26 Maggio 2022 Ben Glinecki (www.marxist.com)

“Realismo capitalista” e gli errori del marxismo accademico

Mark Fisher è stato un filosofo e saggista inglese, che possiamo definire fra gli alfieri del postmodernismo. Questa recensione di uno dei suoi libri più famosi, scritta qualche anno fa dai nostri compagni britannici, crediamo sia utile per gettare una luce sugli approdi di questa corrente filosofica così popolare nelle università.

Fin dalla morte di Mark Fisher avvenuta all’inizio del 2017, c’è stato un crescente interesse verso il libro “Realismo capitalista” (Produzioni Nero, 2017). Tutto ciò è un vero peccato, poichè il libro è un’accozzaglia confusa di lessico accademico che a malapena riesce a descrivere un fenomeno illustrato per primo da Marx oltre 170 anni fa, figuriamoci offrire qualsiasi indirizzo pratico ai socialisti che tentano cambiare il mondo oggi.

Una pallida imitazione di Marx

L’idea centrale del libro è la seguente “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Con questa affermazione, Fisher intende che attraverso i media, le istituzioni scolastiche, ed ogni altro strumento a propria disposizione la classe dominante promuove la sua ideologia fatta di individualismo, competizione e ricerca del profitto, in ogni aspetto della società.

Marx spiegò esattamente la stessa cosa già nel 1845 nell’Ideologia Tedesca, affermando quanto segue:

“Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante.” (K.Marx, F.Engels, L’ideologia Tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1975, p. 35)

Sembra che Fisher si sia posizionato nella tradizione accademica che si basa interamente su un riconfezionamento delle idee sviluppate da intellettuali di livello superiore decenni fa e riproposte in una forma meno comprensibile.

È facile immaginare la fine del capitalismo

Ciò che è particolarmente impressionante, è che Fisher ha fatto la sua affermazione – “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” – nel 2009, immediatamente dopo l’affermazione epocale della crisi mondiale del capitalismo. Nel pieno del collasso economico, quando le banche fallivano e le ricette economiche mainstream stavano mostrando di essere in bancarotta, nel vero senso della parola, le persone erano molto più aperte a idee che proponevano un’alternativa al capitalismo come mai lo erano state per decenni.

Mark Fisher (1968 – 2017)

Fisher sostiene che il fatto che le banche siano state salvate senza provocare immediati disordini e rivoluzioni a livello internazionale è la prova che tutti nella società sono stati irrimediabilmente conquistati all’ideologia capitalistica. Questo è l’argomento di un uomo che non ha mai studiato o capito la coscienza di classe, la lotta di classe o i processi rivoluzionari.

Contrariamente a ciò che pensano gli accademici liberali, come Fisher crede, la coscienza è molto conservatrice. La maggior parte delle persone non cercano sconvolgimenti radicali e drammatici cambiamenti nelle loro vite ad ogni occasione. La gente cerca il percorso di minor resistenza, e solo nel momento in cui non ha più alternative, sceglie il percorso più arduo.

Così, quando scoppiò la crisi nel 2008, molta gente era disposta a credere che coloro che erano al comando avevano tutto sotto controllo, perché quello era ciò che veniva detto. E la maggioranza delle persone era disposta a stringere la cinghia e accettare un po’ di austerità perché, gli veniva detto, che in quel modo si sarebbe tornati velocemente alla normalità. E in molti paesi queste menzogne ed errori sono stati attivamente promossi da coloro che sarebbero dovuti essere i rappresentanti della classe lavoratrice come i dirigenti del Partito Laburista in Inghilterra, che hanno bloccato e frenato trattenuto ulteriormente lo sviluppo di una coscienza radicale.

La storia ci ha mostrato che la coscienza impiega tempo a tenere il passo con gli eventi. Povertà, fame e repressione sono esistiti per molti anni nella Russia zarista prima del 1917. Persino il massacro imperialista della Prima Guerra Mondiale si svolse per due anni e mezzo prima che le masse russe si mobilitassero per prendere il potere e mettere fine alla guerra. Gettare la spugna e scrivere un libro su come il capitalismo ha vinto la battaglia ideologica, perchè le masse non si sono immediatamente mobilitate, è di una miopia estrema.

Crisi e radicalizzazione

Parte del problema è che lo stesso Fisher non ha ben compreso la crisi del 2008. La descrive come “la crisi del credito del 2008”, quando nei fatti era e continua ad essere crisi di sovrapproduzione. In altre parole, questa crisi non è stata causata dai prestiti non regolamentati, ma da una contraddizione fondamentale insita nelle fondamenta dell’economia capitalistica.

Questo significava che, come i marxisti spiegavano al tempo, la crisi del 2008 non sarebbe stata risolta velocemente e l’austerità non sarebbe stata un fenomeno di breve periodo. Infatti il salvataggio delle banche, considerato con rammarico da Fisher come prova della vittoria ideologica del capitalismo, era un’ammissione del definitivo fallimento del capitalismo. L’economia di mercato richiedeva a queste banche di fallire, ma le conseguenze sociali della perdita dei risparmi sarebbe stata catastrofica per la classe dominante. Così le banche, e il resto dell’economia, dovevano essere salvate, a scapito della stabilità dell’economia nel lungo periodo in termini di debito pubblico, produttività e investimenti. I molteplici tentativi successivi falliti – che vanno avanti da quasi un decennio – per ristabilire l’equilibrio economico, hanno portato ad un’enorme sconvolgimento dell’equilibrio politico ed economico. Poiché sempre più persone sono arrivate alla conclusione che l’alternativa della minor resistenza non è una vera e propria alternativa, hanno iniziato a cercare altre soluzioni. In questo modo si sviluppa la coscienza radicale. Le persone imparano dalla loro proprio esperienza.

Occupy Wall Street iniziò nel 2011 e si diffuse nel mondo rivendicando la fine del sistema capitalistico. Movimenti di massa hanno scosso il mondo arabo nel 2011 mettendo fine a regimi che duravano da decenni, e a cui nessuno immaginava nemmeno che fosse possibile un’alternativa. La polarizzazione politica, la crescita di nuovi partiti e la morte dei vecchi hanno demolito il consenso verso il centro politico, paese dopo paese, in tutto il mondo. Persino negli Stati Uniti Bernie Sanders ha aggregato milioni di persone attorno ai suoi slogan per un socialismo democratico e una rivoluzione politica.

Tutto ciò è una diretta conseguenza della crisi del capitalismo e fu predetta, nelle sue linee generali, dai veri marxisti. Fisher, d’altro canto, che ha fallito nel comprendere realmente la crisi e che non ha capito come si sviluppa la coscienza, ha visto la sua affermazione del 2009 “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, decisamente smentita da milioni di persone.

Un metodo scorretto

Il tema comune di tutto il libro Realismo Capitalista è che le affermazioni che fa Fisher sono state completamente screditate dagli eventi che sono accaduti sin dalla pubblicazione del libro.

Per esempio scrive “In contrasto con i loro predecessori degli anni 60 e 70, gli studenti inglesi appaino politicamente disimpegnati”. È sufficiente segnalare le grandi manifestazioni studentesche e l’ondata di occupazioni delle Università che sconvolsero il governo nel 2010 nonchè l’enorme supporto per Corbyn tra gli studenti alle elezioni politiche del 2017 (un sostegno tanto importante da far perdere al Partito Conservatore il seggio di Canterbury per la prima volta in 100 anni) per vedere quanto questa affermazione sia sbagliata

Fisher non può essere criticato per aver sbagliato nel prevedere questo o quel particolare evento – nessuno di noi ha la palla di cristallo. Ma è il suo metodo che è completamente sbagliato. Lui basa il suo pensiero su una valutazione impressionistica di cosa è in corso nella società. Non riesce a guardare sotto la superficie della società per comprendere i processi sottostanti che stanno avvenendo.

La ragione per cui Fisher non può andare oltre una superficiale analisi della società è perchè non accetta quella che è la più basilare idea del Marxismo: che “la storia di ogni società esistita fin’ora è storia di lotta di classe”. Infatti, nel suo libro Fisher arriva a negare interamente la lotta di classe. Scrive:

L’antagonismo non sta più all’esterno, vale a dire nel confronto tra blocchi sociali; è semmai tutto interno alla psicologia del lavoratore, che da una parte resta coinvolto nel vecchio conflitto tra classi, mentre dall’altra, come tutti coloro che hanno un fondo pensione, è interessato a massimizzare i rendimenti dei propri investimenti” ( M.Fisher, Realismo Capitalista, Produzioni NERO, Roma, 2017, p. 80)

In altre parole, la società è ridotta alla battaglia interiore schizofrenica di ogni individuo, piuttosto che essere basata sulle divisioni di classe.

Inoltre, il punto sui fondi pensione, che confonde i confini tra lavoratori e capitalisti, è fondamentalmente falso – come se le pensioni non fossero loro stesse un riflesso delle contraddizioni di classe. In effetti, è chiaro per i marxisti che le pensioni sono semplicemente retribuzioni differite e la lotta per difendere le pensioni è divenuta un terreno di battaglia chiave nella lotta di classe per molte ragioni. Oltretutto, il rendimento dagli investimenti dipende anche dalla situazione del sistema capitalista, che oggi è in una profonda crisi. Di conseguenza, quei lavoratori che sono interessati a “massimizzare i loro rendimenti” sono ulteriormente radicalizzati dalla natura del sistema capitalista in crisi. L’incapacità per il capitalismo di sostenere questi fondi pensione è infatti una fonte di profonda instabilità per il sistema e tende a provocare la lotta di classe.

Non è sorprendente che Fisher non riesca a capire la coscienza della classe lavoratrice o prevedere movimenti di massa se il suo punto di partenza è confondere la questione dei fondi pensione all’interno della lotta di classe.

Socialismo scientifico

I marxisti definiscono la classe in maniera scientifica, in termini di rapporti sociali di produzione. Coloro che sono in grado di vivere del lavoro degli altri, in virtù del fatto che possiedono una fabbrica, un’impresa o una terra, sono borghesi – la classe capitalista. Dall’altro lato, coloro per i quali l’unico modo per sopravvivere è vendere la propria forza-lavoro agli altri, sono proletari – la classe lavoratrice. Questa comprensione scientifica è la base per capire la lotta di classe, come una lotta tra proletari e borghesi per accaparrarsi la ricchezza prodotta nell’economia.

Quando c’è una crisi ogni parte proverà a fare in modo che l’altra paghi. La borghesia proverà a licenziare i lavoratori ed a ridurre i salari in modo da tagliare i costi. Nel frattempo il proletariato tende all’azione collettiva, scioperando e manifestando in massa, così da dimostrare alla borghesia che senza di loro l’economia non andrà avanti, e per ottenere maggiori concessioni quali salari più alti e migliori condizioni.

Le dozzine di scioperi generali in Grecia per resistere all’austerità imposta dall’Unione Europea; il movimento di massa contro la riforma della legge sul lavoro in Francia; il movimento contro il governo spagnolo attorno al referendum in Catalogna; gli scioperi generali in Brasile; le azioni di sciopero in costante aumento in Cina: tutti questi e molti altri sono esempi concreti della lotta di classe, che si sono verificati da quando Fisher ha scritto il suo libro. E tutte queste vicende sono parte del mondo reale, non sono solo nella psicologia di singoli lavoratori. Sono le idee di Marx, non quelle di Fisher, che offrono realmente ogni possibile spiegazione su come sta andando il mondo oggi.

Quale alternativa?

Questi sono gli errori fondamentali del metodo e della teoria che lasciano Fisher senza nessuna reale soluzione al problema da egli individuato (172 anni dopo Marx). L’intero libro è disseminato di stupidaggini postmoderne. Ma è quando lui propone una via d’uscita nella lotta contro il capitalismo, che Fisher approda completamente nel campo dell’idiozia:

Rivendicare un’azione politica vera significa prima di tutto accettare di essere finiti nello spietato tritacarne del Capitale al livello del desiderio. Declassando il male e l’ignoranza a dei fantasmatici Altri disconosciamo la nostra complicità col sistema planetario dell’oppressione. Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione. (Ibidem, pp. 47- 48)

E più avanti:

Quella che va individuata è una via d’uscita dalla logica binaria motivazione/demotivazione: dobbiamo fare in modo che la disidentificazione dai piani del controllo si traduca in qualcosa di diverso da una forma di apatia afflitta. (Ibidem, p. 73)

La sola cosa che questa affermazioni sembrano voler dire (per quanto non dicono assolutamente nulla) è che dobbiamo semplicemente pensare diversamente, e poi tutto andrà per il meglio.

Sfortunatamente, Questa non è una proposta molto pratica per coloro ai quali hanno congelato i sussidi per la casa per un altro anno, o per coloro che lottano per guadagnare abbastanza da arrivare a fine mese. È una proposta per accademici benestanti, disconnessi con la realtà della vita della classe lavoratrice.

Fisher dice che “Uno dei difetti della sinistra è il suo eterno attaccamento ai dibattiti storici, la sua tendenza a tornare in continuazione su roba tipo Kronštadt o la NEP piuttosto che pensare alla pianificazione e all’organizzazione di un futuro in cui credere davvero.” (Ibidem, p. 149)

In un certo senso, qui Fisher ha ragione; come disse Lenin, “la teoria senza l’azione è sterile” e noi non possiamo permettere a noi stessi di farci fuorviare da interessanti discussioni storiche semplicemente per il gusto di farlo. Non siamo accademici, ma rivoluzionari.

Ma quella particolare citazione di Lenin continua “l’azione senza la teoria è cieca”. Ed è su questa parte dell’equazione che Fisher crolla.

Se, quando pensiamo a qual è il modo migliore per combattere il capitalismo, Fisher avesse adottato un serio approccio alla teoria marxista, inclusa la questione dello Stato (come evidenziato dalla questione di Kronstadt) e i rapporti di forza tra le classi a livello globale (così come illuminato dalla Nuova Politica Economica), allora sarebbe riuscito a suggerire agli anticapitalisti azioni pratiche per il futuro. Così com’è, questo libro non ha niente da offrire ai rivoluzionari se non confusione e frustrazione.

Se volete delle idee autenticamente rivoluzionarie, attenetevi a ciò che hanno scritto Marx, Engels, Lenin e Trotskij.

Londra, 10 Gennaio 2018

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