12 Marzo 2019

Proletkult di Wu Ming – Una recensione

A quattro anni da L’Armata dei sonnambuli e a tre da L’invisibile ovunque il collettivo Wu Ming approda nelle librerie con un nuovo romanzo storico-fantascientifico, Proletkult. La trama, con una ragazza aliena proveniente da un pianeta socialista catapultata nella Russia post Ottobre, è godibile. La descrizione dell’avanzata della burocratizzazione stalinista (il romanzo è ambientato nel 1927) che occupa tutti i campi, dalla politica alla scienza fino alla cultura, risulta piuttosto efficace.

L’impressione politica che ne trae il lettore è invece discutibile. Il protagonista del romanzo è Aleksandr Bogdanov, rivoluzionario che nel 1909 ruppe col bolscevismo e che dopo la rivoluzione d’ottobre (a cui si era opposto) accettò di collaborare con lo Stato sovietico. Nel 1927 era il direttore dell’istituto di trasfusione del sangue a Leningrado (perderà la vita in uno dei suoi esperimenti pioneristici).

Nel corso del romanzo Wu Ming suggerisce che sarebbe potuta esistere una terza via tra leninismo e stalinismo: le teorie di Bogdanov, appunto. Nelle sue intenzioni il Proletkult avrebbe dovuto essere un movimento che sradicava la cultura borghese e sviluppava una “cultura proletaria” presupposto essenziale per la costruzione del partito prima e del socialismo poi.

Negli anni successivi alla presa del potere si sviluppò un ampio dibattito sulle funzioni del “Proletkult”. Secondo Lenin e Trotskij, doveva servire ad aumentare il livello culturale generale delle masse sovietiche, allora drammaticamente basso, visto che nella Russia zarista l’analfabetismo colpiva l’80% della popolazione. Trotskij operò una critica delle idee di Bogdanov nello scritto La cultura proletaria e l’arte proletaria:

In altre parole: durante la dittatura [del proletariato], della creazione di una nuova cultura, cioè dell’opera di edificazione delle maggiori dimensioni storiche non si può neanche parlare; mentre l’edificazione culturale che, con un’ampiezza senza precedenti, si avrà quando non sarà più necessaria la morsa di ferro della dittatura, non avrà più carattere di classe. Se ne deve trarre la conclusione generale che la cultura proletaria non solo non c’è, ma neppure ci sarà; e non c’è veramente ragione di dolersene; il proletariato ha preso il potere per farla finita con la cultura di classe e aprire la via a una cultura umana. Spesso ce ne dimentichiamo.

L’ideologia di Bogdanov era ammantata di idealismo e meccanicismo. La coscienza umana non può subire mutamenti decisivi finché non si forniscono le masi materiali economiche e sociali per tale cambiamento.

Si noti invece la posizione assolutamente aperta e dinamica del bolscevismo sulle questioni della cultura. La dittatura del proletariato era un regime di transizione che doveva porre le basi per una liberazione effettiva delle potenzialità culturali, artistiche e scientifiche del genere umano, possibile solo in una società senza classi. Una posizione ben diversa dal “dogmatismo” di cui viene tacciato Lenin in diversi passaggi del romanzo.

Il giudizio nei confronti dell’opposizione di sinistra è ancora più sprezzante. Trotskij, Kamenev e Zinov’ev denunciano lo strapotere del partito sui soviet, ma sono stati loro a costruire il partito. Hanno ottenuto esattamente quello per cui hanno lavorato. Trotskij dunque sarebbe il responsabile di un mostro alla Frankenstein che poi ha annientato il suo creatore.

Niente di più lontano della realtà. Il partito bolscevico era un esempio di libero dibattito, in cui spesso si condussero aspre battaglie politiche e lotte di frazione. La repressione e l’espulsione delle minoranze fu introdotta da Stalin. Lenin e Trotskij erano ben coscienti dei pericoli per il neonato Stato operaio se le condizioni di arretratezza e di isolamento fossero perdurate. Tali condizioni non si potevano risolvere con uno sforzo culturale, ma solo tramite l’aiuto della rivoluzione socialista internazionale. La teoria del “socialismo in un paese solo” sviluppata da Stalin era la negazione del marxismo e del pensiero di Lenin. Era stata appositamente creata per garantire il dominio della burocrazia.

La descrizione dell’Opposizione di sinistra è quella di militanti tutto sommato simpatici che perseguono una causa persa, perché basata su premesse sbagliate.

Il risultato tuttavia non era scritto. Un cambiamento della situazione internazionale, come la vittoria del proletariato nella rivoluzione cinese del 1925-27, (proprio negli anni in cui è ambientato Proletkult) avrebbe portato a un ribaltamento dei rapporti di forza anche all’interno dell’Urss. La direzione staliniana del Comintern condusse invece quella rivoluzione alla sconfitta.

Un romanzo naturalmente non è tenuto a seguire le regole di una ricerca storica, ma non può nemmeno sorvolare su alcune verità conclamate, soprattutto se si pone in un ottica antistalinista da sinistra. Il rischio inevitabile è quello di una narrazione azzoppata.

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