28 luglio 2015

Proges – Come perdere una lotta senza sparare un colpo

Quando una cooperativa perde un appalto in favore di un’altra, quella subentrante è obbligata per legge all’assunzione dei lavoratori che sono impiegati in quel cantiere alle stesse condizioni a cui erano assunti prima. Ogni cooperativa però ha la facoltà, con regolamenti interni, di decidere sull’organizzazione del lavoro con differenze anche significative in termini monetari. Vi raccontiamo la storia di trenta lavoratori di una cooperativa, di 4mila soci, la Proges, che ha perso l’appalto con un ente pubblico (l’Azienda territoriale per i servizi alla persona; cioè i servizi sociali di cinque comuni in provincia di Parma, a giunta Pd, gestiti in modo privatistico).
Un bel giorno si scopre informalmente di aver perso l’appalto.

Dopo tre giorni senza notizie ufficiali si organizza un’assemblea fra lavoratori per condividere idee e confrontarsi su che cosa fare; si va dalla Cgil chiedendo di ottenere un accordo che non faccia perdere nulla nel passaggio sottolineando che il regolamento interno non sia quello della nuova cooperativa ma di quella vecchia. A tambur battente si susseguono: l’incontro fra la cooperativa e i trenta per avere la posizione ufficiale; l’incontro sindacale a cui si inviano due delegate di trattativa e un incontro in Cgil per discutere dell’accordo. Alla prima riunione viene ribadito quanto saputo informalmente: la cooperativa ci scarica paventando un licenziamento “perchè non c’è lavoro” (ha un utile di 522mila euro! Fatturato +20%!); alla seconda i nostri delegati vengono lasciati fuori sotto gli occhi dei dirigenti della Cgil che dice “non potevano stare lì perchè non erano iscritte”; all’assemblea sindacale si tenta di far digerire un accordo che prevede… ciò che prevede la legge: i lavoratori vengono assunti; ma nulla si dice sulle differenze rispetto all’organizzazione del lavoro. Ci si sente abbandonati dalla cooperativa e, cosa più grave, da un funzionario sindacale che invece di dire “l’accordo non vi piace? Dai cerchiamo di migliorarlo, promuoviamo qualche iniziativa di lotta”, dice: “l’accordo va bene così, potete non accettarlo ma io lo firmo”. Tredici lavoratori devono firmare subito l’assunzione perché dal giorno dopo vige il nuovo appalto (sui tempi stretti e la mancata proroga sembra si debba ringraziare l’ente pubblico, cioè il Pd), gli altri ad agosto o a settembre… Sapete il finale della storia? I tredici firmano subito con le lacrime agli occhi capendo di perderci e sugli altri pende la spada di una riduzione di orario o un licenziamento se non firmeranno.

Eppure la voglia di lottare c’era, nonostante i tempi; però la direzione della Cgil è pigra, stanca, svogliata; preferisce certo trattare comodamente seduta che andare in strada a protestare con i suoi lavoratori. Ma la storia può anche non finire qui. Il sindacato deve essere messo di fronte al suo compito: difendere i lavoratori e migliorare le loro condizioni di lavoro. Questo si può fare solo se noi lavoratori prendiamo in mano il nostro destino e ci organizziamo. Come sempre il futuro non è stato ancora scritto…

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