16 febbraio 2018

Scuola – Immissione in ruolo di tutti i precari, subito!

L’ultimo attacco del governo Gentiloni – Fedeli alla scuola pubblica è quello avvenuto implicitamente tramite la scandalosa sentenza del Consiglio di Stato del 20 dicembre 2017 sul destino dei diplomati magistrali. Implicitamente poiché sarebbe bastato un decreto per sanare una situazione ben presente al MIUR, una vera e propria spada di Damocle che pendeva sulla professionalità di tanti maestri e sul percorso educativo di centinaia di migliaia di bambini.

La sentenza, di fatti, afferma che i diplomati alle magistrali non possono essere insegnanti di ruolo ma solo fare, eventualmente, supplenze saltuarie, una vera e propria tegola sulla testa di 6mila lavoratori.

Tra le fila dei 44000 diplomati magistrali colpiti dalla sentenza vi sono in gran parte insegnanti – quindi lavoratori – attivi da anni che, oltre a garantire l’ordinario funzionamento della scuola pubblica, si prendono cura dell’educazione dei bambini avendone tutto il diritto di farlo.
Non sono dei furbastri abusivi, guidati da brame oscure e dediti al complotto ai danni dei laureati in Scienze della Formazione Primaria. Sia gli uni che gli altri sono stati ingiustamente esclusi dall’insegnamento a causa di precise scelte politiche.
In questi anni le politiche attuate hanno tagliato selvaggiamente e sistematicamente le risorse all’istruzione pubblica, non risolvendo minimamente il problema del precariato. Anzi, creando la chiamata diretta, la precarietà nelle scuole è stata amplificata e la continuità didattica si è confermata essere l’ultima delle preoccupazioni di chi ha governato.

Tra gli insegnanti diplomati magistrali, vi sono oltre 6000 docenti già passati di ruolo con l’assurda etichetta “ruolo con riserva”: colpiti da quest’altrettanto assurda sentenza, ora vengono reputati non idonei. Tra di loro, c’è chi entrò come diplomato magistrale conseguendo successivamente la laurea e varie specializzazioni, e ora si troverebbe privato del ruolo e di fatto espulso dalla scuola. Una parte minore, certo, è composta da chi non era mai entrato in una classe finora, semplicemente perché non era ancora in posizione utile in graduatoria. Nel frattempo, a meno che queste persone non abbiano vissuto di rendita, è toccato loro fare altro per sopravvivere. Per questo può capitare che lavoratori o lavoratrici formate per insegnare ma alle prime armi nel mondo dell’educazione siano ex commessi/e, ex impiegati/e, ex camerieri/e, ex operai/e. Stiamo parlando di persone che hanno conseguito un diploma per l’insegnamento e che dovrebbero essere inserite nel mondo dell’istruzione tramite affiancamento a chi già insegna, prevedendo eventualmente corsi di aggiornamento.

Anni e anni di tagli strutturali da parte dei governi – sia di centrodestra che di centrosinistra – hanno peggiorato le condizioni negli istituti scolastici (basti pensare alla riduzione del tempo pieno e delle compresenze), lasciando fuori dalle scuole migliaia di persone specializzate nell’ambito dell’educazione. Ed è su di loro che ora viene scaricata la responsabilità della mancata assunzione quando da anni ne avrebbero avuto il diritto. Contemporaneamente, mentre le scuole pubbliche cadono (anche letteralmente) a pezzi e per acquistare le attrezzature ci si deve affidare alla raccolta punti del supermercato, le scuole private (definite “paritarie” con un giochetto semantico) sono state foraggiate da tutti i governi in maniera crescente; nel 2017 lo stanziamento è stato di ben 570 milioni di euro, col recente beneplacito del M5S.

Le persone da mandare a casa non sono certo gli educatori, ma i ministri, il ceto politico e i burocrati che hanno occupato le poltrone del MIUR negli ultimi venti anni con l’unica finalità di attaccare e peggiorare la scuola pubblica. La ministra Fedeli e il PD in primis.

Le graduatorie vanno riaperte immediatamente per tutti i diplomati colpiti da questa assurda sentenza, esattamente come vanno riaperte anche per i laureati in Scienze della Formazione, per gli abilitati PAS e i TFA. A questo deve seguire un drastico aumento delle risorse all’istruzione e un’immissione in ruolo di tutti i docenti presenti nelle GaE. Vanno attivati immediatamente adeguati corsi di formazione/aggiornamento gratuiti e in orario di servizio, obbligatori per chiunque insegni in una scuola.

Queste rivendicazioni devono essere avanzate mettendo in campo una mobilitazione che veda in primo luogo, fianco a fianco, diplomati e laureati, e che si leghi ad una piattaforma rivendicativa per un adeguato contratto nazionale in cui ci sia un effettivo recupero del potere d’acquisto dei lavoratori della scuola e l’eliminazione del cosiddetto “bonus merito” per gli insegnanti da valorizzare. Una lotta che punti il dito contro un ceto politico e un intero sistema per cui è più importante inviare 500 militari in Niger che investire nell’istruzione.
Oltre un anno fa, dopo l’entrata a regime della devastante legge sulla “Buona scuola”, la Corte dei Conti certificava come il comparto dell’istruzione avesse subìto vistosi e importanti tagli da parte di tutti i governi che si sono succeduti (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi). In particolare, per i redditi dei lavoratori del comparto, la spesa è scesa da 33,5 miliardi a 28 miliardi. L’aumento sbandierato, dagli 80 ai 110 euro lordi, previsto nell’intesa per rinnovo CCNL sottoscritta da sindacati confederali e Governo, non recupera minimamente quanto è stato tagliato.

Le risorse ci sono, ma vengono sistematicamente utilizzate per altro: solo per citare le spese belliche, il recente rapporto dell’Osservatorio sulle spese militari presentato nella sala stampa del Parlamento il 1 febbraio 2018 parla di un continuo incremento: nel 2017 si è raggiunta la cifra di 25 miliardi.
I partiti che hanno governato in questi anni si sono preoccupati esclusivamente di preservare le poltrone che occupavano, facendo gli interessi di multinazionali, istituti bancari e grandi aziende.
E’ un ceto politico da mandare a casa!

Le iniziative territoriali promosse in sostegno ai diplomati magistrali, così come la recente manifestazione a Parma in occasione della visita del ministro Fedeli, hanno visto una buona partecipazione. La stragrande maggioranza degli insegnanti non solo riconosce gli effetti devastanti della legge 107 “Buona Scuola”, ma pone l’esigenza di un diverso sistema di istruzione, con più risorse, meno burocrazia e carichi di lavoro, senza precariato e con un’idea di collegialità che non debba sottostare alle decisioni o alla volontà del preside manager. Quest’esigenza deve tradursi in una piattaforma chiara, con rivendicazioni che mirino a trasformare la vertenza dei diplomati magistrali a in una mobilitazione che coinvolga l’intero mondo della scuola.

L’inserimento nelle GaE e immissione in ruolo dei diplomati magistrali, dei laureati in Scienze della Formazione Primaria e degli abilitati all’insegnamento, deve affiancarsi ad un adeguato riconoscimento salariale per tutti i lavoratori della scuola

  • Per una scuola pubblica, laica e gratuita per tutti
  • Raddoppio dei fondi destinati alla pubblica istruzione.
  • No a qualsiasi finanziamento alle scuole private di ogni ordine.
  • Un piano nazionale di edilizia scolastica.
  • Abolizione della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro.
  • Abolizione dell’autonomia scolastica, no ai contributi delle famiglie alle spese scolastiche.
  • Contro le classi-pollaio: netta riduzione del numero di alunni per classe

 

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