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Piazza Fontana e la giustizia impossibile

Milano, 12 dicembre 1969. È un venerdì pomeriggio e la Banca nazionale dell’agricoltura, in Piazza Fontana è piena di gente, soprattutto agricoltori. Alle 16,37 esplode una bomba. Quasi contemporaneamente, anche nel centro di Roma deflagrano tre ordigni. Se nella capitale non producono effetti mortali, a Milano si conteranno 17 morti e 89 feriti.

In tutto il paese la commozione e lo sdegno sono vivissimi. Magistratura e forze dell’ordine si concentrano sulla “pista anarchica”: “È l’opera di estremisti, ma estremisti di sinistra, su questo non possiamo avere dubbi: anarchici, cinesi, operaisti” (la Repubblica, 15 maggio 2022), afferma Luigi Calabresi, vicecapo della questura, incaricato delle indagini. Ne faranno le spese Giuseppe Pinelli, ferroviere, precipitato da una finestra dell’ufficio di Calabresi stesso e Pietro Valpreda, ballerino, accusato di essere l’esecutore materiale della strage, costretto a passare tre anni in carcere e poi assolto per “insufficienza di prove” nel 1985.

L’attentato di Piazza Fontana non è però un fulmine a ciel sereno. A partire da gennaio, si verificano 145 attentati: 12 al mese, uno ogni tre giorni. 96 sono di marca fascista, contro le sedi della sinistra e dell’estrema sinistra o dell’ANPI. Fanno parte di un preciso disegno politico e accompagnano l’ascesa della lotta di classe in Italia, che avrà come momento più alto quello che sarà conosciuto come “Autunno Caldo”. Per tutto l’anno 1969 si susseguono gli scioperi e le manifestazioni operaie, che coinvolgono milioni di lavoratori e poi si saldano e danno nuovo vigore alle lotte studentesche iniziate nel Sessantotto.

La strage di Piazza Fontana si inserisce nella “strategia della tensione”: attraverso una serie di attentati, estrema destra e servizi segreti vogliono fermare il movimento rivoluzionario dei lavoratori e dei giovani. L’intento era quello di creare un clima di incertezza e di caos, volto a giustificare una svolta autoritaria.

Riassumiamo solo gli attentati più tragici, dopo quello di Piazza Fontana:

Gioia Tauro (Reggio Calabria) – 22 luglio 1970. Un treno deraglia dopo l’esplosione di una bomba. 7 morti e 60 feriti.

Peteano (Gorizia) – 31 maggio 1972. Esplode una Fiat 500 imbottita d’esplosivo. 3 carabinieri morti e 2 feriti.

Brescia, Piazza della Loggia – 28 maggio 1974. Durante un comizio sindacale, la deflagrazione di una bomba provoca 8 morti e un centinaio di feriti.

Italicus, 4 agosto 1974 – Sul treno omonimo, nei pressi di San Benedetto Val di Sambro (Bologna) scoppia una bomba. 12 morti e 105 feriti.

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980. Una bomba esplode nella sala d’aspetto. La strage provoca 85 morti e oltre duecento feriti

Dal 1969 al 1975 si contano 4.584 attentati, l’83 percento dei quali di chiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano ben 113 morti, di cui 50 vittime delle stragi e 351 feriti), la protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare sempre più plateale.” (Estratto del decreto di archiviazione del procedimento penale sugli attentati commessi a Savona nel 1974-75, Tribunale di Savona, 1990)

In questo passaggio vengono delineate le caratteristiche principali di quella stagione: le responsabilità della destra neofascista, che esegue gli attentati; dei servizi segreti e dello Stato, che proteggono gli stragisti e depistano le indagini; della magistratura che spesso e volentieri arriva a conclusioni corrette, ma archivia le indagini.

 

La lunga stagione delle stragi

Le vicende processuali di Piazza Fontana sono emblematiche. I processi sono stati ben dieci e sono durati decenni, con depistaggi, fughe all’estero e lunghe latitanze, rinvii, condanne e assoluzioni definitive. Il primo processo inizia nel 1972 a Roma, poi viene trasferito a Catanzaro: è impossibile celebrarlo a Milano “per motivi di ordine pubblico”. Le indagini puntano il dito contro Freda e Ventura, esponenti dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo (ON), e sui servizi segreti.

Gli imputati saranno tutti assolti alla fine degli anni ’80. Nel 1995, un’inchiesta parallela condotta sull’estrema destra dal giudice Guido Salvini, porta a riaprire le indagini su Piazza Fontana. Si svelano nuovi elementi che collegano Ordine Nuovo ai servizi segreti del SID (Servizio Informazioni Difesa) e alla CIA; vengono incriminati Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi, responsabile di ON nel Triveneto, oltre a Freda e Ventura. Delfo Zorzi intanto si è rifugiato in Giappone, ha preso la cittadinanza nipponica ed è divenuto un imprenditore miliardario. Tokyo ne ha sempre negato l’estradizione in Italia. Come spiega Guido Salvini, chiara è “la responsabilità dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia”.

La sentenza di primo grado condanna gli imputati, che sono però assolti in appello e in via definitiva nel 2005. La Cassazione conferma le responsabilità di Freda e Ventura, che però non sono più perseguibili, perché già assolti in via definitiva nel processo di Catanzaro! Per la giustizia borghese, quindi, nessuno è colpevole della strage di Piazza Fontana.

Anche per la strage di Piazza della Loggia l’iter giudiziario è infinito. L’esito è leggermente diverso. Nel 2017 sono condannati in Cassazione i militanti di ON Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, ma ancora una volta non si fa luce sui mandanti e la magistratura assolve gli ufficiali dei servizi segreti imputati.

Tra gli imputati figura anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo nel 1969, tornato nel Movimento Sociale Italiano (MSI) nel 1973. Rauti, incensato oggi all’interno di Fratelli d’Italia (che gli ha dedicato una sede, proprio a Brescia!), è dichiarato dall’accusa “responsabile politico e morale della strage”. Anche lui viene assolto. D’altra parte le ultime indagini rivelano che i fascisti avevano protezioni molto in alto, visto che l’attentato è stato preparato negli uffici del comando NATO di Verona (la Repubblica, 27 gennaio 2022).

I processi per la strage di Bologna, dopo 42 anni, non si sono ancora conclusi. Sono stati condannati in via definitiva i terroristi neri dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Gilberto Cavallini. Grazie al lavoro svolto dall’Associazione dei familiari delle vittime, recenti rivelazioni hanno gettato una luce anche sui mandanti. Licio Gelli, che corrisponde ai NAR 5 milioni di dollari pochi giorni dopo il 2 agosto; il suo vice, l’imprenditore Umberto Ortolani; Umberto Federico D’Amato, direttore dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno negli anni ’70, e Mario Tedeschi, deputato del MSI negli stessi anni: tutti ebbero un ruolo nell’ideare la strage.

La verità però è arrivata tardi: i mandanti sono tutti morti.

 

Gladio, P2 e il “tintinnio di sciabole”

La strategia della tensione è stata discussa e progettata, dunque, da organizzazioni che operavano già da tempo. Nel 1990 viene rivelata dall’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti l’esistenza di un’organizzazione paramilitare, Gladio. È stata creata dalla CIA negli anni ’50, nell’ambito dell’operazione Stay behind ed ha ramificazioni in tutta Europa. Nelle parole di Andreotti è una “struttura di informazione, risposta e salvaguardia” degli interessi americani in Italia, e sarebbe dovuta entrare in funzione nell’eventualità di “un’invasione sovietica” o in quella, più probabile, di un governo delle sinistre, guidato dal Partito Comunista Italiano, allo scopo di impedirlo.

La strage di Peteano è legata a Gladio. Numerose inchieste, nonché le deposizioni di uno degli esecutori, Vinciguerra, hanno ipotizzato che l’esplosivo usato fosse stato prelevato dai depositi dell’organizzazione paramilitare. I successivi depistaggi erano volti a nasconderne la provenienza.

Oltre a Gladio, è esistita in Italia un’altra organizzazione segreta, la loggia massonica P2 (acronimo di “Propaganda 2”), fondata da Pietro Gelli, ed operante tra il 1965 e il 1981, anno in cui sono stati scoperti gli elenchi degli iscritti e la loggia è stata sciolta. Facevano parte della P2 imprenditori (tra cui Berlusconi), 44 parlamentari, 2 ministri, 12 generali dei carabinieri, 5 generali della Guardia di Finanza, 22 generali dell’esercito italiano, 4 dell’aeronautica militare, 8 ammiragli, oltre a magistrati e funzionari pubblici, direttori e funzionari dei servizi segreti, giornalisti. Insomma, uno spaccato della classe dominante della penisola. Uno dei capi del golpe del 1976 in Argentina, Massera, era iscritto alla loggia, mente Gelli possedeva un passaporto diplomatico argentino. In tutto le tessere sono 962, ma la commissione parlamentare sulla P2 è sicura che la lista non fosse completa.

Cosa si propone questa loggia massonica? Attraverso il suo “Piano di rinascita democratica” punta a una svolta autoritaria, con il controllo del governo sul parlamento, la magistratura e i mass media. La P2 finanzia la strage dell’Italicus e, come scritto, quella di Bologna.

La borghesia italiana (e quella occidentale) ha paura, di fronte allo scontro di classe nella società, di perdere il potere. Non si limita a utilizzare i fascisti per piazzare le bombe nelle piazze e nelle stazioni, ma pianifica anche veri e propri colpi di Stato. In Grecia passano all’azione e nel 1967 si instaura la “dittatura dei colonnelli”, per prevenire la vittoria elettorale della sinistra. In Italia, in un paio di occasioni risuona il “tintinnio di sciabole”: nel 1964 il comandante dei carabinieri generale De Lorenzo, poi capo del SIFAR, (i servizi segreti militari), aveva approntato il “Piano Solo”, con lo scopo di porre fine al governo di centro-sinistra, dove per la prima volta era entrato il Partito socialista. Questo piano non verrà mai attuato.

Licio Gelli

Invece il 7 dicembre 1970 inizia a Roma un tentativo vero e proprio di colpo di Stato, l’operazione “Tora Tora”. A dirigerla, il principe Junio Valerio Borghese (già comandante della X MAS ai tempi della Repubblica di Salò) con l’appoggio del Fronte Nazionale, un movimento di estrema destra, e l’utilizzo di 20mila uomini. I bersagli sono i ministeri della difesa e dell’interno, la sede RAI e le centrali telefoniche e telegrafiche. Il piano prevede anche il rapimento del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e l’assassinio del capo della polizia, Angelo Vicari. Sono coinvolti neofascisti come Stefano Delle Chiaie e Licio Gelli avrà un ruolo di primo piano. Nel cuore della notte, a golpe già in fase avanzata d’esecuzione, Borghese annulla l’azione e fugge in Spagna.

Sia detto per inciso: tutti i mancati golpisti coinvolti vengono successivamente assolti dalla magistratura “perché il fatto non sussiste”.

Lo stop è stato probabilmente ordinato dagli USA, che erano a conoscenza del piano. I settori decisivi della borghesia non volevano rischiare uno scontro aperto con la classe operaia: una volta scoperte le intenzioni dei golpisti, si sarebbe potuta scatenare una rivoluzione in Italia.

 

La vera natura dello Stato

La classe dominante ha preferito lavorare ai fianchi la classe lavoratrice, utilizzando da una parte la minaccia dei fascisti e dei servizi segreti e dall’altra la collaborazione della direzione del movimento operaio. Negli anni ’70 il PCI diventa il più entusiasta difensore dello Stato borghese, identificandolo come il baluardo delle conquiste democratiche realizzate dalla classe operaia.

Nella concezione di Berlinguer e compagni, se settori dell’apparato dello Stato erano implicati nelle stragi, erano sicuramente “deviati” e il tutto si sarebbe risolto con “la riforma democratica dello Stato”.

Ciò era molto lontano dalla realtà. L’apparato dello Stato repubblicano era in gran parte quello fascista. Nel 1956 un terzo dei prefetti era di nomina fascista e solo 20 furono epurati dopo il 1945, mentre solo un misero 10% dei magistrati fu messo da parte. La continuità tra lo Stato fascista e quello post-1945 è quindi sostanziale.

Gli stessi servizi segreti sono stati spesso oggetto di grandi riforme, cambiamenti ai vertici e di denominazione, dall’OVRA fascista al SIFAR, poi il SISMI e il SISDE e ora AISI e AISE. La borghesia dimostra grande fantasia, per mantenerne inalterata la struttura.

Inoltre, quello che non può cambiare è la funzione dello Stato, che in una società divisa in classi è quella di difendere gli interessi della classe dominante, nel nostro caso la borghesia. Lo Stato nasce col sorgere della proprietà privata, per difendere chi è proprietario da chi non lo è. Nei momenti di relativa calma sociale, i corpi di uomini armati (polizia, carabinieri, esercito) da cui lo Stato è in ultima analisi costituito, sembrano proteggerci tutti. Ma come vediamo dalla storia degli anni ’60 e ’70, quando il sistema si sente minacciato, l’apparato statale copre o organizza stragi, depista le indagini, assolve i colpevoli. È uno Stato che non si può riformare.

Una reale giustizia e la garanzia che stragi efferate come quella di Piazza Fontana non si ripetano, le possiamo ottenere solo smantellando lo Stato borghese e costruendone gestito e controllato dalla classe lavoratrice. La certezza che le bande fasciste non commettano più orrendi crimini la avremo solo abbattendo il sistema capitalista, che spazzerà via il brodo di cultura che alimenta questa feccia.

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