8 Luglio 2022 Marzia Ippolito

Recessione economica alle porte?

Possiamo dire senza timore di essere smentiti che l’epoca delle politiche monetarie espansive e del denaro a basso costo è terminata. Con loro salutiamo la schiera di economisti convinti che sarebbe bastato stampare moneta a più non posso per generare una vigorosa rinascita dell’economia mondiale. Per parte nostra non abbiamo mai creduto alle favole raccontate in proposito, in particolare nella sinistra riformista dai teorici della cosiddetta MMT (Modern Money Theory).

Powell, il presidente della Federal Reserve americana, ha affermato che “sta diventando sempre più difficile per la Fed rallentare l’inflazione senza causare una recessione”, aggiungendo che “sarà inevitabile infliggere altro dolore all’economia americana” (Financial Times). Chiusure di aziende e licenziamenti sono alle porte.

Gli ultimi dati mostrano i prezzi al dettaglio negli USA crescere dell’11,9% (il dato più alto dal 1979), con un aumento record del prezzo medio a 5 dollari per un gallone di benzina (+50% da gennaio).

Questi dati hanno spinto la Fed a radicalizzare il proprio orientamento restrittivo, elevando i tassi dello 0,75% contro lo 0,50 anticipato. È l’aumento maggiore dal 1994.

La Banca d’Inghilterra segue convintamente la Fed sulla linea restrittiva, mentre la BCE segue controvoglia, costretta a tenere conto delle politiche decise a Washington, ma condizionata dalle contraddizioni interne all’UE.

Le banche centrali non sono più in grado di fare nessuna valida previsione sugli andamenti dell’inflazione, dei tassi di crescita o di qualsiasi altro indicatore economico. Hanno completamente perso il controllo degli eventi e spesso sono costrette ad assumere decisioni contraddittorie. In ultima analisi la stessa scelta della Bce e della Federal Reserve di rispondere all’inflazione con l’aumento dei tassi d’interesse è una contraddizione, perché nel tentativo di frenare l’aumento incontenibile dei prezzi finirà per innescare una nuova crisi economica.

 

Curare l’errore con l’errore

Le risposte dei mercati finanziari agli aumenti dei tassi d’interesse dimostrano l’inquietudine delle aziende e il timore di fronte alla prospettiva di possibili chiusure e ridimensionamenti. Le azioni americane sono scese in media del 20% rispetto al picco che avevano raggiunto a gennaio. Il maggiore tonfo si è ripercosso nel mercato delle criptovalute, che ha subito una perdita del suo valore totale, passando dai 3,2mila miliardi di dollari di novembre a meno di mille miliardi. Coinbase, una delle principali piattaforme per lo scambio di criptovalute, ha annunciato tagli del personale pari ad un quinto della forza lavoro impiegata. Il mercato immobiliare americano potrebbe essere il prossimo ad esplodere: i tassi d’interesse sui mutui sono schizzati alle stelle raggiungendo i massimi livelli dal 2008.

Il prolungamento del conflitto in Ucraina e delle sanzioni, l’emergenza climatica, i lockdown adottati in Cina che hanno portato al blocco del porto di Shangai, il più importante per lo scambio merci globale, e il calo dell’attività manifatturiera sono altri fattori che avvicinano le prospettive di una crisi. Già oggi si stima che le interruzioni nella catena del valore globale abbiano portato alla perdita di almeno l’1% del PIL mondiale.

L’incertezza nel futuro ridefinisce le traiettorie dei movimenti del capitale internazionale. Si è chiusa l’epoca in cui gli investimenti si diramavano in tutte le direzioni alla ricerca immediata delle condizioni più favorevoli, allungando le catene di fornitura su tutto il globo. Si entra in una nuova fase nella quale la sicurezza delle forniture, il controllo diretto delle condizioni non solo economiche ma anche politiche, diventa determinante. Molte industrie, come quella dell’auto e dei computer, stanno invertendo la precedente politica delle esternalizzazioni esasperate e passano a politiche di integrazione verticale per controllare maggiormente il processo produttivo, mentre i governi indirizzano l’industria privata a investire in territori “sicuri”: nel paese di origine o in Stati affidabili (ossia alleati o vassalli). Questo processo porta nuovi costi e nuove contraddizioni nell’economia mondiale.

Crescono anche le scorte come strumento di assicurazione contro carenze di materie prime. Si stima che siano accumulati nei magazzini 9mila miliardi di dollari di merci che, non arrivando sui mercati, stimoleranno ulteriormente la spinta inflazionistica.

 

E in Europa?

La decisione della Bce di aumentare i tassi d’interesse ha gravi controindicazioni sul terreno della sostenibilità dei debiti pubblici. I rendimenti sui tassi d’interesse dei debiti sono aumentati improvvisamente dopo la svolta annunciata dalla Lagarde, e con loro lo spread di molti paesi della zona euro è tornato a salire. Tornano sotto i riflettori paesi come la Spagna, il Portogallo e l’Italia, con il suo debito pubblico ormai stabilmente al di sopra del 150%. Il pericolo è una riedizione della situazione del 2015 e dello scenario greco. Secondo l’economista Roubini, le nuove politiche economiche europee potrebbero “intensificare le preoccupazioni del mercato sulla sostenibilità del debito o sul rischio di frammentazione”.

Non a caso la Bce dopo avere annunciato la stretta sui tassi e la fine degli acquisti di titoli ha dovuto prontamente correggere il tiro, vista la reazione dei mercati che si stavano già scatenando contro i titoli di Stato italiani. È stato quindi annunciato che si metteranno in campo nuovi programmi di acquisti mirati “per mantenere la coesione dell’Unione”. Un chiaro segno di come le autorità monetarie si muovano alla giornata, sbandando a destra e a sinistra a seconda dell’ostacolo che si trovano di fronte.

La stretta monetaria ha anche un altro obiettivo, neppure molto dissimulato: scoraggiare i lavoratori dall’avanzare rivendicazioni salariali. Più ancora dell’aumento dei prezzi, i capitalisti temono un’ondata di lotte sindacali che vadano ad intaccare i profitti.

“Punire” i lavoratori col ricatto della disoccupazione e della crisi non è una politica nuova per la borghesia, ma questa volta giocano col fuoco: in un paese dopo l’altro la classe lavoratrice sarà costretta a mobilitarsi per difendere il potere d’acquisto dei salari, spingendo anche le riluttanti direzioni sindacali: l’ondata di sindacalizzazione negli Usa e lo sciopero dei ferrovieri britannici ne sono una chiara anticipazione e il calcolo della borghesia potrebbe esploderle in faccia.

 

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