12 Luglio 2022 Caio Dezorzi, da San Paolo (www.marxismo.org.br)

Prospettive per le elezioni presidenziali in Brasile

Da quando è stato rilasciato dalla prigione, l’ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva (conosciuto comunemente come Lula), ha visto annullare la sua condanna, è stato dichiarato innocente e sono stati ripristinati i suoi diritti politici. Ora è al primo posto nei sondaggi per le prossime elezioni presidenziali di ottobre, con il 46% contro il 29% dell’attuale presidente, Jair Bolsonaro.

Ma Lula, del PT (Partido dos Trabalhadores, ‘Partito dei lavoratori’), ha scelto come suo vice uno storico oppositore del PT, il suo convinto avversario borghese, l’ex governatore dello stato di San Paolo, Geraldo Alckmin. Cosa possiamo aspettarci dalle elezioni e da un probabile futuro governo Lula-Alckmin?

Con l’avvicinarsi della scadenza per la presentazione dei candidati alla presidenza, possiamo cominciare a vedere in modo più chiaro i contorni dei canali elettorali attraverso i quali la lotta di classe potrà esprimersi, seppur in modo deformato attraverso le urne, nei prossimi mesi di campagna elettorale.

Da un lato vasti settori della borghesia reclamano a gran voce una “terza via” (leggasi: un candidato borghese capace di presentarsi come una praticabile alternativa sia a Bolsonaro che a Lula), ma non riescono a consolidare questa volontà. Importanti settori della borghesia scommettevano su Sergio Moro, il giudice che mandò in carcere Lula, e che poi divenne ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro. Poi, all’inizio della pandemia si è dimesso dal governo (dopo aver trascorso quasi un anno e mezzo con Bolsonaro) e ha cercato di presentarsi come un rappresentante più responsabile per la grande borghesia.

Moro è stato duramente colpito da una fuga di notizie pubblicate da The Intercept, che rivelavano chiaramente come nella sua posizione di magistrato avesse agito illegalmente per far arrestare Lula, nonché per condannare imprenditori e politici legati al governo del PT. Nel frattempo, ha risparmiato quelli legati ai partiti della borghesia, come il PSDB (Partito della Social Democrazia Brasiliana) di Alckmin.

Anche se questo scandalo ha portato all’annullamento di tutte le condanne contro Lula, Moro si è comunque proposto come candidato alla presidenza. Ma dato che i sondaggi mostravano che solo un 6-9 per cento degli elettori intendevano votare per lui, Moro ha concluso la sua corsa alla presidenza poche settimane fa per poter essere eletto deputato o senatore.

Un altro candidato borghese, Ciro Gomes, che ha cercato di presentarsi come possibile candidato della “terza via”, difende una sorta di “nazionalismo dello sviluppo”. Tuttavia, non gode della fiducia di quei settori più importanti della borghesia che sono subordinati all’imperialismo americano (i sondaggi gli danno circa il 7% delle intenzioni di voto).

Da quando Lula nel marzo 2021 ha ottenuto il ripristino dei suoi diritti politici, ha cercato di costruire attorno alla propria candidatura, una sorta di unità nazionale contro Bolsonaro. A riguardo ha avuto l’aiuto fin dall’inizio, da Guilherme Boulos del PSOL. Non appena Lula ha riguadagnato il diritto di candidarsi, Boulos ha annunciato pubblicamente che avrebbe rinunciato a candidarsi per la presidenza (e che si sarebbe invece candidato alla carica di governatore dello stato di San Paolo). Tuttavia, ciò non escluderebbe che il PSOL abbia un candidato presidenziale (torneremo più avanti su questo punto).

D’altra parte, Lula ha invitato nientemeno che l’ex governatore di San Paolo, Geraldo Alckmin – che è stato storicamente un convinto oppositore borghese del PT – come suo candidato alla vicepresidenza.

Alckmin è stato il governatore più a lungo in carica dello stato di San Paolo (lo stato più ricco e popoloso del Brasile). In precedenza era stato vice governatore dello stato, dopo essere stato deputato per tutti gli anni ’80. Quando il governatore Mario Covas morì nel 2001, Alckmin ne ha preso il posto al governo fino al 2006. Si è poi candidato alla presidenza nel 2006, perdendo al secondo turno contro Lula. È tornato di nuovo come governatore di San Paolo dal 2010 al 2018, ha sostenuto l’impeachment di Dilma nel 2016 e ha celebrato l’arresto di Lula nel 2018.

In qualità di governatore, Alckmin era noto per aver represso violentemente gli insegnanti in sciopero contro la tentata chiusura di 700 scuole pubbliche (sconfitta dal movimento degli studenti delle scuole superiori che occupavano le scuole), per aver represso violentemente le proteste contro l’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici (che è culminato nelle proteste delle “Giornate di giugno” del 2013), per la privatizzazione della metropolitana e dei servizi pubblici e per essere al comando della polizia militare più letale del mondo (sotto il suo governo, gli agenti di polizia di San Paolo hanno battuto il record, detenuto da loro stessi, di omicidi – in particolare di giovani di colore – con un aumento del 96% della letalità).

Nel gennaio 2012, sotto il comando di Alckmin, la Polizia Militare ha organizzato quello che è diventato noto come il “Massacro di Pinheirinho”, in cui hanno sgomberato più di 2.000 famiglie dalle loro case, che sono state poi immediatamente distrutte a favore dell’ex proprietario della terra, uno speculatore immobiliare milionario e amico del governatore. In questa violenta operazione della polizia di San Paolo sono stati uccisi anche dei bambini.

Passando rapidamente al 2022, Alckmin ha lasciato il suo partito tradizionale, il PSDB (il principale partito borghese brasiliano) per diventare il candidato alla vicepresidenza di Lula ed è entrato a far parte del PSB (Partito Socialista del Brasile – un partito borghese che si presenta come “socialista”). Ora Lula chiama Alckmin un “compagno”, con la motivazione che per battere Bolsonaro è necessaria la più ampia unità. In questo modo si consolida sempre di più il sostegno della maggioranza della borghesia brasiliana alla lista Lula-Alckmin, contro Bolsonaro.

 

La situazione in Brasile sotto Bolsonaro

Esiste uno stato d’animo di lotta tra i giovani e i lavoratori di tutto il mondo – e il Brasile non fa eccezione. Nonostante le affermazioni di gran parte della “sinistra”, subito dopo l’elezione di Bolsonaro avvenuta nel 2018, quest’ultimo non è stato affatto in grado di procedere a formare un regime fascista o una dittatura totalitaria. Il suo mandato è stato invece segnato dalla debolezza, dalla instabilità, dagli scontri con le correnti maggioritarie della borghesia e da un odio diffuso.

Dalla campagna elettorale del 2018, fino al 2019, e anche durante la pandemia nel 2020 e nel 2021, ci sono state in tutto il paese, massicce manifestazioni contro Bolsonaro. L’unico motivo per cui queste manifestazioni non si sono sviluppate ulteriormente in uno sciopero generale che culminasse nel rovesciamento del governo è stato il tradimento dei leader tradizionali del movimento operaio brasiliano.

Anche la crisi economica ha colpito duramente il Brasile. Sebbene nel 2021 il PIL sia cresciuto del 4,6%, nel 2020 era diminuito del 4,1%. Nel 2021, l’inflazione calcolata sui 12 mesi era del 10,06% e continua ad aumentare. Alla fine del 2021, il debito pubblico nazionale ha raggiunto i 5,6 mila miliardi di real (1,1 mila miliardi di dollari). Alla fine del 2019 il debito era di 4,24 mila miliardi di real (830 miliardi di dollari), dunque c’è stato un aumento di oltre il 30% in due anni.

Secondo i dati ufficiali del governo, a fine 2021 la disoccupazione era dell’11,1%. Ma questo indice è abbastanza distorto, in quanto ignora arbitrariamente chi ha rinunciato a cercare un lavoro, chi lavora meno ore di quanto vorrebbe e i lavoratori del settore informale. Pertanto, su 176 milioni di persone in età lavorativa (su una popolazione di 212 milioni di abitanti), il governo tiene conto nei suoi calcoli solo di 97 milioni di individui. Quindi un tasso di disoccupazione dell’11,2% equivarrebbe a circa 13 milioni di disoccupati. Tuttavia, secondo i dati governativi raccolti e organizzati dall’ILAESE (Istituto Latinoamericano di Studi Socioeconomici), nel 2020 in Brasile c’erano 58 milioni di disoccupati e altri 33 milioni di sottoccupati (lavoratori informali e precari), mentre solo 44 milioni di persone erano occupate con lavoro salariato e 29 milioni erano pensionati.

Gerardo Alckmin

Secondo l’indagine del Brazilian Research Network on Food and Nutrition Sovereignty and Security, 125 milioni di brasiliani (più della metà della popolazione) vivono con un certo grado di insicurezza alimentare e di questi, 33 milioni soffrono la fame. Ufficialmente, ci sono state più di 650.000 vittime di COVID-19 nel Paese (un numero che in realtà è molto più alto) – un risultato diretto della politica del governo di non promuovere un lockdown, sabotando le misure di distanziamento sociale dall’inizio della pandemia, sabotando l’acquisto di vaccini, oltre alla campagna contro la vaccinazione.

Questo è il Brasile governato da Bolsonaro, ed è questo il motivo principale per cui si avvia alla sconfitta elettorale di ottobre. Tuttavia, la mobilitazione delle masse avrebbe già potuto mandare a casa questo governo così odiato. C’era una volontà da parte della base in tal senso, ma la direzione degli apparati (PT, PCdoB, CUT, UNE e dei grandi sindacati) ha gradualmente disarmato la lotta per rovesciare il governo. Così, dalla fine del 2021, i giovani e i lavoratori, senza una direzione risoluta, hanno iniziato a concludere che l’unica via d’uscita possibile (o la meno faticosa), sarebbe quella di porre fine al governo Bolsonaro attraverso il processo elettorale.

 

La lotta per un candidato del PSOL

Dopo che lo scorso anno sono stati ripristinati i diritti politici di Lula e con l’annuncio di Boulos (che era stato il candidato alla presidenza per il PSOL nel 2018) che non si sarebbe più candidato alla presidenza, il deputato federale di Rio de Janeiro, Glauber Braga, si è presentato come ‘precandidato’ alla presidenza della repubblica per il PSOL.

La sua candidatura è stata sostenuta da Esquerda Marxista (Sinistra Marxista), la sezione brasiliana della Tendenza Marxista Internazionale. Tuttavia, non c’è stata alcuna consultazione nella base di PSOL – neanche una minima pubblicità, niente di niente! L’unico forum decisionale che ha avanzato la posizione della “pre-candidatura” del compagno Glauber è stata una “conferenza elettorale nazionale” tenutasi il 30 aprile.

Ma questa “conferenza” non era composta da delegati eletti dalla base del partito. Era composto solo da membri del Direttivo Nazionale (DN) del PSOL. La chiamavano “conferenza elettorale”, ma era solo un altro incontro del DN, ristretto ai suoi 61 membri. E qual è stato il risultato di quel voto? 35 hanno votato a favore dell’ingresso del PSOL nella coalizione attorno alla candidatura Lula-Alckmin, contro 25 voti a favore della presentazione di Glauber Braga da parte del PSOL come suo candidato alla presidenza (un membro del DN era assente per problemi di salute, altrimenti sarebbero stati 35 a 26).

Cioè, anche in questo processo decisionale non democratico, la proposta di lanciare una candidatura del PSOL ha comunque ottenuto il 42%. Lungi dall’esserci una grande maggioranza nel PSOL a favore dell’adesione alla lista Lula-Alckmin, c’è una leadership divisa. Inoltre, la maggior parte dei 35 membri del DN che hanno approvato questa decisione provengono da quelle correnti che negli ultimi anni hanno portato avanti le cosiddette “affiliazioni di massa” al partito, con l’obiettivo di conquistare la maggioranza ai congressi del PSOL, ma difficilmente rappresentano la maggioranza dei veri membri attivi del partito (il PSOL ha circa 25 correnti interne, tra cui Esquerda Marxista).

Se il PSOL lanciasse la candidatura del compagno Glauber Braga con un programma di rottura con il capitalismo, potrebbe ottenere l’appoggio di una parte considerevole del proletariato brasiliano. Questo programma sarebbe particolarmente popolare tra i giovani, che rifiutano Bolsonaro e non si fanno più illusioni su Lula e la sua politica di conciliazione di classe: una parte del proletariato e dei suoi giovani cercano gli strumenti necessari per combattere il capitalismo e per una nuova società!

Non c’è modo di sapere se il PSOL avrebbe potuto arrivare al secondo turno o meno. Oltre al fatto che tutti i sondaggi d’opinione svolti e pubblicati fino ad ora non hanno incluso la precandidatura di Glauber (in un evidente boicottaggio del PSOL), non c’è modo di sapere come avrebbero votato gli elettori più a sinistra di fronte a una candidatura di Lula con Alckmin come suo vice. Ma non lo sapremo mai, dato che la candidatura di Glauber è stata bloccata.

Glauber Braga

C’era da aspettarselo che tutte le maggiori correnti burocratiche del PSOL avrebbero appoggiato sin dal primo turno l’adesione alla candidatura Lula-Alckmin. Ma con sorpresa di alcuni, quello che ha assicurato a questa posizione la maggioranza nella “Conferenza elettorale” del PSOL è stata l’adesione di due delle correnti che affermano di essere “trotskiste”. Queste tendenze cosiddette “trotskiste” del PSOL credono che per affrontare quello che chiamano “neofascismo”, ci si debba impegnare nel più ampio fronte unito dal primo turno in poi, indipendentemente dal fatto che Alckmin sia candidato come vicepresidente di Lula.

Da parte nostra, non c’è dubbio che in un eventuale secondo turno tra Bolsonaro e Lula, il PSOL dovrebbe sostenere con tutte le sue forze la candidatura di Lula – anche con Alckmin come vice – per sconfiggere Bolsonaro. Sarebbe una situazione di “classe contro classe”, nonostante il sostegno di importanti settori della classe dominante alla lista Lula-Alckmin. Tuttavia, il PSOL non dovrebbe rinunciare alla propria candidatura e al proprio programma nel primo turno delle elezioni di ottobre. Non avendo un proprio candidato, viene esclusa la possibilità che nelle elezioni, i settori più avanzati della classe operaia esprimano nella pratica la loro lotta in maniera indipendente dalla borghesia.

I “trotskisti” che hanno adottato questa posizione durante la discussione all’interno del PSOL, hanno commesso almeno tre errori:

Il primo di questi è l’errore di impressionismo nel caratterizzare quello contro cui stiamo lottando come “neofascismo”. Se così fosse, non avremmo nemmeno l’opportunità di discutere di tattiche elettorali, poiché non ci sarebbero nemmeno elezioni a cui un partito come il PSOL potrebbe essere autorizzato a partecipare (e nemmeno il PT, del resto). Basta guardare cosa ha fatto l’attuale regime ucraino ai partiti della classe operaia (e non stiamo nemmeno affermando che il governo di Zelensky sia fascista, sebbene si basi su alcune organizzazioni neonaziste e le abbia incorporate nelle sue forze armate).

Bolsonaro può avere l’ambizione di guidare un regime di tipo fascista, ma tra il suo desiderio e la realtà c’è una distanza enorme. Non siamo nemmeno lontanamente vicini a un tale regime in Brasile. La caratterizzazione precisa del governo Bolsonaro è stata fatta da Esquerda Marxista nel novembre 2018, ancor prima del suo insediamento. Quello che abbiamo è un tentativo di un regime bonapartista: debole, in crisi, capace di restare al potere solo per la codardia e il tradimento della dirigenza del movimento operaio brasiliano (su questo torneremo in dettaglio più avanti).

Uno dei relatori che rappresentano queste tendenze ‘trotskiste’, nel suo discorso alla Conferenza elettorale del PSOL, durante il discorso sul presunto “neofascismo” ha aggiunto l’affermazione che “una parte della classe dominante vuole rompere con il regime democratico liberale” . Secondo questa logica quindi, al governo c’è il neofascismo, ma il regime liberaldemocratico non è ancora stato infranto. Quindi cosa sarebbe esattamente? Un “neofascismo liberaldemocratico”?!

E qual è esattamente questo “settore della classe dominante” all’interno della grande borghesia brasiliana che continua a sostenere Bolsonaro fino al punto di scontrarsi con la parte predominante del resto della sua classe, che si oppone a Bolsonaro e continua a sostenere le istituzioni democratiche borghesi come la Corte Suprema Federale (CSF)? E anche tra la minuscola minoranza della borghesia brasiliana che sostiene veramente Bolsonaro, chi tra loro sarebbe disposto ad andare fino in fondo in un’avventura di “rottura con il regime liberaldemocratico”, contro la resistenza della maggioranza della borghesia (per non parlare del proletariato e le sue organizzazioni)? Dobbiamo avere il senso delle proporzioni.

Il secondo dei tre errori che fanno coloro che si dichiarano “trotskisti” è immaginare che nel fronteggiare questo presunto “neofascismo”, possiamo fare affidamento sulla borghesia o su settori di essa (come Alckmin). Si tratta di un grave equivoco, le cui tragiche conseguenze sono già state dimostrate storicamente. Il fronte unico contro Bolsonaro deve essere attuato tra tutti i settori della classe operaia.

Solo l’unità della classe operaia può respingere la reazione fascista o anche un complotto in quella direzione. Le alleanze tra la classe operaia e la borghesia indeboliscono la lotta del proletariato contro il fascismo. Quando i dirigenti della classe operaia governano insieme alla classe sfruttatrice (e quindi in difesa degli interessi di quest’ultima) il proletariato perde fiducia nella sua direzione e, se non esiste una direzione alternativa in grado di conquistare la fiducia del proletariato, quest’ultimo tende a perdere la fiducia in se stesso. Può finire per demoralizzarsi. Può essere sfiancato e trovare i suoi settori più arretrati cooptati dalla piccola borghesia radicalizzata e reazionaria.

Il fenomeno del “bolsonarismo di massa” è potuto esistere in Brasile solo grazie alla politica di collaborazione di classe del PT. In altre parole, la presidenza di Bolsonaro è un sottoprodotto della politica portata avanti dai governi Lula e Dilma in coalizione con la borghesia. L’attuale coalizione Lula-Alckmin è una nuova edizione dello stesso problema e non una soluzione. Il PSOL non dovrebbe, quindi, aderire a questa alleanza, ma dovrebbe opporsi al primo turno e sostenerlo solo come ultima risorsa per evitare una vittoria elettorale di Bolsonaro nel secondo. Questa alleanza potrebbe essere utilizzata come strumento elettorale per rimuovere Bolsonaro dal potere. Ma il governo risultante non farà che preparare il terreno per il rafforzamento del fenomeno del “bolsonarismo di massa” in un secondo momento. Fu Trotsky che, criticando la politica del Fronte popolare negli anni ’30, spiegò che la collaborazione di classe è l’anticamera del fascismo.

Alcuni potrebbero obiettare che questi “trotskisti” che difendono il sostegno del PSOL alla candidatura di Lula critichino la scelta di Alckmin come suo candidato alla vicepresidenza. “È una scelta dolorosa”, ha detto uno dei loro rappresentanti nel suo discorso del 30 aprile. Ma, come già osservava Paracelso nel XVI secolo, “la differenza tra la medicina e il veleno è il dosaggio”. In un eventuale secondo turno tra Lula e Bolsonaro, un voto per l’alleanza Lula-Alckmin sarebbe davvero una pillola amara, ma necessaria. Tuttavia, al primo turno, l’appoggio del PSOL per questo piatto è un veleno (e poco importa se sia amaro o meno).

Il terzo errore di questi signori sta nel cercare di applicare meccanicamente alle elezioni brasiliane del 2022 la lezione che i trotskisti hanno tratto dal classico esempio storico della Germania del 1933. Il rifiuto della dirigenza stalinista del Partito Comunista Tedesco (KPD) di stringere un’alleanza elettorale con il Partito socialdemocratico tedesco (SPD) fu un crimine politico che rese possibile la vittoria elettorale del partito nazista di Hitler nel 1933. Ma si può dire che, se il PSOL lanciasse ora il proprio candidato alla presidenza, commetterebbe lo stesso errore settario del KPD nel 1933? La risposta è decisamente “no!”

I due scenari sono molto diversi. E non solo perché Bolsonaro oggi non ha un movimento di massa di tipo fascista armato e organizzato, come aveva invece Hitler. Le elezioni tedesche del 1933 furono molto diverse dalle elezioni brasiliane del 2022. All’epoca non c’era il secondo turno. Il partito nazista vinse con circa un terzo dei voti. Un’alleanza elettorale tra il KPD e l’SPD avrebbe facilmente impedito a Hitler di vincere le elezioni quell’anno. Invece il PSOL potrebbe presentare il suo candidato con un programma rivoluzionario e, se non dovesse ottenere abbastanza voti al primo turno, potrebbe dichiarare al secondo turno il proprio sostegno a Lula per sconfiggere Bolsonaro.

E a fronte di uno scenario improbabile in cui al primo turno siano in vantaggio Bolsonaro e un altro candidato borghese (come Moro, per esempio), con Lula a lottare in terza posizione per arrivare al secondo turno (come Mélenchon nelle recenti elezioni francesi), il PSOL avrebbe potuto ritirare la propria candidatura e sostenere quella di Lula, portandolo così al secondo turno. Il PSOL non dovrebbe mai mantenere la sua candidatura in uno scenario del genere. Questo è stato l’errore del Partito Comunista nelle recenti elezioni francesi: se avesse ritirato la sua candidatura a favore di Mélenchon, quest’ultimo sarebbe andato al secondo turno contro Macron, al posto di Marine Le Pen.

In altre parole, dal punto di vista delle tattiche elettorali per impedire la rielezione di Bolsonaro, non vi è alcuna giustificazione per il ritiro da parte di PSOL del suo candidato indipendente al primo turno. Al contrario. Lula, con Alckmin come suo candidato vicepresidente, si presenta sempre più come un rappresentante dell’ordine, del sistema, dello status quo. Senza una candidatura del PSOL, i giovani delle classi sfruttate che vogliono il cambiamento non hanno altra scelta che votare Lula o Bolsonaro (oppure astenersi o annullare la scheda). Se quest’anno c’è qualcosa che può ancora dare a Bolsonaro qualche possibilità di ottenere una vittoria elettorale (cosa abbastanza improbabile), è se riesce a presentarsi magicamente come il rappresentante del “rottamare lo status quo” – anche se è lui a capo del governo. Incredibilmente, Lula sta dando un grande aiuto a Bolsonaro in questo senso, presentandosi, al fianco di Alckmin, come “a difesa delle istituzioni”. Non a caso, da quando Alckmin è stato confermato candidato alla vicepresidenza di Lula, Bolsonaro ha fatto un piccolo recupero nei sondaggi.

Un altro argomento utilizzato dalla frazione di ‘trotskisti’ nella maggioranza del direttivo del PSOL per giustificare il loro sostegno a Lula è che “non siamo riusciti a sconfiggere Bolsonaro nelle mobilitazioni dell’anno scorso… Pertanto, dovrà essere sconfitto sul terreno elettorale! ” Al termine della Conferenza elettorale del PSOL, si è tenuto un evento pubblico con la partecipazione di Lula. Uno dei “trotskisti”, Valério Arcary, ha preso la parola per approfondire l’argomento:

Sono stati anni molto difficili. Diciamo la verità. Non è stata solo la pandemia. I nostri tentativi di mobilitazione nelle piazze… Abbiamo radunato 10.000 persone in alcune città, in altre 20.000 e anche 50.000. A San Paolo a volte abbiamo superato i 100.000 partecipanti. Non è stato sufficiente. E non sono mancate le ragioni per cui milioni di persone sono scese in piazza. Il problema è che non basta che le cose vadano davvero male per far lottare le persone. Non è abbastanza. La tragedia non basta. La catastrofe non apre la strada alle rivoluzioni. La gente ha bisogno di credere che sia possibile vincere. È una trasformazione, uno shock per la mentalità, nella coscienza di decine di milioni di persone, che non avviene solo attraverso l’esperienza individuale. Ci deve essere un processo di lotta che faccia fare quel salto alla coscienza. Quello che non abbiamo conquistato l’anno scorso attraverso le piazze è ora la sfida… la sfida è dura, dovremo vincerla alle elezioni”.

Dire che è necessario che le persone credano che sia possibile vincere per poterle mobilitare significa semplicemente affermare l’ovvio. Nessuno scende in piazza per protestare senza credere nella possibilità, per quanto piccola, di vittoria. Ma se, come dice Valerio, non sono mancate le ragioni per cui milioni di persone sono scese in piazza, allora cosa è successo? Valério sostiene che la gente non credeva fosse possibile vincere. Questa lettura è corretta? Vediamo.

Nel maggio 2019, a meno di 5 mesi dall’insediamento del governo Bolsonaro, più di due milioni di persone sono scese in piazza in un solo giorno contro i tagli di Bolsonaro alla spesa per l’istruzione. Quelle mobilitazioni sono state soprannominate lo “tsunami dell’istruzione”. A quel tempo, Esquerda Marxista era praticamente l’unica a lanciare nelle piazze lo slogan “Fora Bolsonaro!” (Via Bolsonaro!). Questo slogan è stato colto dai giovani in lotta, che hanno gridato: “Fora Bolsonaro!” in tutti gli angoli del paese. Ignari dirigenti sindacali e studenteschi, di fronte allo slogan cantato dai manifestanti, lo hanno ripetuto anche ai microfoni e dagli impianti audio: “Fora Bolsonaro!” Ma i leader delle organizzazioni si sono affrettati a impedire che nascesse un movimento per rovesciare Bolsonaro. La stampa ha riferito che un incontro tra i leader di PT, PCdoB, PDT, PSB e PSOL aveva concluso, su sollecitazione di Lula (che era ancora in prigione), che non avrebbero dovuto usare lo slogan “Fora Bolsonaro”. Così, la dirigenza delle organizzazioni operaie e giovanili è riuscita a trasformare lo “tsunami dell’istruzione” in una piccola ondata di mobilitazione che ha finito per essere del tutto incapace di impedire l’approvazione della controriforma pensionistica di Bolsonaro nei mesi successivi.

Quelle manifestazioni del maggio 2019 sono state più grandi delle manifestazioni del 2021, quando la direzione burocratica ha finalmente deciso di avanzare tardivamente l’appello “Fora Bolsonaro”. Lo hanno fatto solo per incanalare il crescente movimento che attraversava la società in canali istituzionali sicuri, prima attraverso innocui appelli all’impeachment, e poi relegando la lotta alle elezioni del 2022.

Valério Arcary sembra essere all’oscuro di questo processo, o forse gli è sfuggito di mente. Dimentica che quando abbiamo chiesto nel 2019 al PSOL di unirsi all’appello “Fora Bolsonaro”, sono stati i suoi alleati nel partito a combatterci alle riunioni del Comitato nazionale del PSOL. Valério ha dimenticato chi ha pronunciato un discorso davanti al sindacato dei metalmeccanici a São Bernardo, quando Lula è stato rilasciato dal carcere, dicendo che non dovremmo lottare per rovesciare Bolsonaro e che dovremmo “rispettare il mandato democratico di quattro anni”?

Il ragionamento illustrato da Valério cerca di dispensare le direzioni dei partiti operai, delle confederazioni sindacali e dei movimenti popolari da ogni responsabilità. In particolare, cerca di assolvere Lula. Secondo Valério, non c’è stato un sabotaggio decisivo da parte della leadership per ostacolare lo sviluppo di un movimento di massa per rovesciare Bolsonaro. Se diamo credito alle affermazioni di questo “vecchio trotskista” (come si presenta lui), dobbiamo concludere – come evidentemente ha fatto – che la responsabilità del nostro fallimento per rovesciare Bolsonaro è delle masse, perché non sono scese in piazza, pur avendo numerose ragioni per farlo.

Ma è necessario andare più a fondo. Con questo discorso, Valério cerca di esonerarsi da ogni responsabilità. È stato lui che, per più di un anno, ha scritto articoli su articoli combattendo la nostra linea politica di agitazione sul “Fora Bolsonaro”, accusandoci di essere “belakunisti” e simili. È stato lui che, mentre a maggio 2019 c’erano due milioni di giovani in strada al grido di “Fora Bolsonaro”, ha scritto che “non è ancora il momento”, ha invitato alla calma, ha cercato di convincere i giovani che bisognava essere prudenti , e che ci trovavamo in una “situazione sfavorevole”. La conclusione possiamo trarre è che questi cosiddetti “trotskisti” sono stati guidati da un sentimento di paura basato su una lettura impressionista della realtà. E ora arrivano a dire “ci abbiamo provato ma non ci siamo riusciti”?! Che “abbiamo mobilitato 100.000 persone”?! Milioni di persone sono scese in piazza, non perché questi gentiluomini li abbiano convocati, ma in realtà nonostante tutti gli sforzi di Valério, Lula, Boulos e dei loro compagni. Garantivano che non ci fosse lotta contro Bolsonaro affermando che “non era ancora il momento” o che le persone dovevano “rispettare il mandato democraticamente conquistato di governare per quattro anni”.

Ora presentano “l’unica via” per sconfiggere Bolsonaro come un fatto compiuto: attraverso le elezioni borghesi.

 

Come può esprimersi il proletariato nelle elezioni presidenziali?

Di fronte all’assenza di una candidatura del PSOL – con un chiaro programma di lotta per il socialismo, di rottura con l’ordine attuale – il sostegno della maggioranza del proletariato verso Lula si rafforza di giorno in giorno e questo nonostante Alckmin sia il candidato vicepresidente. Tale è il desiderio di sconfiggere Bolsonaro.

Ci sono ancora tre candidati alla presidenza alla sinistra del PT. Due di partiti di tradizione stalinista di tipo “terzoperiodista” (UP e PCB, di estrema sinistra), e uno di origine morenista (PSTU, di origine trotskista). Tuttavia, la legislazione elettorale brasiliana richiede che affinché un partito abbia il diritto di partecipare ai dibattiti televisivi, debba avere una rappresentanza parlamentare minima nel Congresso nazionale e questi tre partiti non hanno alcun deputato eletto. Pertanto, sono candidati molto deboli con pochissimo peso, praticamente invisibili agli occhi delle masse e quindi incapaci di conquistare la fiducia di settori importanti del proletariato.

Così, in maniera contraddittoria, il voto del proletariato a favore di Lula per sconfiggere Bolsonaro sarà il modo in cui si esprimerà il sentimento della “classe contro classe”; nonostante anche i settori più importanti della classe dominante sostengano la lista Lula-Alckmin.

Il vero conflitto di classe non si verificherà quindi su quale candidato votare, ma sul contenuto di quel voto:

1. Per la grande borghesia e l’imperialismo, il voto per la lista Lula-Alckmin e il suo sostegno politico e finanziario si baserà, in primo luogo, sull’impegno di Lula a governare per il capitale finanziario internazionale (impegno che comprende, tra l’altro, garantire che circa la metà del bilancio federale nazionale andrà a ripagare il debito pubblico). Si baserà anche sulla promessa di Lula di promuovere la pace sociale conciliando gli interessi delle classi antagoniste – a differenza di Bolsonaro, che promuove il confronto di classe aperto, contro la volontà della borghesia, oltre a provocare attriti tra le istituzioni dello stato borghese.

2. Per il proletariato, il voto per Lula, nonostante i suoi limiti, sarà un voto per cacciare Bolsonaro dal potere, revocare le controriforme imposte sotto il suo governo e quello di Temer, e per nuove misure per ottenere maggiori diritti per i lavoratori.

Evidentemente, Lula ha già ribadito il suo impegno a favore degli interessi della borghesia. Questo è il senso della scelta di Alckmin come vicepresidente: una garanzia, una specie di serratura di sicurezza’ che Lula stesso ha dato alla borghesia perché, se non governasse nell’interesse del capitale, la borghesia possa sostituire lui (con ogni mezzo a loro conveniente), e avere un rappresentante fedele come Alckmin pronto a ricoprire la carica di presidente senza bisogno di nuove elezioni.

Sebbene, ad esempio, il programma di Lula includa quindi “l’abrogazione della controriforma del lavoro di Temer”, una volta eletto lavorerà solo per revisioni minori e nulla che ripristini i diritti dei lavoratori.

Questa contraddizione (tra il significato del voto del proletariato per Lula, le aspettative dei lavoratori in un nuovo governo guidato dal PT e il programma che verrà effettivamente portato avanti una volta che verrà eletto) porterà a una nuova crisi politica e sociale che condurrà a un nuovo riposizionamento di tutti i pezzi sul tabellone della politica brasiliana.

Gran parte delle direzioni e delle organizzazioni di sinistra parteciperanno a un eventuale governo Lula, probabilmente compresi quelli che al momento controllano il PSOL. Ma i fumi della vittoria elettorale su Bolsonaro svaniranno presto e l’insoddisfazione popolare per il nuovo governo aumenterà ogni giorno di più. A destra, l’opposizione di Bolsonaro cercherà di usare questa insoddisfazione per crescere e cercherà di rieleggere Bolsonaro alle elezioni future (o uno dei suoi figli se non venisse considerato idoneo). A sinistra, saranno coloro che sono in grado di sviluppare un’opposizione di classe indipendente, che dovranno cercare di conquistare la fiducia del proletariato in questo processo. Il PSOL verrà messo costantemente alla prova, così come lo saranno lo stesso PT, il CUT e tutte le direzioni del movimento operaio.

Con la minaccia costante di un ritorno del bolsonarismo al potere, per un po’ Lula potrà ancora godere di una certa tolleranza da parte dei battaglioni pesanti della classe operaia. Ma la dirigenza della CUT [la confederazione sindacale] che fa riferimento al PT non controlla più la base sindacale come faceva in passato. Prima o poi, questa insoddisfazione esploderà in una lotta aperta nelle fabbriche e nelle strade. Se ciò accadrà prima o poi, così come il grado di radicalizzazione di questi movimenti, dipenderà dalla capacità delle organizzazioni operaie di sviluppare una politica di indipendenza dal governo, oltre a garantire che tali lotte non vengano assimilate da parte dei bolsonaristi.

Ovviamente tutto ciò si basa sulla vittoria elettorale di Lula su Bolsonaro che porti a una transizione che fili liscia. Anche se evidentemente non è nell’interesse di nessuna parte della borghesia, non si può escludere del tutto la possibilità che Bolsonaro non riconosca la sconfitta elettorale e tenti un colpo di stato che potrebbe andare oltre la teatralità dei sostenitori di Trump che abbiamo visto al Campidoglio nel gennaio 2021. Sebbene l’amministrazione Biden abbia già avvertito Bolsonaro di non intraprendere quella strada, non c’è modo di sapere con certezza fino a che punto si spingeranno le stupidaggini di questa canaglia. Tuttavia, un colpo di stato avventurista di Bolsonaro accelererebbe ulteriormente le contraddizioni e potrebbe portare a un movimento esplosivo nelle piazze che Lula troverebbe difficile da controllare.

Questa è la prospettiva che scaturisce dalle carte che si trovano ora nel mazzo. Ma questo sarà anche subordinato – e brutalmente – al contesto più ampio della lotta di classe internazionale e della crisi globale del capitalismo. Le lotte di massa che abbiamo visto svilupparsi negli ultimi anni – e crescere in quantità e qualità poco prima dell’arrivo della pandemia – possono e sono destinate a ripartire, poiché gli imperialisti non hanno altra alternativa che comportarsi come stanno facendo. Le loro guerre significano il deterioramento dei diritti e delle condizioni dei lavoratori, oltre a privatizzare e demolire i servizi pubblici per estrarre quantità sempre maggiori di plusvalore prodotto dal proletariato mondiale nel suo complesso.

Mantenere fermamente la nostra linea politica di indipendenza di classe, fare appello per un voto critico per Lula, criticare il suo programma e le sue alleanze, a cominciare dal vicepresidente e presentare un programma di rottura con l’ordine borghese e di scontro con il capitale, attraverso le richieste concrete delle masse lavoratrici: così potremo portare avanti la nostra politica rivoluzionaria nei prossimi mesi in Brasile.

L’immediato futuro è quello di una forte intensificazione della lotta di classe a livello internazionale. L’assenza di un’Internazionale marxista di massa fa sì che il proletariato debba fare uno sforzo per unire le sue lotte. Bisogna riprendere la lotta per l’esproprio della borghesia e la pianificazione dell’economia sotto il controllo operaio nei diversi paesi in cui se ne presentano le condizioni. Da parte nostra, continuiamo a costruire la Tendenza Marxista Internazionale come punto di appoggio per lo sviluppo di questo strumento internazionale così necessario per la classe operaia e l’umanità. Unisciti alla TMI!

22 giugno 2022

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