23 Febbraio 2022 Fred Weston e Jorge Martin (da www.marxist.com)

Putin alza la posta con il riconoscimento delle repubbliche del Donbass e l’invio delle truppe

Il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto l’indipendenza delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk (DPR e LPR) nell’Ucraina sud-orientale e ha inviato truppe russe di “peacekeeping” in entrambi i territori. Ciò rappresenta una  escalation significativa del conflitto tra la Russia e l’imperialismo occidentale. Quali interessi si nascondono dietro il conflitto, e quale dovrebbe essere la posizione del movimento operaio a livello internazionale?

L’Occidente ha già annunciato che risponderà con le sanzioni economiche precedentemente minacciate. L’imperialismo USA, la NATO, l’Unione Europea e il Regno Unito si sono lamentati che le decisioni di Putin costituiscono una “violazione della sovranità dell’Ucraina” e una “flagrante mancanza di rispetto per il diritto e le norme internazionali”. Ciò è completamente ipocrita. I paesi che ora denunciano le azioni della Russia si sono comportati allo stesso modo nel passato.

Non dimentichiamo che è stato l’imperialismo occidentale a spingere per la dissoluzione della Jugoslavia nel 1992. Allora non si parlava di “sovranità nazionale” e la ragione era chiara: era nel loro interesse disgregare l’ex Jugoslavia per riconquistare le vecchie sfere d’influenza. Fu una mossa completamente reazionaria che scatenò la guerra civile e la pulizia etnica nel cuore dell’Europa.

 

Ipocrisia

L’imperialismo statunitense e i suoi partner europei minori ora parlano della necessità che la Russia rispetti la “sovranità nazionale”, presentandosi come difensori della democrazia e dei diritti umani. Dovremmo dimenticare il fatto che in passato non si sono fatti scrupoli a bombardare e invadere paesi sovrani? Sono esperti nell’organizzazione di colpi di stato militari e più in generale nell’intromettersi negli affari degli altri paesi – quando conviene ai loro interessi. Lo abbiamo visto dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Honduras al Venezuela, dalla Libia alla Somalia, e la lista potrebbe continuare a lungo. E anche quando non conviene ai loro interessi diretti, chiudono un occhio. Lo vediamo nello Yemen, dove all’Arabia Saudita è stato permesso di schiacciare un’intera nazione e affamare milioni di persone. Questo perché l’Arabia Saudita è amica dell’imperialismo occidentale, mentre la Russia no!

Dal punto di vista degli interessi dei lavoratori di tutti i paesi, non dobbiamo farci ingannare dalla retorica dilagante su “chi ha iniziato”, o su chi è da incolpare per l’attuale conflitto. Ci sono aspirazioni imperialiste da entrambe le parti. Dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, l’imperialismo statunitense e i suoi alleati europei della NATO hanno violato quella che prima era una sfera di influenza russa, portando gradualmente i paesi dell’Europa orientale all’interno della loro alleanza.

L’Ucraina è un candidato a una futura adesione alla NATO, ed è abbondantemente chiaro a chiunque abbia occhi per vedere che l’espansione della NATO stessa punta a frenare le ambizioni imperialiste russe nella regione. O meglio, è un mezzo per limitare la classe capitalista russa e promuovere gli interessi dell’imperialismo occidentale. Se la NATO non avesse insistito per espandersi verso est, non saremmo di fronte alla possibilità di un’altra guerra in Europa. Ma questo è come dire: se la NATO non fosse un’alleanza di potenze capitaliste, atta a promuovere i propri interessi, non saremmo in questa situazione. Il capitalismo è un sistema che a un certo punto crea inevitabilmente la guerra. Quando le relazioni normali non bastano, quando la “competizione pacifica” non serve più gli interessi delle classi dominanti di ogni nazione, allora la guerra diventa l’opzione successiva.

Le varie “rivoluzioni colorate” che abbiamo visto nei paesi dell’Europa dell’Est dal 1989-91 non erano espressioni della volontà delle popolazioni di questi paesi. Piuttosto, erano il risultato di manovre dell’Occidente per consolidare regimi che avrebbero facilitato l’ulteriore smantellamento di ciò che rimaneva della proprietà statale, ottenere il controllo dei mercati locali e ampliare la propria sfera d’influenza, mentre l’influenza della Russia veniva ridotta. Quindi questo non è un conflitto tra un Occidente “democratico” e un Putin “dittatoriale”, ma una lotta tra due potenze imperialiste avversarie per il controllo di una regione. E ogni volta che l’imperialismo occidentale agisce in modo aggressivo, cerca sempre di dare la colpa a qualcun altro, presentandosi come una forza di ‘pace e democrazia’.

L’ironia della situazione è che nel portare avanti questa manovra, Putin sembra aver seguito un copione scritto da Washington, fin nei dettagli, come quando descrive le truppe russe che entrano nel Donbass come “forze di pace”. Sembra imitare il comportamento dell’imperialismo statunitense quando ha cinicamente usato la situazione degli albanesi del Kosovo per bombardare la Serbia, un tradizionale alleato della Russia. Ora Putin sta usando nello stesso modo cinico la situazione della popolazione russofona del Donbass per colpire l’Ucraina e l’Occidente più in generale, mentre gli Stati Uniti e le potenze europee versano lacrime di coccodrillo sulla violazione del “diritto internazionale”, un concetto che non ha alcun significato reale sul luogo conteso. Le relazioni internazionali nell’epoca dell’imperialismo non sono governate dal diritto, ma piuttosto dalla forza economica e militare.

Nel suo lungo discorso, allo scopo di giustificare il riconoscimento della DPR e della LPR, Putin ha chiarito l’ideologia reazionaria e sciovinista dietro questo intervento. Ha parlato dell’Ucraina come di una nazione artificiale strappata al territorio della Russia da Lenin e dai bolscevichi. “L’Ucraina moderna è stata completamente creata dalla Russia, o per essere più precisi, dalla Russia comunista bolscevica”, ha detto. “Lenin e i suoi sostenitori lo hanno fatto in modo sbrigativo, alienando i territori storici della Russia. Milioni di persone che vivevano lì non sono state interpellate affatto”. Ha aggiunto che “ora i loro discendenti, riconoscenti, hanno demolito i monumenti a Lenin in Ucraina. La chiamano decomunistizzazione. Volete la decomunistizzazione? Ora la faccio io. Ma non mi fermo a metà. Faccio quella vera”. In questo passaggio stava mettendo in chiaro che il suo modello è quello della Russia imperiale. E così facendo, sta mettendo in discussione l’esistenza stessa dell’Ucraina, che considera “la creazione di Lenin”.

È abbondantemente chiaro che le mosse di Putin non sono motivate dalle difficoltà dell’etnia russa in Ucraina, né della popolazione del Donbass, ma piuttosto dagli interessi della classe capitalista russa, che è desiderosa di riaffermare il ruolo della Russia come potenza. L’escalation di Putin riflette gli interessi di sicurezza nazionale della Russia capitalista: una potenza aggressiva e reazionaria con ambizioni imperialiste regionali, che abbiamo visto in Georgia, nel conflitto Armenia-Azerbaigian, in Bielorussia e Kazakistan, così come nel suo intervento in Siria. Ha anche a che fare con la necessità di Putin di puntellare la sua popolarità in patria – che ha visto un declino come conseguenza dei crescenti problemi sociali e dell’aumento dei livelli di povertà in Russia.

 

Perché Putin si è comportato così?

Le motivazioni e le ambizioni di Putin sono state chiaramente mostrate e dichiarate apertamente. Nella sua lettera alla NATO ha chiesto garanzie di sicurezza per la Russia in Europa. Queste includevano la garanzia che l’Ucraina non sarebbe mai entrata alla NATO, una riduzione delle esercitazioni militari al confine con la Russia e il non dispiegamento di missili a medio raggio. Questa era una risposta all’espansione verso est della NATO dopo il crollo dello stalinismo 30 anni fa. A quel tempo, l’economia della Russia era distrutta e l’imperialismo statunitense ne approfittò per consolidare la sua stretta sull’Europa orientale. Ora, la Russia, percependo un relativo declino del potere di Washington (in particolare dopo il suo vergognoso ritiro dall’Afghanistan) sta reagendo.

La relativa debolezza degli Stati Uniti è stata svelata fin dall’inizio di questo scontro. Nonostante tutti i discorsi su una “invasione imminente”, fin dall’inizio il presidente americano Joe Biden ha chiarito che non avrebbe impegnato le truppe americane in Ucraina. Questo dopo l’inazione dell’Occidente dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014. Putin ha ricevuto il messaggio forte e chiaro: poteva fare quello che voleva riguardo all’Ucraina, con conseguenze limitate: alcune sanzioni economiche, ma nessuna ritorsione militare.

Questo è quindi, fondamentalmente, un conflitto reazionario tra due poteri. Da un lato l’imperialismo statunitense – ancora di gran lunga la forza più potente e reazionaria del pianeta – e i suoi alleati. Dall’altra, abbiamo le ambizioni reazionarie imperialiste regionali della Russia. La classe operaia in tutto il mondo non ha nulla da guadagnare nel sostenere l’una o l’altra parte.

Fin dall’inizio, Putin ha cercato di raggiungere i suoi obiettivi flettendo i muscoli dell’esercito russo, ammassando truppe alla frontiera, conducendo esercitazioni militari congiunte con la Bielorussia, testando i suoi missili, ecc, mentre allo stesso tempo cercava, con qualche successo, di esacerbare le spaccature tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei a Berlino e Parigi. Vale la pena notare che, per questa sua ultima mossa ha avvertito in anticipo il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, ma non Biden.

Putin ha insistito per tutto il tempo che voleva negoziati, alle sue condizioni, e affinché l’Occidente facesse pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky per attuare gli accordi di Minsk, negoziati nel 2014 e 2015. Per quanto riguarda l’Ucraina, questo sarebbe stato l’esito preferito. Gli accordi di Minsk prevedono che le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk rimangano parte dell’Ucraina, pur avendo uno speciale status autonomo. Questo avrebbe dato a Putin una leva permanente all’interno del paese. Potrebbe anche aver calcolato che se Zelensky avesse accettato queste condizioni (che Poroshenko aveva firmato quando la sua offensiva contro il Donbass è crollata), si sarebbe scontrato con la rabbia dei nazionalisti di estrema destra e dei loro battaglioni militari, arrivando forse anche anche alla caduta del suo governo.

Tra l’altro, questo dimostra che, per Putin, le Repubbliche Popolari equivalgono semplicemente a degli spiccioli che è disposto a sacrificare per raggiungere i suoi obiettivi. Non dimentichiamo che la rivolta nel Donbass nel 2014 era parte di un movimento più ampio, in risposta all’arrivo al potere in Ucraina di un governo sostenuto da organizzazioni paramilitari neonaziste e che promuoveva una versione particolarmente reazionaria del nazionalismo ucraino, profondamente anti-russo e rivendicava la tradizione dei collaboratori nazisti della seconda guerra mondiale.

A quel tempo, tutti i tipi di elementi si coalizzavano nelle due repubbliche orientali, da alcuni che si dichiaravano apertamente comunisti, a quelli la cui identità era modellata dalla resistenza sovietica contro i nazisti, ad altri sciovinisti della Grande Russia apertamente reazionari e nostalgici dell’Impero russo.

Nel corso del tempo, tuttavia, le Repubbliche divennero completamente dipendenti da Mosca, sia economicamente che militarmente, e il loro personale dirigente venne epurato dagli elementi più indipendenti e vicini al popolo. Su richiesta di Putin, i leader delle due repubbliche decretarono l’evacuazione dei civili, insieme alla mobilitazione di tutti gli uomini in età da servizio militare, e poi si recarono a Mosca per chiedere il riconoscimento, che naturalmente Putin concesse cortesemente.

Così, il riconoscimento della loro “indipendenza” da parte della Russia non ha senso, poiché sono già completamente dipendenti da Mosca. L’unico vero cambiamento è che Putin ha dichiarato che non fanno più parte dell’Ucraina.

 

Cosa è cambiato?

In risposta alle richieste di Putin, su tutta la linea, gli Stati Uniti hanno adottato una posizione belligerante, denunciando costantemente una “imminente” invasione russa dell’Ucraina e rifiutando di fare qualsiasi concessione alle sue richieste. Quando si è il bullo principale nel cortile della scuola, non si può mostrare alcuna debolezza, altrimenti tutti capiranno di poter sfidare la tua posizione. Così, mentre Biden non voleva e non poteva affrontare la Russia sull’Ucraina con un’azione militare, allo stesso tempo non poteva essere visto come uno che faceva concessioni. È stata questa situazione di stallo che ha portato all’attuale escalation.

Putin ha chiaramente calcolato che, nonostante tutti i loro discorsi agguerriti, gli imperialisti occidentali non sono in grado di fermarlo. La risposta dell’Occidente finora è stata l’annuncio di vari livelli di sanzioni sulla Russia. Le sanzioni dell’UE sono mirate a chiunque commerci con le due repubbliche secessioniste. Il problema, naturalmente, è che tutti i 27 stati membri dell’UE devono essere d’accordo, e ci sono chiaramente opinioni diverse tra loro, con paesi come Italia, Austria e Germania molto preoccupati per le forniture di gas. La Russia fornisce il 40% del consumo di gas dell’UE e in tutta Europa ci sono già risentimento e rabbia crescenti per l’enorme aumento delle bollette energetiche che milioni di persone quest’anno stanno subendo. Gli ultimi sviluppi stanno spingendo il prezzo del gas ancora più in alto, insieme a quello del greggio, di cui la Russia è uno dei principali produttori.

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha veramente bisogno di una distrazione dai suoi problemi interni, mentre la sua popolarità crolla nei sondaggi di opinione in condizioni di crescente malcontento sociale. Ha fatto un sacco di baccano a difesa dell’Ucraina e ora ha annunciato che la Gran Bretagna congelerà i beni di tre oligarchi russi, oltre a imporre sanzioni a cinque banche russe.

Nel frattempo, Biden ha annunciato sanzioni che proibirebbero nuovi investimenti, scambi e finanziamenti da parte di cittadini statunitensi con le zone in Ucraina ora sotto il controllo dei separatisti sostenuti dalla Russia. Ma Thomas Graham, direttore del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca per la Russia sotto George W. Bush, ha dichiarato che queste sanzioni “…non avranno un grande impatto, se non nessuno” su ciò che la Russia farà in seguito. Sarebbero molto simili alle sanzioni imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea nel 2014, con un impatto simile su Putin, cioè assai scarso!

Putin capisce la debolezza del regime ucraino. Ma una volta inviate le forze militari nelle due repubbliche, cosa succederà dopo? È difficile dire quali saranno le prossime mosse. La guerra è la più complicata delle equazioni e una volta iniziata non si può dire quale sarà il risultato finale. Putin dovrà valutare la situazione ad ogni svolta degli eventi e calcolare di conseguenza la sua prossima mossa.

In articoli precedenti abbiamo considerato una guerra a tutto campo tra Russia e Ucraina come la prospettiva meno probabile. Quindi cosa è cambiato? Putin stava calcolando che gli Stati Uniti e gli europei avrebbero fatto concessioni piuttosto che affrontare il rischio di una guerra estremamente destabilizzante in Europa. Stava spingendo per l’attuazione dell’accordo di Minsk. Ma l’alleanza della NATO, dominata dall’imperialismo statunitense, come abbiamo visto, si è dimostrata incapace di fare un passo indietro e soddisfare le richieste di Putin. Dal loro punto di vista, qualsiasi concessione ora rafforzerebbe la Russia, che è proprio quello che vogliono evitare. Gli Stati Uniti in particolare si rifiutano di cedere sulla questione dell’espansione della NATO.

Questo ha messo Putin nella condizione di agire secondo le sue minacce o di dover scendere a patti. Le sue precedenti minacce erano fallite, quindi la sua unica opzione era quella di alzare la posta e trovare la scusa necessaria per inviare truppe nelle due repubbliche secessioniste. Il vantaggio di cui dispone nell’invio delle forze armate nelle due repubbliche è che molta gente accoglierà con favore le truppe russe. E una volta sul campo, potrebbe usare la sua presenza sul territorio per negoziare da una posizione più forte. Se Putin dovesse invadere tutta l’Ucraina, tuttavia, potrebbe rivelarsi la sua rovina, perché affronterebbe un intero popolo che non vuole essere dominato dalla Russia.

 

No alla guerra! Il nemico è in casa!

È chiaro che Putin ha cercato di spingere l’Occidente a sedersi al tavolo delle trattative e a fare le concessioni che chiedeva, ma l’Occidente – in particolare gli Stati Uniti, sostenuti dai suoi fedeli cagnolini nel governo britannico – ha rifiutato. Questo spiega perché, alla fine, Putin ha deciso che non aveva altra scelta che aumentare il livello di tensione. Si limiterà a tenersi stretto i territori delle due repubbliche secessioniste o si spingerà ulteriormente in Ucraina?

Leonid Kalashnikov, capo della commissione della Duma di Stato per gli affari della CSI, ha fatto notare che le repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk sono state riconosciute come appartenenti alle regioni con lo stesso nome, e i separatisti controllano solo una parte di queste regioni. Quindi potrebbero sostenere che la loro statualità si estende ai territori rimanenti. Kalashnikov ha dichiarato che “come questi confini saranno ripristinati non è previsto in questo accordo. Come la Dpr e la Lpr si comporteranno a riguardo non è più di nostra competenza”.

Il presidente ucraino Zelensky

Questo lascia chiaramente aperta l’opzione di spingersi oltre gli attuali territori secessionisti, aprendo il possibile scenario di un conflitto diretto tra le forze ucraine e russe. L’Occidente sta già iniziando a imporre sanzioni, quindi cos’altro potrebbe fare la NATO se Putin avanzasse ulteriormente in Ucraina per rovesciare l’attuale regime? Da un punto di vista puramente militare, la Russia potrebbe sconfiggere l’Ucraina abbastanza facilmente e nessuna potenza europea ha espresso l’intenzione di essere effettivamente coinvolta sul terreno di guerra con i propri soldati. Ma mentre c’è simpatia per la presenza delle forze russe tra la gente delle repubbliche secessioniste, sarebbe uno scenario molto diverso per Putin avanzare nel cuore dell’Ucraina dove incontrerebbe un’opposizione diffusa e di massa. Questo renderebbe qualsiasi conquista territoriale estremamente difficile e costosa da mantenere.

Il governo di Kiev si troverà ora sotto un’enorme pressione. Dal suo punto di vista, il territorio dell’Ucraina è stato formalmente invaso, ma non c’è molto che possa effettivamente fare. La Crimea è stata annessa otto anni fa e rimane parte della Federazione Russa, nonostante le sanzioni imposte alla Russia. L’ultima volta che Kiev ha portato avanti la guerra nel Donbass è stata sconfitta e nessuno è venuto in suo aiuto. L’Ucraina ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma è dubbio che questo organismo si esprimerà in una denuncia delle azioni della Russia, visto che la Russia ha il diritto di veto. Nel frattempo, l’impotenza di Zelensky potrebbe ad un certo punto far cadere il suo debole governo.

Per sottolineare ulteriormente la relativa debolezza dell’imperialismo statunitense, la sua prima risposta pratica è stata la rimozione di tutto il restante personale del Dipartimento di Stato dall’Ucraina e lo spostamento della sua ambasciata in Ucraina, che era già stata trasferita da Kiev a Leopoli… in Polonia! Deve essere stato molto rassicurante per Zelensky vedere fino a che punto il burattinaio di Washington sia pronto a difendere l’Ucraina dall’aggressione russa.

Ciò che è chiaro è che l’obiettivo di Putin, in definitiva, rimane lo stesso: che la Russia sia riconosciuta come una potenza regionale e che le venga garantito che il suo “vicino straniero” non rappresenti una minaccia per i suoi interessi. È improbabile che rinunci alle Repubbliche di Donetsk e Luhansk ora che vi ha collocato le truppe, ma potrebbe andare oltre. Questa è una situazione in movimento che dovrà essere seguita da vicino.

Dal punto di vista della classe operaia dell’Ucraina e della Russia, nulla è stato risolto e nulla è stato guadagnato. Quando Putin ha detto che l’Ucraina è stata una creazione di Lenin, non aveva ragione, naturalmente, poiché la complessa identità nazionale dell’Ucraina esisteva già prima del 1917. Ma è stata la politica attenta di Lenin sull’autodeterminazione nazionale – una questione sulla quale si è scontrato con Stalin – che ha permesso l’unione dell’Ucraina sovietica con la Russia sovietica su una uguale base volontaria, come è stato riconosciuto nella creazione dell’URSS nel 1922, esattamente 100 anni fa. Solo in questo senso, si potrebbe dire che l’Ucraina, con i suoi attuali confini, è stata creata da Lenin, e ora è stata distrutta dai nazionalisti reazionari ucraini che sono andati al potere dopo l’Euromaidan.

I lavoratori dell’Ucraina e della Russia sono legati da forti legami storici, anche se questi sono stati indeboliti dal veleno del nazionalismo reazionario ucraino e dallo sciovinismo della Grande Russia, in particolare dal 2014. Il paese è impantanato nella guerra civile e milioni di persone sono state costrette a emigrare a causa della crisi economica.

L’unica via per la classe operaia è il rovesciamento dell’oligarchia capitalista parassitaria, che ha governato il paese come suo feudo privato negli ultimi 30 anni, e l’esproprio delle sue ricchezze. Solo sulla base dell’arrivo dei lavoratori al potere l’Ucraina può essere veramente libera, e la classe operaia unita al di là delle barriere linguistiche e di identità nazionale su base volontaria.

Il principale dovere dei lavoratori in Occidente è quello di opporsi alle nostre rispettive classi dominanti imperialiste e reazionarie, che stanno alimentando le fiamme del conflitto. Il compito principale dei lavoratori in Russia è quello di opporsi alla propria classe dominante reazionaria, che sta guidando le ambizioni di potenza regionale di Putin. Il compito principale dei lavoratori dell’Ucraina è quello di opporsi alla propria oligarchia capitalista, che ha fatto sprofondare il paese nel conflitto civile, mentre nascondeva le proprie ricchezze illecite all’estero.

Guerra ai palazzi, pace alle capanne! *

 

* frase dello scrittore Georg Buchner, con cui incitava alla rivolta, nell’Ottocento, la popolazione dell’Assia, nell’attuale Germania

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