Quale soluzione alla crisi del settore agro-alimentare?

Con la peggiore crisi economica nella storia del capitalismo, in cui vari fenomeni sono stati simultanei e convergenti (si pensi all’emergenza sanitaria in corso), è tornata agli onori della cronaca la questione dell’approvvigionamento alimentare. Qualcosa che davamo per scontata e che occupava una sfera marginale nei programmi e nelle rivendicazioni di quasi tutte le formazioni politiche, è tornata di colpo sulla scena.

di Giacomo Banducci e Francesco Fusco

Le cause sono diverse, prima fra tutte il cambiamento climatico; altri fattori sono il protezionismo e la specializzazione in poche (per non dire singole) produzioni da parte di moltissimi paesi, fatta eccezione per gli stati che hanno dimensioni continentali (come USA e Cina). La crisi sanitaria ha fatto emergere prepotentemente il protezionismo di moltissimi paesi, tra cui i cosiddetti “granai del mondo” (Russia e Kazakistan), i quali hanno bloccato le esportazioni di cereali, causando non poca preoccupazione nei produttori zootecnici di tutta Europa e non solo. Per quanto riguarda l’Italia, bisogna aggiungere che condizioni meteorologiche instabili hanno irrimediabilmente compromesso i raccolti di ortive e frutticole, arrivando al 100% di danno in alcune aree.

In questo clima non suona certo inaspettata la vera e propria supplica da parte di Confagricoltura per un piano nazionale di produzione di cereali, settore in cui il Bel Paese è ben lontano dall’autosufficienza e che negli ultimi anni è caduto vittima della speculazione energetica con il fenomeno del “biogas”, in cui intere aree a vocazione cerealicola vedono la precoce raccolta delle coltivazioni per destinarle alla produzione energetica, con considerevole spreco di superficie agricola.

Tuttavia, la riconversione di una filiera produttiva volta alla produzione di fantomatiche “eccellenze”, i cui prezzi le rendono inaccessibili alla stragrande maggioranza della popolazione (come la cosiddetta farina di grani bio, il cui costo varia da 4 a 6 volte il prezzo dell’equivalente convenzionale), ed alla produzione vitivinicola ed olivicola, che vede nell’export il suo canale di vendita preferenziale, non può essere attuata a piacimento, ma richiede anni per sviluppare nuovamente una filiera adatta.

Anche l’estensione delle aziende agricole in Italia non contribuisce a semplificare la questione: abbiamo 1.621.000 aziende con una estensione media di 7.9 ettari, il che fornisce un quadro di estrema frammentazione e di notevole difficoltà per una pianificazione efficace.

Venendo alle cifre, l’Italia produce il 62% del grano duro che consuma, il 36% di quello tenero, il 50% del granturco e il 68% dell’orzo. È evidente che nello scenario di protezionismo alimentare che si sta delineando non siamo affatto messi bene, anche perché l’unico settore in cui potevamo vantare una certa autosufficienza (ortive e frutticole) è stato martoriato dalle intemperie.

Come se tutto questo non bastasse, l’agricoltura è anche sul banco degli imputati come uno dei principali produttori di gas serra e responsabili del cambiamento climatico. Ed effettivamente le emissioni dovute all’agricoltura convenzionale ed al settore zootecnico sono considerevoli.

Per far fronte a tutti questi problemi, negli ultimi anni hanno avuto una certa eco, in particolar modo nel movimento ambientalista, una serie di proposte incentrate sulla “teoria della decrescita” e sulla sostituzione dell’agricoltura industrializzata su vasta scala con una piccola agricoltura diffusa, dove sostanzialmente ciascuno produce per sé il proprio fabbisogno in armonia con la natura.

Questo ritorno al “piccolo è bello” non può però essere un’alternativa effettivamente praticabile, per una serie di ragioni. Innanzitutto il “piccolo è bello” già esiste, visto che il panorama delle aziende è già estremamente frammentato, come sopra descritto.

In secondo luogo, la superficie agricola utilizzabile è già ai limiti massimi della sua estensione globale ed anche il recupero di aree marginali risulterebbe difficoltoso e poco produttivo, con una serie di conseguenze sulla superficie boschiva e sulla liberazione di carbonio in atmosfera. La superficie globale utilizzata per l’agricoltura è pari a 1.045 milioni di ettari, il che rende irrisorie le superfici ancora libere da dedicare alle coltivazioni.

Terzo, la mancanza di manodopera qualificata di alto profilo, unita al basso valore aggiunto ed alla difficoltà di investimenti in capitale fisso, rende desuete molte pratiche, con impatto sull’ambiente e sulle rese. Rendere tutti agricoltori e produttori del proprio cibo, in una società in cui si ha una specializzazione massima del lavoro, non è proprio un’idea brillante, anche perché l’unico risultato sarebbe una ulteriore diminuzione delle rese, che aggraverebbe ulteriormente il problema; il tutto senza considerare che ben pochi hanno tempo sufficiente da dedicare alla coltivazione degli ortaggi e dei frutti ed ancora meno hanno conoscenze tecniche sufficienti a garantire un approvvigionamento costante.

Biologico e vegano: sono delle soluzioni?

Unitamente all’auto-coltivazione, spesso viene avanzata come soluzione la conversione completa all’agricoltura biologica o biodinamica e la conversione alla dieta vegana. La biodinamica, secondo chi scrive, è da considerarsi al pari dei riti propiziatori tipici delle società antiche e priva di qualsiasi rigore scientifico, e dunque non sarà trattata.*

Quanto all’agricoltura biologica, invece, alcune pratiche come la conservazione della sostanza organica (che è una delle misure fondamentali della fertilitàdi un suolo e della sua salute) del suolo ed il rispetto delle rotazioni, dovrebbero essere adottate in maniera generalizzata visto che comportano notevoli benefici; altre non sono da considerarsi valide, né in termini produttivi né in termini ambientali. Per fare un esempio, uno dei pochi fitofarmaci contro malattie fungine consentito in agricoltura biologica è il rame. Questo è un fitofarmaco preventivo e di copertura, il che vuol dire che deve essere somministrato ogni volta che si verificano condizioni meteorologiche tali da consentire lo sviluppo di fitopatie (tipicamente, dopo ogni pioggia ad una temperatura superiore ai 10 gradi centigradi, il che vuol dire 8 mesi all’anno nelle regioni mediterranee). Oltre al numero impressionante di trattamenti che devono essere eseguiti, tale sostanza non si degrada e rimane nel suolo per un tempo indefinito, tanto da far adottare provvedimenti per la sua limitazione in molti aree, tra cui l’importante distretto viticolo di Bordeaux. È un elemento estremamente tossico, che a lungo andare crea dei veri e propri problemi di tossicità per le stesse piante ma il suo impiego è consentito in agricoltura biologica in quanto di “origine naturale”, laddove esistono invece molti fitofarmaci “di sintesi” (ottenuti mediante processi di sintesi chimica,mediante appositi processi) che sono di origine organica, hanno un tempo (chiamato tempo di carenza) in cui si degradano (non arrecando danno al consumatore finale), permettono di effettuare meno interventi e sono al contempo più efficaci.

Inoltre, se è importante una buona dotazione di sostanza organica, essa non è sufficiente: per correggere delle carenze di nutrienti (vi sono decine di elementi indispensabili, a precisi intervalli, per il corretto metabolismo delle piante, in cui anche una mancanza di un singolo elemento può compromettere tutto il raccolto) che possono verificarsi in corso d’opera non è sufficiente aver somministrato generosamente del letame, ma bisogna intervenire con prodotti specifici, che vengono immediatamente assimilati dalle colture. Inoltre, i cicli biologici di molte colture non consentono ai fertilizzanti usati in agricoltura biologica di espletare le loro funzioni in momenti essenziali dello sviluppo, per le motivazioni più varie (temperatura, acqua disponibile, ecc.).

Venendo al veganesimo, non intendiamo qui entrare nel merito delle scelte individuali di ciascuno sulla propria alimentazione, ma analizzare se la conversione alla dieta vegana può rappresentare una soluzione complessiva alle problematiche di natura ambientale e alimentare finora esposte. La dieta vegana non comprende derivati animali per via dello sfruttamento e della sofferenza causata durante l’allevamento, unitamente alla critica mossa alle colture destinate ad alimentare il patrimonio zootecnico, che invece potrebbero essere destinate al consumo umano. Tale osservazione ha un fondamento legittimo, che è la critica alla zootecnia intensiva.

Tuttavia, è possibile rendere l’allevamento non competitivo con la dieta umana, rendendolo anzi un anello essenziale della produzione agricola: durante una rotazione, il terreno viene rinnovato con delle colture che sono i principali costituenti dei foraggi e non sono utilizzabili per l’alimentazione umana. Tali colture (tra cui l’erba medica) possono essere usate efficacemente per alimentare il bestiame che, oltre ai derivati usati nell’alimentazione umana, produrrebbe letame, essenziale nella conservazione della fertilità dei suoli. Quindi non è da criticare l’allevamento in quanto tale, ma la sua variante intensiva, che determina la distruzione di suoli, l’utilizzo di materie prime destinabili all’alimentazione umana, maltrattamento del bestiame ed inquinamento delle riserve idriche per lo scarico delle deiezioni animali.

Per finire, il principale surrogato della carne e dei prodotti caseari nella dieta vegana è la soia, ottenuta tramite monocolture che distruggono i suoli e li impoveriscono in maniera quasi irreversibile, determinando altresì un impoverimento delle riserve idriche.

Quali soluzioni?

La risposta a tutte le problematiche elencate non può che venire dalla pianificazione sotto il controllo dei lavoratori della produzione agricola. Servono tecniche agricole moderne, come l’agricoltura fuori suolo, per aumentare le rese e per diminuire l’estensione delle aree coltivate ad ortive per poterle destinare ad altro. Tali tecniche prevedono il controllo totale del ciclo biologico delle colture e delle condizioni abiotiche (temperatura, luce, umidità relativa, concentrazione di anidride carbonica…) coltivando gli ortaggi in substrati inerti a cui viene aggiunta una soluzione nutritiva, permettendo di raggiungere rese inimmaginabili nei sistemi tradizionali, oltre che una riduzione delle perdite di nutrienti ed acqua, una riduzione dell’inquinamento dovuto all’agricoltura e un azzeramento (o per lo meno una riduzione assai sensibile) dell’uso dei fitofarmaci.

Si sta parlando di 1/4 delle asportazioni di nutrienti rispetto alle colture in pieno campo per il pomodoro da mensa, con una resa di 50kg/metro quadro (3 volte maggiore del pieno campo) ed una riduzione di 2/3 dei trattamenti; la lattuga produrrebbe fino a 5 volte di più rispetto al pieno campo (11 kg/metro quadro contro 2,3 nel pieno campo), il cetriolo in fuori suolo avrebbe 3 cicli all’anno contro uno, con produzione di 70kg/metro quadro.

Tuttavia, tali sistemi colturali necessitano di notevoli investimenti che la maggior parte delle aziende italiane, vista la loro estensione ed il loro capitale, non possono neanche sognare.

Anche una semplice serra, che consentirebbe di aumentare non di poco le rese e di controllare, seppure in maniera limitata, il ciclo biologico delle colture, ha costi proibitivi (una serra a media tecnologia costa dai 150 ai 200 euro al metro quadrato), equivalenti a 2.000.000 di euro all’ettaro.

D’altronde nemmeno le grandi aziende e le multinazionali del settore, che pure avrebbero le risorse economiche necessarie, sono in grado di impiegare adeguatamente queste tecnologie agricole avanzate, perché la logica della massimizzazione del profitto comporta inevitabilmente distorsioni di ogni tipo, come vediamo nel campo dell’allevamento intensivo e delle colture più tradizionali.

La filiera agricola non può quindi essere lasciata nelle mani dei privati, soprattutto in un periodo come questo; deve essere nazionalizzata e posta sotto il controllo dei lavoratori. Non è frammentando ulteriormente l’attività agricola che potremo fare un passo avanti, ma unificandola e gestendola in maniera coordinata, sulla base dei fabbisogni effettivi e mettendo in comune le migliori competenze dei lavoratori del settore. Non è coltivandoci il nostro orticello familiare che risolveremo i problemi alimentari, ma è pianificando scientificamente e rigorosamente la produzione, con i migliori aspetti dell’agricoltura biologica e dell’agricoltura integrata, uniti alla produzione fuori suolo, che potremo avere rese mai viste prima di prodotti di qualità eccellente ed accessibili a tutti in ogni stagione dell’anno.

Solo slegandoci dalla logica del profitto e centralizzando la produzione potremo porre fine una volta per tutte all’incertezza alimentare. Con il socialismo e la pianificazione economica non getteremo solo le basi per una rivoluzione economica, sociale, ambientale e culturale, ma anche agricola.

22 aprile 2020

*L’agricoltura biodinamica prevede il rispetto di congiunzioni astrali tra pianeti, la “dinamizzazione” dei composti da irorare (ovvero mescolare per “rompere” dei legami tra delle non precisate molecole, poiché è risaputo che un mestolo di legno equivale ad un acceleratore di particelle) rigorosamente con una iroratrice in rame (?), l’utilizzo di microdosi (un kg ad ettaro, quando se ne usano decine di quintali) di un fertilizzante ritenuto miracoloso chiamato cornoletame (del letame messo in un corno di bovino ed in seguito interrato) ed altre pratiche buffe quanto ridicole.

Il principale motivo per cui varie aziende si sono convertite a questo sistema risiede nel fatto che i prodotti biodinamici vengono venduti a prezzi esorbitanti e vi è un margine di profitto infinitamente più alto, ma le rese sono degne dei sistemi colturali di un paio di secoli addietro.

 

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