30 Marzo 2021 Ginevra Tomei

Schiave d’Italia – Donne, caporali e sfruttamento disumano

Quando si parla di lavoro agricolo si pensa ad un’occupazione prevalentemente maschile. La realtà è tutt’altra. Le braccianti costituiscono un segmento significativo e certamente più sfruttato rispetto agli uomini. In particolare se ci riferiamo alle straniere, che sono in assoluto il settore più oppresso del proletariato di casa nostra.

La presenza di lavoratrici nelle filiere agroalimentari italiane non è certamente un fenomeno nuovo: nei primi anni del novecento mondine e tabacchine, a causa delle condizioni di lavoro a cui erano costrette, hanno portato avanti lotte contro i padroni per il riconoscimento di diritti come le 8 ore lavorative al giorno e salari adeguati. Ma negli ultimi decenni queste vittorie si sono sgretolate una dopo l’altra.

Le donne oggi sono doppiamente colpite dal caporalato e dalle agromafie. Col ricatto di non venire scelte per giorni dai caporali, di non riavere i propri documenti o di ritorsioni contro i propri familiari, sono costrette a condizioni di lavoro disumane assieme a violenze psicologiche e fisiche.

L’industria agroalimentare si avvantaggia di tutto questo e genera profitti per miliardi di euro, aiutata dalle nuove forme di produzione che ne hanno favorito l’aumento di produttività.

L’Italia è il secondo paese produttore dell’area Ue (primo per valore aggiunto) con un valore della produzione che nel 2019 è stato di 59,2 miliardi di euro, caratterizzata da una preminenza di piccole-medie aziende che mantengono un margine di profitto nonostante che la grande distribuzione organizzata, imponga politiche dei prezzi sempre più al ribasso. Non è difficile sapere come: attraverso lo sfruttamento selvaggio della mano d’opera.

Per quanto non sia possibile avere stime certe, i lavoratori mediati da caporali e pesantemente sfruttati si attestano tra 400 e i 430 mila, a cui vanno aggiunti circa 300 mila lavoratori in “grigio”, regolarizzati per meno di 50 giorni l’anno.

La presenza straniera nei campi italiani, da nord a sud, cresce esponenzialmente anno dopo anno. Parliamo soprattutto di cittadini dell’Europa orientale, come i bulgari, rumeni e polacchi che possono circolare liberamente in Italia (in quanto appartenenti a paesi membri dell’Ue), ed immigrati sub-sahariani.

I braccianti stranieri sono soggetti a condizioni di lavoro para-schiaviste con retribuzioni a cottimo o di pochi euro all’ora, una media di 10-12 ore di lavoro giornaliere, mancanza di pause sui campi, ferie e riposi settimanali; non ricevono alcun tipo di attrezzatura per la propria sicurezza contro le fredde giornate d’inverno, le caldissime giornate d’estate o dal respirare tutti i pesticidi. Una volta fuori dai campi, molti di loro si ritrovano costretti a riposare in baraccopoli o edifici abbandonanti, senza accesso ad acqua potabile, elettricità o riscaldamento. Sono luoghi lontani dalle aree urbane e ciò aumenta la condizione di ghetto in cui si ritrovano.

Ma se volgiamo lo sguardo all’universo femminile le condizioni si aggravano ulteriormente, e quello a cui assistiamo sono vere e proprie bolge dantesche.

Quando denunciamo le condizioni di lavoro e di ricatto a cui sono sottomesse le lavoratrici nei campi, dobbiamo essere consci del fatto che questo non è un fenomeno che riguarda meramente le donne straniere, anzi il numero delle braccianti italiane nei campi è altissimo. Si tratta di donne che, pur di aiutare il budget familiare e di avere la possibilità di pagare gli studi ai figli, trovano una forma di salario solo nei campi, nonostante ciò possa significare morire in quei luoghi, come nel caso di Paola Clemente ad Andria nel 2015.

Ma la bracciante straniera è in una posizione maggiormente precaria poiché il più delle volte le vengono sottratti i documenti dopo il suo arrivo, che potrà riavere solo a seguito di rapporti sessuali col caporale o col padrone e aver ripagato il proprio debito, ossia i costi del viaggio per arrivare in Italia, gli spostamenti giornalieri verso i campi e il luogo di dimora (anche se si tratta di tendopoli o baraccopoli). Le donne dei paesi sub-sahariani, sfruttate maggiormente in Campania, a differenza delle lavoratrici straniere rumene e bulgare, non sono in possesso del permesso di soggiorno e ciò le rende soggette a ulteriori intimidazioni.

I ricatti sessuali a cui sono costrette da padroni e caporali non sono velati. Delle lavoratrici rumene nella zona di Andria hanno raccontato che il caporale, durante il tragitto verso i campi, fa sedere vicino a sé la donna che gli interessa quel giorno e le offre la colazione: se lei accetta potrà lavorare ma dovrà avere rapporti con lui, in caso contrario per i giorni a seguire non verrà chiamata e perderà parte della retribuzione. Ci sono casi in cui la notte nei campi caporali e padroni si riuniscono per dei festini e scelgono la propria compagna tra le lavoratrici di quel giorno; in altri casi il festino è organizzato in case private e le lavoratrici sono costrette a prostituirsi a conoscenti e colleghi dei propri sfruttatori in cambio di una chiamata di lavoro nei giorni seguenti o per la salvaguardia dei figli della donna.

Alcune organizzazioni contro le violenze sulle donne hanno denunciato l’enorme numero di aborti nell’ospedale di Vittoria (Ragusa) richiesti da donne rumene, indice delle violenze e abusi sessuali sulle braccianti.

Si stima che solo tra Puglia, Campania e Sicilia le donne sfruttate nei campi siano circa 100-120 mila. A differenza di quanto si possa pensare, le donne non sono scelte solo per maneggiare i prodotti facilmente deperibili: i padroni preferiscono le braccianti anche per i lavori più pesanti come la zappatura, per la quale l’uomo è mediamente pagato 40 euro al giorno mentre la donna solo 25.

Gli orari e la retribuzione variano a seconda del prodotto raccolto: possono passare dalle 7 alle 15 ore al giorno nei campi e nelle serre, o essere pagate a cottimo. In ogni caso, la retribuzione media delle donne è almeno il 20-30% inferiore rispetto agli uomini. Nel caso di busta paga, i giorni effettivamente lavorati sono sempre maggiori di quelli segnati e devono riconsegnare parte del proprio salario poiché, così il padrone riceve i finanziamenti pubblici e, allo stesso tempo, si appropria di buona parte del salario che spetterebbe alla lavoratrice se fossero rispettati gli orari e i termini contrattuali.

Per tutte loro la giornata lavorativa inizia la notte, di solito tra le 3 e le 4 del mattino, aspettando che arrivi il camioncino o il bus del caporale. Ogni viaggio dura diverse ore e alla fine della giornata lavorativa, alla donna spettano anche le responsabilità e incombenze domestiche e la cura dei figli e della famiglia.

Le braccianti italiane, quantunque meno soggette al sistema del ricatto sessuale, pagano l’inesistenza di sistemi di welfare adeguati. E’ molto raro che un Comune apra un asilo o un nido per i figli delle braccianti. In un sistema gestito dalle grande imprese agroindustriali e dalle rete commerciali, per chi fissa il prezzo del prodotto agricolo a prescindere dal costo del lavoro, la manodopera femminile è una risorsa preziosa. In regioni come la Puglia negli ultimi anni sono aumentate le donne straniere registrate come braccianti, mentre è diminuito il numero delle tutele ad esse destinate. Il prezzo del prodotto, incidendo sul tendenziale azzeramento del costo del lavoro come mai accaduto in precedenza, gioca contro i salari e la salute delle braccianti.

Nei campi è sempre presente una persona che controlla le donne all’opera e decide le pause, urlando contro di loro per aumentare il ritmo di lavoro. Ad evidenziare una condizione di alienazione e disumanizzazione vi è il fatto che padroni e controllori non si interfacciano alle lavoratrici chiamandole per nome ma dando loro un numero.

Ad aggravare la condizione lavorativa delle braccianti vi è la riscossione del caporale del costo del viaggio per recarsi al lavoro direttamente dalla lavoratrice (in Campania ogni viaggio sui camion telonati e furgoni può costare anche 7 euro).

Bisogna però tenere ben a mente che il caporalato è solo uno degli anelli di una catena di sfruttamento aiutata dalla criminalità organizzata internazionale (in primis bulgara, rumena e nigeriana), di padroni e padrini che abusano dei lavoratori, di agenzie interinali che compiono illeciti e fanno da intermediari con i caporali e delle infiltrazioni di criminalità organizzata all’interno dei Cas (Centri di Accoglienza Straordinari), luoghi dove lo Stato dovrebbe proteggere i migranti richiedenti asilo o con già riconosciuto un permesso di soggiorno, ma che invece diventano uno strumento per reclutare manodopera da sfruttare e ai cui residenti la retribuzione è decurtata ulteriormente perché, dal punto di vista dei padroni, vitto e alloggio sono già pagati dallo Stato (come successo nel CAS di Vittoria e al CARA di Sant’Anna di Capo Rizzuto).

Razzismo, sessismo e questione di classe

Si vede fin troppo chiaramente come il razzismo e il sessismo sono strumenti utilizzati, certamente dai caporali, dalle mafie, dai padroncini delle piccole e medie aziende, ma in ultima analisi da una catena di sfruttamento i cui fili sono nelle mani delle grandi multinazionali del settore agricolo.

L’esercito di riserva a basso costo su cui possono fare affidamento le aziende agricole è superiore alla domanda, aggravando la posizione già precaria dei lavoratori. La classe dominante per mantenere i profitti dei pochi a discapito dei molti ha implementato sempre più la politica del workfare, ossia incrementare le relazioni lavorative selettive e temporanee che discriminano i poveri e li pongono in guerra tra loro. Le politiche migratorie degli ultimi 50 anni hanno avuto lo scopo di controllare i flussi d’entrata, evidenziando sempre più come l’unico straniero “meritevole” sia quello che apporta un maggior contributo all’economia capitalista.

In questo quadro, le braccianti sono costrette a condizioni di lavoro disumane ricevendo un doppio se non triplo ricatto: quello di essere lavoratrici sfruttate, di essere donne e di essere straniere.

Il ruolo che i sindacati, confederali e non, hanno avuto fino ad ora è stato a dir poco patetico, basato su uno sterile assistenzialismo e sulla promozione di riforme del tutto inefficaci (come nel caso della sanatoria e della l. 199/2016 per contrastare lo sfruttamento sul piano penale, entrambi senza alcun risultato), senza dare una vera direzione a quegli scioperi e mobilitazioni che i braccianti migranti hanno portato avanti negli ultimi anni, violentemente represse dalle forze dell’ordine e additati come meri momenti di violenza (si pensi a Castelvolturno nel 2008, Rosarno nel 2010 e gli ultimi scioperi nel foggiano).

Solo l’unità di classe, la mobilitazione e il sostegno dei settori più organizzati del proletariato industriale può migliorare la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori nei campi.

La vittoria delle mondine nei primi anni del novecento fu ottenuta anche grazie alla solidarietà di tutti gli altri lavoratori, dai contadini agli operai delle fabbriche. Nei giorni degli scioperi e delle manifestazioni anche i negozi mostrarono di appoggiare le braccianti abbassando le saracinesche e questo è la dimostrazione più evidente che questa lotta può conquistare ampi settori della società, che vanno oltre lo stesso proletariato.

La classe lavoratrice deve essere unita affinché nessuna donna debba essere più sottomessa a tali barbare condizioni, affinché tutti i lavoratori delle filiere possano lavorare con la retribuzione, i diritti sindacali e la dignità che meritano.

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