26 febbraio 2018

Rinnovo contratto del turismo – Un accordo da respingere!

Il 9 febbraio 2018 Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto con le associazioni padronali l’ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto della ristorazione collettiva e commerciale, dei pubblici esercizi e turismo. Il contratto sarà in vigore fino al 31 dicembre 2021 e riguarda circa un milione di lavoratori compresi quelli di bar, discoteche, alberghi diurni, stabilimenti balneari, sale gioco, aziende di fornitura di pasti preparati e mense, queste ultime prevalentemente in regime di appalto. Un settore questo dove il livello di sindacalizzazione è molto basso a causa del fatto che la stragrande maggioranza delle 300mila imprese che lo compongono sono piccole o a gestione familiare.

Se i sindacati sono soddisfatti del risultato ed attendono fiduciosi il risultato delle consultazioni fra i lavoratori, i padroni festeggiano.

Dopo quasi cinque anni dall’ultimo aumento in busta paga (aprile 2013), la partita si chiude con un una mancia media di circa 100 euro lordi a regime, da spalmarsi in cinque comode rate e due euro mensili per la sanità integrativa. I lavoratori delle aziende minori dei pubblici esercizi e degli stabilimenti balneari di terza e quarta fascia riceveranno invece un dono leggermente inferiore.

I padroni sono riusciti ad ottenere il congelamento dei salari: da maggio 2013 a dicembre 2017 il tempo si è fermato e non c’è nemmeno un’indennità una tantum come foglia di fico per coprire questa vergogna. A conti fatti aver scucito ai padroni 100 spiccioli lordi per un periodo di otto anni e otto mesi è un fallimento assoluto per i sindacati firmatari, preoccupati più di essere legittimati ai tavoli dai padroni che a difendere il potere di acquisto dei salari. La dichiarazione della segretaria generale della Filcams Cgil Maria Grazia Gabrielli è chiarissima: “Dopo un periodo difficile e nessun adeguamento economico, l’accordo rimette insieme le parti e potrà finalmente ridare stabilità e certezze ai lavoratori per i prossimi 4 anni, consapevoli che questo è un punto di partenza per ricominciare a camminare insieme e ricostruire un modello di lavoro diverso.” Se lo dice lei…

Difronte alla passività delle burocrazie sindacali i padroni affondano ulteriormente il colpo: gli aumenti salariali dati dagli scatti di anzianità passeranno da una frequenza triennale ad una quadriennale con ripercussioni sul Tfr, sulla quattordicesima mensilità e sul futuro assegno pensionistico.

Per quanto riguarda la contrattazione integrativa, viene messo nero su bianco che in caso di difficoltà economiche delle aziende queste non saranno tenute alla corresponsione dell’importo previsto.

Suona infine beffardo l’aumento delle trattenute al personale che intende usufruire del pranzo: un vero e proprio accanimento sui lavoratori.

Per quanto riguarda la qualità delle forme di assunzione, la semplice fissazione di limiti percentuali di ricorso a contratti a tempo determinato e somministrazione non fa registrare concreti passi in avanti in un settore dove il lavoro irregolare, il lavoro stagionale e il part time sono protagonisti. In più viene confermato per i giovani il canale privilegiato delle assunzioni con contratti di apprendistato: un’altra forma di lavoro sottopagato.

L’introduzione dell’orario multiperiodale consentirà inoltre uno sfruttamento più intensivo dei lavoratori a tempo pieno: per venti settimane all’anno potranno essere invitati a lavorare fino a 48 ore alla settimana, pratica già in atto da sempre e che ora viene semplicemente formalizzata.

Non si tratta quindi di un accordo difensivo ma di una resa incondizionata alle pretese dei padroni e alle compatibilità del mercato, mascherata dal ricorso a qualche ora di sciopero senza strategia e dal solito richiamo al senso di responsabilità sulla pelle dei lavoratori.

In queste settimane i lavoratori sono chiamati ad esprimersi sull’accordo, consultazione che però non vedrà partecipare la stragrande maggioranza dei lavoratori delle piccole aziende, che neanche saranno informati di questo rinnovo. Un contratto scadente a cui bisogna opporsi nella consultazione ma soprattutto nella battaglia quotidiana contro il moderatismo dei vertici sindacali, troppo occupati a compiacere le associazioni padronali anziché portare avanti le reali necessità dei lavoratori.

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