29 marzo 2018

Reddito di cittadinanza – Cosa propone il Movimento 5 Stelle?

Alle elezioni del 4 marzo, secondo l’opinione di molti, il reddito di cittadinanza ha funzionato come testa d’ariete per lo sfondamento del Movimento 5 Stelle, in particolare al Sud. Di fronte all’assenza strutturale di lavoro e alla disoccupazione giovanile, che tutt’oggi in alcune regioni (Calabria, Basilicata e Sardegna) supera il 60%, questo strumento sarebbe visto come l’unico possibile per uscire dalla povertà. Innanzitutto una premessa: con reddito di cittadinanza si intende un reddito che viene elargito dallo Stato ed erogato indipendentemente dalla propria condizione sociale per un periodo di tempo illimitato a tutti i cittadini cumulabile con altre fonti di reddito. Quindi a rigor di termini, quello proposto dal Movimento non è un reddito di cittadinanza. Nel loro testo di legge vengono individuati alcuni criteri per l’accesso a questa tipologia di reddito e già questo pone la loro proposta su un piano diverso. Ma non solo, perché alla mancanza dell’universalità di tale contributo si somma la presenza di contromisure, qualora parte di questi criteri non siano più soddisfatti, o di costrizioni, quando venga fatta richiesta del reddito.

I beneficiari del reddito sarebbero: i maggiorenni, i disoccupati, i lavoratori e i pensionati che percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà, che risulta essere pari a 780 euro. In Italia, secondo calcoli Eurostat, le persone al di sotto di tale soglia sarebbero più di 9,5 milioni, ovvero il 15% della popolazione. Stiamo parlando di cittadini italiani, dell’Unione europea e di “stranieri provenienti da Paesi che hanno sottoscritto accordi di reciprocità sulla previdenza sociale”, così come recita l’articolo 3. Nell’elenco di quest’ultima categoria rientrano tra gli altri: Argentina, Australia, Canada e Quebec, Capoverde, Finlandia, Islanda, Principato di Monaco, Stati Uniti d’America… non precisamente i paesi da cui proviene il grosso dell’immigrazione in Italia

La proposta ha poi una impostazione coercitiva. L’elargizione del reddito infatti è vincolata all’immediata disponibilità di chi la richiede, che dovrà recarsi presso i centri per l’impiego ed entro 7 giorni iniziare un percorso di accompagnamento all’inserimento nel mondo del lavoro. Anche per i più giovani sono previste misure simili dato che dovranno dimostrare di possedere un titolo di studio o di frequentare un corso di formazione. Il previsto legame col mondo della scuola poi allarga la concezione dell’alternanza scuola lavoro che si è già dimostrata nei fatti uno svuotamento dell’istruzione pubblica sempre più asservita agli appetiti dell’impresa.

Ad aggravare gli aspetti di coercizione concorrono anche altri fattori: impossibilità di rinunciare per più di tre volte al lavoro offerto, pena il decadimento del reddito; continuità nella ricerca attiva del lavoro; recarsi, almeno due volte al mese, in un centro per l’impiego; viene impedito il licenziamento per più di due volte, senza valido motivo, nel corso di un anno. Ai vincoli imposti si aggiunge anche quello di prestare servizio presso il Comune di residenza in opere socialmente utili, per un massimo di otto ore settimanali.

A poco servono i richiami della legge alla necessaria coerenza tra i lavori che verranno assegnati e le competenze professionali dei soggetti richiedenti: la logica alla base della proposta è di utilizzare, senza chiedere permesso, forza lavoro potenziale secondo interessi altrui. Se nella legge si sprecano fiumi di parole sugli obblighi del ricevente poco o nulla viene detto in merito agli obblighi dei padroni. Quel poco che si ritrova nella proposta però è sufficiente per capire che il mercato del lavoro immaginato dal Movimento sarà in continuità con quello che conosciamo oggi. Vengono prospettati sgravi fiscali per le aziende che assumano i beneficiari del reddito e l’esclusione dal pagamento dell’imposta regionale sulle attività produttive. In continuità con il precedente Governo la modalità di riscossione del reddito di cittadinanza avverrà attraverso voucher.

Quanto alla copertura economica, al di là delle roboanti dichiarazioni del Movimento sulla riduzione degli stipendi dei parlamentari, la ricetta è quella solita della “razionalizzazione della spesa”, leggasi altri tagli allo stato sociale.

La proposta del M5S propone dunque l’idea di una società ispirata alla classica impostazione liberista secondo cui il welfare sarebbe sinonimo di ignavia e dove i diritti, a partire da quello al salario, sono concepiti come problematici per le aziende che chiedono massima flessibilità dell’offerta di lavoro. Al di là delle diatribe con i “puristi” della concezione del reddito di cittadinanza, ci pare che questa proposta punti non a salvaguardare lavoratori e disoccupati dal supersfruttamento, ma precisamente al contrario: allagare il mercato del lavoro con nuove ondate di manodopera sottopagata e costretta ad accettare tutto, mettendo i disoccupati e i sottoccupati in concorrenza con i lavoratori attivi sia nel pubblico che nel privato.

Anziché legittimare il sottosalario e la divisione dobbiamo puntare a una strategia di riconnessione dell’intero mondo del lavoro, a partire dalla difesa del salario anche per legge (salario minimo legale a 1400 euro netti) e una vera indennità di disoccupazione pari all’80 per cento del salario minimo, il ritorno a un collocamento pubblico e la lotta al precariato e al sottosalario.

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