12 Dicembre 2019

Sanità privata: 5000 giorni senza rinnovo del contratto

Sono 13 anni che il contratto nazionale della sanità privata è fermo. Circa 300mila lavoratori del settore hanno gli stipendi bloccati al 2007, quasi 5000 giorni. Anni in cui la crisi economica e un’inflazione complessiva superiore al 15% hanno eroso i bilanci familiari.

Ci riferiamo a un settore, secondo l’ultimo report di Mediobanca, da circa 40 miliardi di euro l’anno, pari quasi al 24% della spesa sanitaria nazionale totale, formato da grandi gruppi economici e finanziari, come Gruppo San Donato, Humanitas, Gvm, Kos, Ieo, Servisan, Multimedica, Giomi-Fingemi, Eurosanità, Raffaele Garofalo & Co. Un giro d’affari che consente l’accumulazione di lauti profitti, nonostante il 90% circa delle strutture sanitarie e delle prestazioni rientri nel servizio sanitario nazionale mediante il sistema dell’accreditamento. In altre parole, viene quasi interamente pagato dai bilanci regionali, in ultima analisi dalla fiscalità generale. Questi gruppi, assieme ad altre proprietà minori, sono organizzate in due associazioni datoriali, Aiop, collegata a Confindustria, e Aris, associazione cattolica.

Solo nell’ultimo anno sono stati proclamati scioperi e presidi in diverse regioni d’Italia, da parte di Cgil Cisl Uil, a cominciare dal Lazio fino alla Lombardia, tra le ultime ad essersi mobilitata. Le regioni citate, assieme a Veneto, Campania e Calabria sono tra quelle che vedono una presenza del privato più alta, attorno al 50% dell’offerta sanitaria territoriale.

In 13 anni non è stato proclamato nemmeno uno sciopero generale nazionale di tutta la categoria. O meglio, era stato proclamato il 20 settembre scorso ma due giorni prima è stato revocato (“sospeso”) di fronte alla semplice disponibilità padronale riprendere la trattativa.

Nel mese di novembre, dopo l’intervento del ministro Speranza, la Conferenza Stato Regioni, mediante il suo presidente, nonché presidente della Regione Emilia Romagna, Bonaccini, si è impegnata nei confronti di Aiop e Aris, sottoscrivendo un’intesa, a sovvenzionare attraverso il finanziamento regionale, il 50% del costo complessivo del rinnovo contrattuale attraverso un aumento del budget delle prestazioni. Tradotto, vuol dire che per aumentare (ma di quanto?) gli stipendi con 13 anni di ritardo a lavoratori e professionisti della sanità privata aumenterà la “produzione” a favore del privato, garantita da risorse pubbliche.

L’annullamento della giornata di sciopero nazionale ha indebolito ulteriormente i lavoratori del comparto. In questi anni nulla si è fatto, da parte sindacale, per unificare le vertenze, a partire da quelle dei lavoratori della sanità pubblica e privata. Una volta di più è sotto i nostri occhi la più lampante delle verità: senza lotta non c’è nulla di buono per i lavoratori, per il servizio pubblico e per il diritto alla salute, ed è dalla lotta che si deve ripartire.

Tra i lavoratori c’è un misto di rassegnazione, di chi non ci crede più, e di (tanta) rabbia di chi, giustamente, vuole che questo rinnovo contrattuale ridia tutto ciò che si è perso in questi anni. È con questo spirito che ne andrà valutato l’esito da parte di chi, come noi, non intende accettare passivamente un rinnovo a perdere per i lavoratori.

Articoli correlati

I lavoratori non hanno governi amici, è ora di lottare!

La lotta per salari dignitosi, contro le chiusure industriali e licenziamenti, contro la precarietà, per la sicurezza sul lavoro, per i servizi pubblici, richiede il protagonismo della classe lavoratrice e una sua completa indipendenza dall’attuale quadro politico. Altrimenti saremmo di nuovo alla riproposizione del “governo amico” che già ha fatto disastri per 25 anni. La storia ha già in più occasioni dimostrato che i lavoratori e i giovani di amici al potere non ne hanno.

Dove vanno trovate le colpe del disastro ferroviario in Puglia?

A seguito del disastro ferroviario avvenuto il 13 luglio tra Andria e Corato, in una intervista all’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato (Renato Mazzoncini), su IL SOLE 24 ORE del

Grande successo dell’appello internazionale “Dai lavoratori italiani ai lavoratori del mondo”

L’appello internazionale in soli dieci giorni sta già avendo un grande impatto e abbiamo ricevuto già centinaia di sottoscrizioni da attivisti sindacali e lavoratori dai cinque continenti!

“I lavoratori non sono carne da macello” – Dopo l’assemblea del 30 marzo, continua la lotta per il blocco

Lo zelo del governo non ha riguardato milioni di lavoratori costretti a continuare a lavorare anche in aziende e servizi non essenziali. La clausola del silenzio-assenso (se il prefetto non risponde la richiesta si intende accettata) e la mancanza di sanzioni per gli abusi ha dato il via libera ai padroni. La mobilitazione quindi deve continuare.

Un terremoto politico di cui non si traggono le conseguenze – Intervento di Mario Iavazzi al direttivo nazionale Cgil

La Cgil ha solo un compito che possa contribuire a ricostruire una sinistra, una sinistra di classe. Non c’è sinistra senza conflitto di classe. In Europa sono nati, o comunque si sono sviluppate, forze di sinistra di massa solo dopo lo sviluppo di grandi movimenti, di lotte generali e unificanti. Lo abbiamo visto in Spagna, in Francia, in Grecia anni fa, prima del tradimento della stessa sinistra.

Sull’accordo Castelfrigo e il giudizio del Si Cobas in merito

Nelle scorse settimane la ditta Castelfrigo di Castelnuovo Rangone è stata protagonista di una lotta molto dura messa in campo dai 130 “facchini” delle cooperative che vi lavorano. Per la prima volta lavoratori di etnie diverse e che non si erano mai nemmeno parlati tra loro, con uno sciopero di oltre 10 giorni ed un picchetto molto duro, hanno vinto assieme una battaglia importante. La vertenza ha assunto un significato ancora maggiore se si pensa che nei primi 3 giorni di sciopero anche i lavoratori diretti sono stati davanti ai cancelli mentre durante l’ultima giornata anche i facchini delle aziende limitrofe, iscritti al Si Cobas, sono scesi in sciopero di solidarietà.