27 Aprile 2019

Riformismo e lotta di classe, di Antonio Gramsci

Ottantadue anni fa, il 27 aprile 1937, moriva Antonio Gramsci, dopo anni di detenzione nelle prigioni fasciste. Lo ricordiamo pubblicando questo articolo in cui si evidenzia tutta la vitalità del pensiero rivoluzionario del comunista sardo.

A Roma è uscito il primo numero di Giustizia, organo del “Partito socialista dei lavoratori italiani”. Turati, portabandiera del riformismo italiano, cosi presenta il nuovo “partito”:

“Il “Partito socialista unitario” fu sciolto e non si ricostituisce. Intendiamo dire che non intende rifarsi sulle stesse basi, con le medesime formule, con le identiche persone dentro e alla testa. Troppe cose sono mutate e mutano sotto i nostri occhi, troppe altre muteranno, e presto, perché ogni vecchia falsariga non sia d’impaccio”.

Ma cercate i mutamenti annunziati da Turati e non trovate che “vecchie falserighe”. Decisamente i capi riformisti sono fatti per non imparare nulla dalla lezione dei fatti. Si dicono contro i “dogmi” ed eccoli restare attaccati al “dogma” della democrazia pura, mentre lo stesso partito socialista unitario ha fatto l’esperienza di come la borghesia intende la “democrazia”. Il rinnovamento dei capi riformisti è… in questa ripetizione di vecchie formule, che hanno portato alla disfatta della classe operaia in Italia e negli altri paesi. Veramente di nuovo c’è qualche cosa… c’è la sfiducia di Turati “nel numero”. Turati convertito al sindacalismo o al fascismo? Nulla di tutto questo. Turati afferma di avere “imparato a fare pochissima fidanza sul numero”. “Il numero – egli scrive – è traditore. L’aritmetica in politica è veramente un’opinione”. Voi direste, da ciò, che Turati è divenuto dello stesso parere di Mussolini in materia di consensi, giacché Mussolini giudica “l’aritmetica una opinione” in politica ed è per le élites, per le minoranze scelte. Ma Turati non è ancora “anarchico”, né “sindacalista”, né “fascista”; pur non avendo più “fidanza nel numero”, rimane semplicemente un “socialista democratico”. Questa logica, anzi questa “dialettica” è perfettamente turatiana… riformista. La democrazia pura è la politica fondata sul numero; Turati non ha più fidanza nel numero… ma continua ad essere un democratico. Che cosa c’è di vero in queste incongruenze letterarie del capo del riformismo italiano? Di vero c’è questo: che il riformismo disprezza le masse lavoratrici, le ritiene materia bruta, capaci di farsi soltanto dominare: ieri dai capi social-traditori, oggi dai fascisti. Non la classe operaia rovescerà il fascismo, ma la brillante, la luminosa… idea di Filippo Turati. Non diversamente parlavano i capi piccolo-borghesi della rivoluzione francese che attribuivano alla “volubilità” del popolo la causa dei loro errori e delle loro disfatte. Il povero Turati, se ha però imparato a fare “pochissima fidanza nel numero”, non ci dice come potrà realizzare la sua democrazia senza numero. Siamo evidentemente nel campo misterioso della “fatalità”, del “divenire inevitabile” e d’altri simili vecchi luoghi comuni, che attestano il rinnovarsi del riformismo italiano!

Che cosa ha insegnato a Turati ad aver” “scarsa fidanza nel numero”? Non certo la “volubilità” delle masse operaie. Il proletariato è rimasto fermo al suo posto. Lo sanno bene gli avversari. Ma i capi riformisti si sono da molto tempo staccati dalle masse lavoratrici, da molto tempo essi non vivono che la vita dei “salotti” e delle redazioni dei giornali. Essi non vedono che la viltà di quei piccoli borghesi che nel periodo “di Matteotti” si erano avvicinati al riformismo ed ora tornano al fascismo; essi non vedono che gli “amici” i quali devono essere tenuti per la giacca, perché non vadano a finire, come T. Bruno ed altri, nelle braccia del governo fascista. Dove sono “i molti deputati ed organizzatori riformisti, sempre pronti a dei compromessi con il fascismo”, come lo stesso Salvemini si esprime, parlando dei compagni di Matteotti nella rivista francese l’Europe del 15 gennaio 1926? È forse a questi deputati e organizzatori che si riferisce Turati, quando parla di “compagni che amano chiudersi in disdegnoso (sic!) riserbo?”. Naturalmente, dallo spettacolo dei molti antifascisti aventinisti che oggi si squagliano verso il fascismo e dei molti organizzatori e deputati riformisti pronti al compromesso, non può nascere che disgusto, nausea. Ma i capi riformisti anziché spiegarsi le cause di questa loro seconda disfatta… se la pigliano col “numero traditore”. No, traditrice è stata la politica aventinista; la politica imbelle e cieca del riformismo.

Turati rimastica nel suo articolo-programma di cui ci occupiamo la vecchia formula: “la democrazia socialista è gradualità socialista?”. E soggiunge: “Fra le ragioni dell’ultima disfatta proletaria, fu anche di non avere capito e sentito abbastanza queste verità elementari”. Non sappiamo a quale disfatta egli voglia riferirsi: se a quella del 1920 o a quella del periodo Matteotti. Nell’un caso e nell’altro però la bancarotta è del riformismo. Sia la disfatta del 1920 che la crisi Matteotti dimostrano che il gradualismo riformista è la vera causa di tutti gli insuccessi proletari. Né sono meno chiari gli insegnamenti che ci vengono dall’estero. Che cosa ha fatto MacDonald al potere per la “gradualità socialista”? Che cosa ha fatto Ebert in Germania e che stanno facendo i socialisti in Francia? Dappertutto essi hanno spianato la via alla reazione; dappertutto essi si sono comportati come nemici della classe operaia.

Il gradualismo socialista diventa possibile solo quando il potere è passato nelle mani della classe operaia e quella ha creato un nuovo Stato al posto dello Stato capitalista. La “democrazia socialista” non può essere altra cosa che la democrazia operaia realizzata nel sistema dei Soviet, cioè non può essere se non la dittatura del proletariato, la quale non ha nulla di comune con tutte le altre forme di dittatura, essendo essa rivolta a sopprimere ogni dominio di classe cioè ad annullare se stessa. Ma i capi riformisti malgrado la lezione dei fatti, restano persino attaccati alla Società delle nazioni, che proprio in questi giorni sta dando il più cinico spettacolo di gare imperialiste! Staccati dalle masse, sfiduciati, incapaci di fare un qualunque lavoro organizzativo per il risollevamento del proletariato, i capi riformisti non hanno altra funzione che di attendere il loro turno, perché la borghesia li utilizzi come estrema riserva contro il movimento operaio rivoluzionario. Ma se i capi riformisti restano fermi alla loro “vecchia falsariga”, gli operai socialdemocratici vanno sempre meglio comprendendo che la lotta di classe non può essere se non rivoluzionaria e si orientano verso il fronte unico proletario.

(pubblicato su: l’Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64, articolo non firmato.)

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