’anno scolastico gli istituti resteranno chiusi, riapriranno forse a settembre e che, pur restando i voti ma senza “6 politico”, nessuno verrà bocciato. Non bloccare le bocciature sarebbe stato percepito dagli studenti come una profonda ingiustizia. Perché la Didattica a distanza (Dad), è ovvio, non può essere considerata alla pari delle lezioni in presenza in aula. Come molti si sono accorti stare davanti al computer, se non a un telefonino, per ore e ore, risulta più stancante che assistere alle lezioni normali, e in certi casi le spiegazioni sono state sostituite da un mero invio di materiale da studiare in autonomia. Solo un po’ più di fatica, quindi? Non proprio.

Ostacoli materiali

Come ha certificato l’Istat (Cittadini e Ict 2019) non tutti hanno a disposizione un Pc o un tablet con una connessione internet adeguata a seguire le lezioni. In più di una famiglia su tre mancano del tutto i dispositivi informatici, in percentuali più alte al Sud e nelle zone più economicamente depresse. E solo il 22,2% delle famiglie ha un dispositivo elettronico per ogni membro. Inoltre solo il 33% della popolazione italiana ha le competenze digitali necessarie a svolgere attività online. Anche le case non sono tutte uguali, molte sono troppo piccole per garantire spazi sereni in cui studiare, per di più in una condizione di sovraffollamento dovuto alla quarantena. Peggio ancora dove i figli sono numerosi e magari sulla stessa connessione deve anche lavorare uno dei genitori. Perciò è chiaro che le situazioni di difficoltà scolastiche, dovute alle condizioni socio-economiche della famiglia, sono molte, ed è logico pensare che molti studenti, se anche non verranno bocciati quest’anno, soffriranno in futuro uno svantaggio rispetto ai coetanei di famiglie più benestanti.

I rapporti sulla povertà in Italia mostrano che in dieci anni di crisi i giovani in povertà assoluta sono triplicati (da 375mila del 2008 a 1,3 milioni del 2019), mentre quelli in povertà relativa sono quasi raddoppiati (da 1,2 milioni del 2008 a 2,2 del 2019) (Fonte Istat). Già prima della pandemia uno studente su sette abbandonava precocemente gli studi. Visto che la crisi economica dopo questo periodo peggiorerà, è facile aspettarsi che sempre più famiglie e sempre più ragazzi saranno in difficoltà economica e scolastica. Possiamo dire che la didattica a distanza ingigantisce quelle che sono le storture che già c’erano del nostro sistema sociale e che finiscono per riflettersi sugli studenti in quarantena.

Vent’anni di controriforme

Non bisogna dimenticare che il precedente ministro dell’Istruzione Fioramonti, proprio per denunciare i tagli al suo ministero (costanti da vent’anni), si era dimesso già a dicembre 2019 sostenendo di non avere abbastanza risorse per gestire in maniera degna la scuola, le università e la ricerca. Questo è la prova del fallimento di tutte le controriforme, a partire dall’Autonomia scolastica del 1999. Questa impostazione ha voluto fare di ogni istituto un’azienda indipendente, guidata da un preside/manager che deve gestirla secondo i criteri del mercato, cioè in competizione con gli altri istituti (in base ai risultati delle prove Invalsi), per garantirsi le risorse, spesso cercando di attirare investimenti dai privati, i quali finiscono per influenzare i programmi di studio e la libertà di insegnamento.

È per via dell’Autonomia scolastica che, se pur la media di investimenti in Italia per ogni studente è di 172 euro, in Emilia-Romagna ne sono investiti 316 mentre in Calabria solo 26! Ma le differenze non corrono solo tra Nord e Sud, ma anche tra periferie e centro, pianura e montagna. Il risultato è che le scuole si dividono in istituti di serie A e di serie B in base alla ricchezza del territorio. Tutto questo dimostra che in questa società non sono dati a tutti gli stessi strumenti e le stesse risorse. Dei sottofinanziamenti, tra i più bassi d’Europa, soffrono pure gli insegnanti. I nostri professori sono tra i peggio retribuiti dell’Ue!

Classe contro classe

Possiamo dire che l’educazione è classista: chi ha una famiglia con alti redditi, o vive in un territorio ricco, è avvantaggiato negli studi. Mentre i figli della classe operaia, dei lavoratori, specie delle zone depresse, soffrono più difficoltà nel proseguire gli studi, mancando di risorse quali una casa comoda e provvista del necessario.

L’emergenza sanitaria mostra in maniera chiara quelle che sono le contraddizioni e le ingiustizie della nostra società capitalista. Mentre a medici e infermieri non vengono fatti i tamponi, e sono costretti a lavorare strenuamente in un servizio sanitario già indebolito da decenni di tagli al personale e alle risorse, politici, calciatori, vip e ricchi potendo pagare hanno accesso a tutti i tamponi che desiderano. Poi, mentre vengono criminalizzati quelli che passeggiano o corrono in solitaria, Confindustria cerca ogni sotterfugio e fa ogni genere di pressione sulla politica affinché le aziende rimangano aperte, nonostante sia ormai chiaro che riunire centinaia o migliaia di lavoratori dentro lo stesso capannone sia stato il maggior veicolo per la trasmissione del virus.

Mentre i ricchi possono passare la quarantena nelle loro magnifiche case, milioni di lavoratori non possono permettersi il lusso della quarantena, e ogni mattina devono uscire di casa per andare a produrre, magari prodotti e servizi non essenziali, correndo il serio rischio di ammalarsi, e di far ammalare i propri figli chiusi in case anguste a studiare sul telefono. È anche per questo che ogni studente oggi può rendersi conto, ora più che mai, delle ingiustizie e le diseguaglianze di questo sistema, basta guardare ai propri genitori e alla propria situazione in casa. Se per il profitto di pochi e per logiche completamente irrazionali viene sacrificato il nostro diritto alla salute, allo studio e a una vita dignitosa, dobbiamo organizzarci e lottare per imporre un cambiamento radicale nel modo in cui è organizzata la società, dobbiamo lottare come classe, come lavoratori e figli di lavoratori, per riorganizzare in modo razionale e democratico la società, nell’interesse della maggior parte delle persone e non di pochi.

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