10 ottobre 2016

Polonia – Lo sciopero delle donne sconfigge il governo conservatore

Il 23 Settembre con 267 deputati favorevoli su 460 il parlamento polaccoha votato a favore di una proposta di legge che azzera nei fatti l’accesso all’aborto. Al contempo è stata cestinata una proposta in direzione opposta, per un più largo accesso a tale diritto. La proposta di legge di iniziativa popolare è stata portata avanti dal movimento fondamentalista cattolico Ordo Iuris e, ovviamente dalla Conferenza episcopale della Polonia, che ha foraggiato la campagna raccogliendo 450.000 firme. Una proposta accolta e sostenuta dal partito di Governo Diritto e Libertà.

L’attuale legge, già sottoposta a discussione nel 2011 e lasciata immutata dal parlamento polacco, è frutto di un compromesso tra Stato e Chiesa ed è in vigore dal 1993. Essa autorizza l’aborto solo in tre casi: stupro o incesto, malformazione del feto, pericolo di vita per la madre.

L’ulteriore restrizione consentirebbe la possibilità di abortire solo in caso di serio pericolo di vita della madre, punendo ogni altro caso con la reclusione fino ai 5 anni sia per le donne che per il personale sanitario. Inoltre è prevista la possibilità di sottoporre a verifica gli aborti spontanei, insomma una nuova inquisizione.

Un progetto di eliminazione totale dell’aborto ha avuto il pieno sostegno della Chiesa già nel 2011 quando la legge, in discussione in parlamento, si confermava come è allo stato attuale. Il Presidente della Conferenza Episcopale della Polonia invocava un cambio di rotta in senso definitivo, perché “quel compromesso malato fosse guarito dal parlamento”, per dirla con le parole dell’arcivescovo di Przemysl: “come si può pensare che un sia un buon compromesso accettare in tre casi l’uccisione di nascituri?”.

Questa crociata è la dimostrazione di un conflitto in campo tra la Chiesa polacca e il Vaticano. Infatti dopo l’annuncio di Papa Francesco “a perdonare il peccato d’aborto”, nel tentativo di risollevare il consenso della Chiesa travolta dagli scandali finanziari e dalla pedofilia, la Conferenza Episcopale polacca, lo scorso aprile, ha risposto con un appello comunicato dai sacerdoti in tutte le Chiese del Paese affinché la politica difendesse la vita fin dal concepimento.

Il Partito Diritto e Libertà

Il partito di maggioranza dell’ex premier Jaros Kaczynsky e della prima ministra Beata Szydlo ha riportato lo scorso Ottobre una vittoria elettorale in assenza di un’alternativa a sinistra nel Paese (con un massiccio sostegno della Chiesa Cattolica). Il Partito Diritto e Libertà, di orientamento conservatore, si è presentato alle masse polacche, impoverite da otto anni di governo liberale, con un programma elettorale aggressivo “di rottura e cambiamento radicale”. La campagna e il programma che ha portato alla vittoria di Diritto e Libertà è reazione mista a populismo ed è caratterizzato da una netta contrarietà all’Unione Europea, una fortissima propaganda contro l’immigrazione e la disoccupazione giovanile nel Paese, la difesa dei valori tradizionali a partire dalla famiglia scagliando una feroce propaganda contro aborto, procreazione assistita e diritti civili, arrivando a proporre il divieto all’insegnamento per le persone di orientamento omosessuale. Allo stesso tempo ha posto molto l’accento e la retorica sulle politiche sociali per il miglioramento del tenore di vita del popolo polacco: case popolari, sanità gratuita, contrarietà all’innalzamento dell’età pensionabile (introdotta dal precedente governo) e un’opera di “pulizia” nel Paese facendo lotta alla corruzione.

La vittoria elettorale dei conservatori non è stata determinata tanto da uno spostamento a destra delle masse quanto da un sentimento e da un desiderio di rottura, che nessuno a sinistra ha saputo offrire. In ultima analisi l’assenza di un partito che rappresentasse le necessità dei lavoratori e dei giovani ha consegnato il paese a Diritto e Libertà. Questo spiega la contraddizione che si vede oggi tra un cospicuo consenso elettorale e una forte indignazione e rabbia per le sue politiche.

A un anno dalla vittoria elettorale il governo ha in programma una nuova legge sui mezzi d’informazione, tv e radio pubblica (dirigenti nominati direttamente dal governo) e della Corte Costituzionale che prevede l’elezione del presidente da parte del governo. La schiacciante vittoria elettorale di Diritto e Libertà ha incoraggiato e dato forza alle forze sociali più conservatrici. Ma non sono mancate le proteste. Da subito l’aria irrespirabile di oltranzismo cattolico, nazionalismo, xenofobia, attacco anche agli elementari principi democratico- borghesi, si è fatta sentire.

Le misure del Governo hanno provocato partecipate mobilitazioni, a larga presenza giovanile. I giovani sono scesi in piazza organizzati e ispirati da un comitato in difesa della democrazia, Kod, attivo in rete, per difendere la libertà di stampa e di informazione, contro ogni forma di censura.

Un'immagine dei cortei del 3 ottobre

Un’immagine dei cortei del 3 ottobre

Anche diverse associazioni femministe hanno da subito accusato il governo, che ha sferrato un colpo netto ai diritti delle donne con un pacchetto di proposte reazionarie. Infatti è stata dichiarata l’intenzione di abolire i sussidi per la fecondazione in vitro ed è stata messa in piedi una campagna per ritirare la firma del precedente governo liberale dalla convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere e la violenza domestica. Il Governo ha inoltre preso provvedimenti contro le scuole che offrivano percorsi e progetti di educazione sessuale aperti agli studenti.

L’atteggiamento del Governo ha inasprito di parecchio lo scontro con l’Unione Europea.

La mobilitazione di questo ottobre non cade dal cielo ma è frutto di una campagna repressiva e provocatoria che fin dai primi giorni di insediamento del governo ha palesato la sua natura: una minaccia alla libertà e ai diritti non solo delle donne, ma della classe operaia e delle giovani generazioni nel suo complesso.

Lo sciopero del 3 Ottobre

La scorsa primavera sono infatti partite le prime proteste con una manifestazione di trentamila donne a marzo e altre iniziative ad aprile. La discussione in Parlamento del 23 Settembre ha riacceso la protesta ad un livello più alto. Il primo ottobre c’è stata la prima mobilitazione significativa e poi lo sciopero del 3 ottobre.

Il 3 ottobre, ribattezzato col nome di “ sciopero delle donne”, centomila donne hanno scioperato in tutte le città del Paese: Varsavia, Danzica, Cracovia, ma anche in città di tradizione rigorosamente religiosa come Czestochowa dove un significativo 60% di lavoratrici ha incrociato le braccia ed è scesa in piazza. La Czarny Protest ha avuto un effetto di sostegno e solidarietà in altre città d’Europa. Le donne polacche, non solo quelle legate direttamente ad organizzazioni femministe, vestite di nero per rimarcare la morte e l’annullamento dei loro diritti si sono messe in gioco in piazza pretendendo il loro diritto all’autodeterminazione ed esprimendo una forte contrarietà al fanatismo del Governo. Questo sciopero ha dimostrato l’enorme potenzialità di cui dispone la classe lavoratrice quando si rende protagonista delle battaglie per difendere bisogni e diritti. Come le donne islandesi nel 1975, in Polonia il 3 ottobre le donne si sono astenute dal lavoro, ma anche dal lavoro domestico e di cura familiare. Lo sciopero, che non ha visto una presenza altrettanto adeguata di giovani e lavoratori in piazza, è stato però sostenuto anche passivamente da altre lavoratrici e lavoratori; anche le donne che non hanno scioperato si sono recate a lavoro vestite di nero per sottolineare la vicinanza alla protesta e molti locali hanno chiuso in segno di solidarietà.

Uno sciopero rabbioso non solo a difesa del diritto di scelta e di assistenza di migliaia di giovani donne, ma anche contro il Governo. Una dimostrazione di forza significativa perché può aprire la strada ad una radicalizzazione dello scontro nel Paese.

La Polonia è un caso isolato?

Secondo il sistema sanitario polacco nel 2014 sono stati 1812 i casi di aborto, ma secondo le organizzazioni femministe migliaia e migliaia di donne ricorrono all’aborto clandestino, mettendo a repentaglio la loro vita oppure vanno all’estero, in tutta solitudine e spesso indebitandosi per sostenere i costi, in Germania, Slovacchia e Repubblica Ceca.

L’aborto clandestino, che non garantisce nemmeno le minime norme igienico- sanitarie, rappresenta una causa di morte importante in Europa e nel Mondo. Sono 43.000 le donne tra i 15 e i 19 anni che, soprattutto nei Pesi più poveri, muoiono di infezioni conseguenti a queste pratiche selvagge. Altrettanto agghiacciante è pensare che per impossibilità di accedere a un’interruzione di gravidanza, 41 milioni di donne nel Mondo sono costrette a portare avanti gravidanze indesiderate.

Il caso polacco non è l’unico in Europa, seppur risulti essere uno dei più restrittivi. Nella Repubblica d’Irlanda, dove l’aborto è punito con 14 anni di reclusione, 25.000 donne lo scorso 24 settembre hanno manifestato contro l’ottavo emendamento della costituzione che equipara i diritti dell’embrione a quelli della madre.

Anche i Paesi che hanno delle leggi che tutelano l’interruzione volontaria di gravidanza sono però soggetti a una forte campagna ideologica della Chiesa e della borghesia e a conseguenti restrizioni, dovute principalmente all’applicabilità concreta di tale diritto. In Paesi come la Francia, l’Italia e perfino la Svezia i movimenti pro-life e l’obiezione di coscienza dei medici (che in Italia raggiunge il 90%) sono un ostacolo importante all’accesso di migliaia di donne all’aborto.

Nel 2013 la stessa Spagna ha lottato contro il Governo Rajoy che mirava a una legge simile a quella polacca, un pericolo sventato dalla forte mobilitazione che fece tornare il Governo sui suoi passi.

Cosa ha rappresentato lo “sciopero delle donne” e quali sono le prospettive?

A 48 ore dalla grande mobilitazione del 3 ottobre i deputati conservatori in commissione parlamentare hanno respinto la proposta di legge, un ripensamento che è un interessante dato politico e segnala un primo tentennamento del Governo da un anno a questa parte, ma non è finita poiché il no alla proposta di legge deve essere ancora approvato dall’assemblea dei deputati. I conservatori di Diritto e Libertà non hanno appreso una lezione di umiltà dalla piazza, come hanno dichiarato, semplicemente intuiscono il livello di rabbia e frustrazione che cova nella società e quanto un allargamento della mobilitazione possa rappresentare un serio pericolo per loro stessi. Altrettanto significativa è stata la forza, la rabbia e la nettezza con le quali le donne sono scese in piazza nel paese di Wojtyla (che definiva l’aborto uno sterminio di innocenti paragonabile a quello compiuto dai nazisti), uno dei paesi simbolo della fede Cattolica, con un apparato ecclesiastico tra i più conservatori d’Europa , dove il 90% della popolazione si definisce religiosa e soprattutto dove un certo tradizionalismo e conservatorismo incombe tra gli strati più arretrati e oppressi della classe lavoratrice .

Lo sciopero delle donne ha segnato un prima vittoria. Questo può dare fiducia e incoraggiare la mobilitazione. Diritto e Libertà è al potere ora, ma non godrà ancora per molto di stabilità politica poiché non potrà risolvere nessuno dei problemi fondamentali dei giovani e lavoratori polacchi, né potrà attuare le riforme sociali che ha sbandierato in campagna elettorale. La lotta per i diritti, anche quelli minimi, in questo contesto si pongono in rottura netta col Governo del Paese e i suoi interessi e non può essere delegata al dibattito parlamentare e ai liberali che nella parole dell’ex premier Ewa Kopacz si fanno paladini, ora, dei diritti delle donne. Solo l’unità dei lavoratori, donne e uomini, e un coinvolgimento di tutte le classi oppresse attraverso gli strumenti della mobilitazione, dello sciopero e della lotta di massa contro la destra e il sistema capitalista può costruire un’alternativa nel paese.

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