Roma – La crisi della giunta Raggi svela la natura del M5S

La relativa calma che ha attraversato il Comune di Roma negli scorsi due-tre mesi preannunciava solamente una nuova esplosione di contraddizioni tutte all’interno del M5S che, alla prova dell’amministrazione di Roma, sta mostrando sempre di più i suoi limiti politici.

In pochissimi giorni è stato estromesso prima l’assessore alla sostenibilità ambientale Muraro, indagata per abusi compiuti in qualità di consulente ben pagata dell’AMA e in odore di connivenze con Cerroni (dominus incontrastato degli affari dei rifiuti a Roma), e poi si è assistito all’arresto di Raffaele Marra, capo del personale al Campidoglio, fedelissimo della Raggi.

La stessa Raggi aveva investito moltissimo su Marra e sul suo rapporto di fiducia con quest’uomo, da sempre vicino agli ambienti di centro-destra romani e all’ex sindaco Alemanno.

La tegola del suo arresto, per una tangente di 367 mila euro ricevuti dall’immobiliarista Scarpellini per una speculazione edilizia del 2009, è costata al sindaco di Roma l’appoggio dell’intero M5S; appoggio che ha dovuto contrattare accettando un vero e proprio commissariamento della Giunta con le dimissioni di altri suoi due fedelissimi: il capo della segreteria Romeo e il vice sindaco Frongia, a cui resta solo l’assessorato allo sport.

Di fatto nelle ultime settimane sono stati messi alla sbarra o allontanati i pretoriani che la Raggi aveva chiamato attorno a sè dopo la crisi della giunta di questa estate, che aveva visto l’allontamento di assessori o dirigenti di municipalizzate legati alla vecchia gestione del Prefetto Tronca.

I nuovi assessori, lungi dal determinare una diversa permeabilità delle politiche della giunta comunale, segnano da una parte il rinnovato imprinting di Grillo sulla scelta della Raggi e dall’altra una consonanza coi poteri forti legati al centrosinistra (Pinuccia Montanari, neo-assessore all’Ambiente, viene da consolidate esperienze con Prodi e con giunte di centrosinistra a livello locale).

Inoltre, come la Raggi ha ampiamente dimostrato a Roma, non si può dichiarare di essere rivoluzionari e poi affidare lo svolgimento del “cambiamento” a personaggi che da anni hanno le mani in pasta con la classe dominante che controlla gli affari di una città come Roma: non è un caso che Marra e la Muraro siano stati indagati per reati che riguardano la speculazione edilizia e la gestione dei rifiuti, due fra i nodi strutturali del capitalismo romano.

A nulla vale inoltre l’ammissione della Raggi (estorta da Beppe Grillo?) che si sia trattato di un errore di mal posta fiducia: la scusa non regge e questi personaggi che lei ha voluto a tutti i costi in quei posti, i cui trascorsi erano accessibili a tutti, sono stati obiettivamente una sua scelta politica completamente fallimentare che porta la città di Roma, dopo sei mesi, a non avere ancora una Giunta stabile.
Gli ingressi del nuovo vice-sindaco Bergamo e dell’assessore all’ambiente Pinuccia Montanari sono palliativi per cercare di riequilibrare una situazione che sembra oramai compromessa, anche in questo caso siamo in presenza di due figure “pescate” dal calderone della politica, in questo caso del centro-sinistra.

Dato per dimissionario un giorno sì e l’altro pure, rimane per ora in giunta Berdini, costretto ora ad ingoiare il progetto dello stadio della Roma, una gigantesca opera di speculazione, senza poter neanche apportare il benchè minimo cambiamento. Vicenda che dice anche molto dell’avvicinamento della Raggi verso i poteri forti della città.

A coronamento di tutta la situazione è arrivato il parere negativo dell’OREF (l’organismo di revisione economica e finanziaria del comune di Roma) sul bilancio del Comune di Roma e che costringerà la Giunta ad una corsa contro il tempo per approvare il bilancio (entro il 28 febbraio prossimo) pena il commissariamento del Comune stesso.

Le puntualizzazioni dell’OREF sul bilancio vorrebbero orientare la Giunta ad una maggiore spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici e ad una politica di drastici tagli della spesa pubblica per onorare il pareggio di bilancio e la riduzione del deficit di Roma.

Ci troviamo di fronte ad un organismo composto da liberi professionisti che svolge il ruolo di “poliziotto” del capitalismo e dell’austerità ed ha come unico obiettivo la privatizzazione dei servizi pubblici, l’incremento delle imposte nei confronti dei lavoratori e l’acuirsi delle disparità fra classi sociali. Il M5S, se fosse stata una forza realmente antisistema, invece di accettare il diktat dell’OREF, avrebbe dovuto lanciare una campagna contro i tagli e le privatizzazioni , sfidando il governo.

Il M5S tuttavia, impregnato di giustizialismo e con il suo essere in definitiva interno al sistema capitalista non poteva essere in grado di contrastare le obiezioni dell’Oref e chinerà il capo di fronte alla minaccia del commissariamento in quanto non si può permettere di perdere così velocemente la partita romana: una sconfitta a Roma renderebbe più difficile la scalata ad un possibile governo nazionale del M5S.

Ma una eventuale vittoria alle prossime elezioni politiche del M5S passerà necessariamente attraverso una maggiore adesione del M5S ai desiderata della classe dominante e quindi una omologazione del Movimento a questa società.

A Roma sarebbe necessario ricostruire un movimento di lotta dal basso, attraverso gli strumenti messi già in atto da altre città come ad esempio Barcellona: le assemblee popolari in grado di determinare lo svolgersi politico della città, la lotta contro le politiche di austerità nazionali ed europee e la partecipazione di larghi settori sociali sono le uniche condizioni in grado di vincere oggi contro il persistente attacco della classe dominante.

La bocciatura del bilancio getta le basi per una torsione a destra delle politiche finanziarie della Giunta e questo sarà l’ennesimo colpo ai troppi settori di movimento romani che avevano coltivato l’illusione di un dialogo costruttivo con la Raggi (magari utilizzando una storica figura di sinistra come Berdini come passepartout).

La spinta dal basso a cambiare le politiche della città c’è, le potenzialità dei movimenti sociali sono state dimostrate anche dal percorso che ha dato vita alla manifestazione “Roma non si vende” del 29 marzo scorso; occorre prendere atto che il M5S non è lo strumento politico (nè può esserlo alcun suo settore) per farla crescere.

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