28 Settembre 2018

Precaria precarietà (breve cronaca di un ordinario inizio di anno scolastico)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera inviataci da un’insegnante precaria.

Inizio anno scolastico 2018/2019. Chi la vive da anni la conosce bene l’ansia che ti assale quando sta per cominciare un nuovo anno scolastico, soprattutto se sei un precario iscritto nelle graduatorie di III fascia. Non sai se lavorerai, in che scuola e per quante ore. Ogni volta cerchi di riallacciare relazioni con colleghi nuovi in un ambiente diverso e non è sempre semplicissimo.

All’inizio di settembre cominci a guardare spasmodicamente il sito dell’ufficio scolastico provinciale, controlli le email, cominci a telefonare ai colleghi nella tua stessa situazione, qualcuno comincia ad avere le prime convocazioni…

Quest’anno il disagio è aggravato dal fatto che le operazioni di riaggiornamento delle graduatorie, cioè l’inserimento del titolo di specializzazione sul sostegno e di un’altra eventuale specializzazione, si sono concluse il 10 settembre. La conseguenza è che le scuole hanno chiamato autonomamente dalle proprie graduatorie di istituto con contratti a clausola risolutiva o “fino ad avente diritto” cioè dopo l’individuazione di un nuovo avente titolo in seguito alla ripubblicazione delle graduatorie. Insomma, questi contratti potrebbero avere una validità fino ai primi giorni di Ottobre.

Molte materie delle secondarie di primo e di secondo grado e quasi la totalità dei posti di sostegno si trovano in questa situazione con una ripercussione evidente soprattutto sui percorsi di integrazione di chi si trova in una situazione di disabilità.

Io sono stata convocata da una scuola che mi piace molto e sul sostegno, che è il lavoro che amo fare, ma chiaramente in una situazione del genere ci siamo trovati senza avere i ragazzini assegnati da seguire e stiamo cercando di tamponare le situazioni più delicate.

Questa è la scuola pubblica oggi. Una situazione inaccettabile sia per gli studenti che per i tanti docenti o aspiranti tali che vorrebbero una formazione adeguata e un po’ di certezze in più. Ieri mi sono trovata per una mezz’oretta ad aiutare un ragazzino straniero che non conosce ancora l’Italiano. Mentre stava tornando in classe si è voltato e con un bellissimo sorriso mi ha detto: “Grazie!” È grazie a questi “grazie” che, nonostante tutto, andiamo avanti.

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