13 Gennaio 2023 Jorge Martín

Perù – Il movimento di massa degli operai e dei contadini si oppone al golpe capitalista nonostante la repressione brutale

A un mese dal colpo di stato contro il presidente Castillo del 7 dicembre, il nuovo governo illegittimo di Dina Boluarte ha scatenato una brutale repressione della polizia e dell’esercizio per sedare le proteste, causando 45 morti. I lavoratori e i contadini hanno resistito al colpo di stato con manifestazioni di massa, blocchi stradali, scioperi nazionali e regionali e con la formazione di comitati di lotta in tutto il paese, in un movimento che ha il suo epicentro nei dipartimenti meridionali, più poveri e con maggiore presenza indigena. Chi c’è dietro il colpo di stato del 7 dicembre e quali sono le prospettive per il movimento di resistenza di massa?

Pedro Castillo è stato eletto con un piccolo margine al secondo turno delle elezioni presidenziali nel luglio 2021, come candidato del partito Peru Libre (Perù libero), sconfiggendo la demagoga di destra Keiko Fujimori, la figlia del vecchio dittatore Alberto Fujimori, che era la candidata della classe dominante e delle multinazionali minerarie.

La campagna di Castillo, dietro lo slogan “mai più poveri in un paese ricco”, ha catturato l’immaginazione di milioni di lavoratori e contadini, particolarmente nelle regioni più povere del paese, dove la proporzione di indigeni di lingua quechua e aymara è anche più elevata. In alcuni dei distretti minerari, ha ricevuto più dell’80% dei voti. La speranza era che, dopo decenni di politiche capitaliste liberali estreme in favore degli interessi delle grandi multinazionali minerarie, il loro potere e i loro profitti multimiliardari venissero riequilibrati in favore della maggioranza dei peruviani.

Il programma di Castillo prometteva di rinazionalizzare il giacimento di gas di Camisea e di rinegoziare i contratti minerari, che costituiscono la maggior parte delle esportazioni del paese e delle entrate del governo. Il rame e l’oro sono i principali prodotti minerari del paese, i cui contratti sono nelle mani di una manciata di multinazionali con base negli Usa, nel Regno Unito, in Cina e in Messico.

Castillo minacciava che, se le multinazionali non avessero accettato di rinegoziare i contratti, sarebbero state nazionalizzate. Questo ovviamente ha fatto suonare le campane di allarme tra l’oligarchia capitalista peruviana e le multinazionali, un gruppo compatto di 17 grandi aziende che controllano l’economia del paese, i mass media, lo stato e i principali partiti politici. Nonostante una campagna di menzogne, calunnie e manipolazione, Castillo è riuscito a vincere le elezioni, il cui risultato è stato contestato per settimane dai sostenitori della Fujimori.

Concessioni sotto pressione

Il programma di Peru Libre, che Castillo difendeva, conteneva una contraddizione. Nonostante il partito si dichiarasse “marxista, leninista e mariateguista”, la sua piattaforma non era una piattaforma socialista basata sull’espropriazione dei mezzi di produzione al fine di utilizzarli in un piano democratico di produzione sotto il controllo dei lavoratori. Al contrario, parlava di una vaga e indefinita “economia dei popoli con i mercati”, appellandosi alla borghesia nazionale per collaborare a beneficio della maggioranza. Questo è completamente utopistico. La classe capitalista è interessata solo a massimizzare i profitti. Qualsiasi singolo capitalista che intraprendesse un altro cammino verrebbe immediatamente estromesso dagli affari da parte dai suoi concorrenti.

In un paese come il Perù, oltretutto, la borghesia locale è legata e subordinata agli interessi multinazionali dell’imperialismo straniero con mille fili. In realtà, sono le multinazionali minerarie che governano il paese, in collaborazione con gli agenti locali dell’oligarchia capitalista.

Una volta eletto, Castillo si è trovato davanti una situazione molto complicata, con un parlamento ostile del quale controllava una piccola minoranza. In quel momento, avvertimmo che egli avrebbe avuto due opzioni: o basarsi sulla mobilitazione di massa dei lavoratori e dei contadini nelle strade per colpire la classe dominante e le multinazionali, oppure restare intrappolato in un rapporto di forza altamente sfavorevole all’interno delle istituzioni borghesi e trovarsi costretto a fare concessioni all’oligarchia capitalista.

Fin dall’inizio, egli ha scelto la seconda opzione: concessioni e arretramenti dal suo programma. Ha cacciato il suo ministro degli esteri, Bejar, quando questi ha irritato le alte gerarchie militari tramite dichiarazioni in cui faceva riferimento al ruolo che esse avevano giocato durante la guerra sporca contro la guerriglia di Sendero Luminoso. E ha cacciato il suo primo ministro, Bellido, quando lo si è ritenuto troppo radicale per l’élite capitalista. Anche il ministro del lavoro, che aveva osato proporre una legge contro il lavoro somministrato (una delle piaghe principali della classe lavoratrice peruviana negli ultimi tre decenni), è stato rimosso.

Dopo aver promesso di aumentare le tasse alle aziende minerarie, ha poi abbandonato l’idea, dietro pressioni. In una visita negli Stati Uniti, ha rassicurato le multinazionali straniere che i loro investimenti sarebbero stati al sicuro. In una dimostrazione pubblica della sua abiura di qualsivoglia connotato radicale, ha anche rotto con Peru Libre, il che ha ulteriormente ridotto il peso del suo gruppo parlamentare, adesso spaccato in due. L’idea di un’Assemblea Costituente per riscrivere la Costituzione, che risale alla dittatura di Fujimori, è stata lasciata cadere di fronte all’assenza di un appoggio parlamentare per qualsiasi mossa in quella direzione.

Tuttavia, come sempre, ogni concessione fatta veniva vista dai ricchi e dai potenti come un segno di debolezza e passavano così a chiedere ulteriori concessioni. Allo stesso tempo, ogni concessione aveva l’effetto di indebolire la base di appoggio a Castillo. La campagna di attacchi attraverso i media, con mozioni di sfiducia in parlamento, accuse infondate di corruzione e nepotismo continuavano indisturbate.

Nondimeno, la classe dominante non si è mai riconciliata con Castillo. I lavoratori e i poveri che avevano votato per lui lo vedevano ancora come uno dei loro e diventavano più audaci nelle loro rivendicazioni. Le comunità locali interrompevano le operazioni minerarie, rivendicando una parte dei profitti. Un articolo di Reuters del luglio 2022 si intitolava “I dirigenti delle miniere del Perù ‘perdono fiducia’ nel governo nonostante la svolta moderata”, il che riassumeva la situazione.

Castillo era stato eletto per la forza del suo programma e anche per le sue origini – quelle di un insegnante sindacalista che aveva guidato un movimento nazionale di successo, che aveva anche radici nel movimento delle ronde contadine dei ronderos. L’oligarchia razzista peruviana non poteva digerire l’idea che un uomo proveniente dalla maggioranza dei lavoratori e dei poveri occupasse la carica più alta del paese. Nonostante le sue concessioni e adattamenti, doveva andarsene.

Il colpo di stato ha inizio

Il 7 dicembre veniva consumato il colpo di stato. Castillo veniva messo di fronte, per la terza volta, a una mozione di sfiducia in parlamento, sotto l’accusa buona per tutte le stagioni di “incapacità morale permanente”, per la quale non è richiesta alcuna vera prova di malefatte. Per prevenire la mossa, egli fece una trasmissione nazionale, nella quale annunciava lo scioglimento del parlamento, che aveva costantemente bloccato le sue iniziative e annunciava nuove elezioni nell’arco di quattro mesi. Annunciò anche la convocazione imminente di un’Assemblea Costituente. Questo rientrava nei suoi poteri, ma portò immediatamente a una reazione da parte di tutti i poteri dello stato capitalista. I suoi stessi ministri lo abbandonavano, il procuratore dello stato emise un mandato di arresto contro di lui, i media capitalisti strillavano come avesse effettuato un colpo di stato. Alla fine della giornata, era in arresto, il parlamento aveva votato per la sua rimozione e un nuovo presidente illegittimo veniva messo al suo posto, la sua deputata Dina Boluarte.

La golpista Dina Boluarte

Dietro questo golpe “costituzionale” c’era l’organizzazione padronale CONFIEP, i mass media, tutti i rami dell’apparato statale, le multinazionali minerarie e ovviamente, l’ambasciata americana, che si affrettò a riconoscere il nuovo governo illegittimo.

La presidenza di Castillo solleva in maniera netta la questione dei limiti dei cosiddetti “governi progressisti” in America Latina. Qualsiasi tentativo di intromettersi negli interessi della classe dominante e delle potenti multinazionali, che stanno saccheggiando le risorse di questi paesi, si scontrerà con un’implacabile campagna di destabilizzazione.

L’oligarchia capitalista impiegherà tutti i mezzi a sua disposizione per difendere i propri interessi. Attaccheranno ogni presidente che li minacci, quanto moderato egli o il suo programma possano essere – fino a includere la rimozione dal potere. Per loro, la democrazia borghese è uno strumento che è utile solo finché i risultati che produce garantiscono i loro profitti privati, la loro ricchezza e il loro potere.

Quello che non avevano messo in conto era la reazione delle masse dei lavoratori e dei contadini. Per questi ultimi, la questione era chiara: il presidente che essi avevano eletto, Castillo, uno dei loro, era stato rimosso dall’oligarchia capitalista. Questo non poteva essere permesso, era un attacco ai loro diritti democratici e alle loro aspirazioni. Un movimento di massa ha preso piede, con blocchi stradali, manifestazioni enormi e proteste in tutto il paese.

Il movimento cresceva di intensità, con i manifestanti che occupavano gli aeroporti regionali e in alcuni casi devastavano gli uffici giudiziari e della procura. Il presidente illegittimo ha temuto di perdere il controllo della situazione e ha reagito usando una repressione brutale. Di fronte alla convocazione di uno sciopero generale nazionale ha imposto il coprifuoco in numerosi dipartimenti meridionali, dove le proteste erano più intense. Alla fine, ha inviato l’esercito contro i manifestanti.

A Ayacucho, le masse hanno sfidato l’esercito e, facendosi strada attraverso i cordoni di soldati armati con armi da guerra, hanno marciato dentro il centro cittadino. Il bilancio dei morti è velocemente salito a circa 20 civili disarmati uccisi dall’esercito e dalla polizia. A Castillo veniva prorogato l’arresto per 18 mesi, più tempo di quanto gli sia stato concesso di rivestire la sua carica di presidente.

Quali sono le prossime mosse per i lavoratori e i contadini?

La repressione e l’arrivo del Natale ha imposto una pausa al movimento. Questo è stato utilizzato per discutere la strategia e rafforzare la sua organizzazione. Una riunione dei rappresentanti delle organizzazioni operaie e contadine dai dipartimenti meridionali ha deciso di convocare uno sciopero generale in tutta la regione e la creazione di comitati di sciopero unificati. La riunione ha fatto appello al movimento a espandersi nel resto del paese e ha annunciato una “marcha de los 4 suyos” – una marcia a Lima con lo stesso nome della grande marcia nazionale che nel 2000 rovesciò Fujimori.

Il movimento di sciopero, dotato di nuovo vigore, si è scontrato con una repressione statale brutale, che si è servita dei poteri dello stato di emergenza, tuttora in vigore. Il 9 gennaio ha visto un altro massacro, questa volta a Juliaca, nel dipartimento di Puno, dove la polizia ha aperto fuoco sui manifestanti aymara che si erano riuniti dai distretti rurali, uccidendo almeno 18 persone, incluso un minore e un giovane medico che stava aiutando le vittime.

Le rivendicazioni del movimento sono chiare: Libertà per Castillo, lo scioglimento del parlamento corrotto e golpista, la destituzione della “presidente” assassina Boluarte, nuove elezioni e una assemblea costituente.

Queste sono rivendicazioni democratiche basilari contro il colpo di stato. Ma i lavoratori e i contadini già comprendono che nuove elezioni, in sé e per sé, non risolverebbero il problema. L’intero sistema politico è marcio fino al midollo e prono agli interessi della classe dominante.

In effetti, quello che il movimento di resistenza di massa ha posto sul tavolo è “chi governa il paese – è la maggioranza della classe lavoratrice, degli operai, dei contadini, degli studenti, delle donne, degli indigeni, o è la classe non-eletta e autarchica dell’oligarchia capitalista, dell’esercito, dei padroni dei mass media e delle multinazionali minerarie?”.

La questione dell’Assemblea Costituente, agli occhi delle masse dei lavoratori e dei contadini, rappresenta precisamente questo, una riorganizzazione radicale del potere politico a una possibilità per la maggioranza lavoratrice di imporre le proprie regole. Tuttavia, dobbiamo avvertire che un’Assemblea Costituente, che è una riforma delle strutture politiche, non risolverebbe i problemi fondamentali che colpiscono i lavoratori e i contadini in Perù.

Molti altri paesi della regione hanno avuto assemblee costituenti nel recente passato, incluse Bolivia e Ecuador, e la classe dominante di questi paesi mantiene ancora il suo potere economico intatto. A un certo punto, se il movimento è abbastanza forte e minaccia di spazzare via la classe dominante nella sua interezza, un’Assemblea Costituente di una qualche sorta potrebbe essere concessa, per dirottare il movimento insurrezionale delle masse lungo i più sicuri canali costituzionali borghesi. Questo è esattamente quello che è successo in Cile con risultati disastrosi. L’Assemblea Costituente del 2006 in Bolivia ha giocato lo stesso ruolo, offrendo una via d’uscita costituzionale al movimento rivoluzionario del 2005 durante le guerre del gas.

Lottando per le rivendicazioni democratiche, i marxisti rivoluzionari sottolineano la necessità di affrontare la questione di chi controlla l’economia e le risorse del paese. Questo significa non solo cambiare la costituzione di Fujimori, ma espropriare veramente i 17 gruppi che controllano l’economia del paese così come le multinazionali minerarie. Solo mettendo la ricchezza del paese nelle mani del popolo lavoratore lo slogan “mai più poveri in un paese ricco” può essere messo in pratica.

Affinché il movimento risulti vittorioso, lo sciopero generale deve essere esteso a livello nazionale. I compagni della TMI in Perù stanno facendo appello a una Assemblea Nazionale Rivoluzionaria dei Lavoratori e dei Contadini, con delegati eletti con il diritto di revoca da ogni posto di lavoro, quartiere operaio e comunità rurale per prendere le redini del paese. Gli accordi presi alla riunione dei rappresentanti operai e contadini del sud vanno nella giusta direzione. Le masse hanno risposto in maniera eroica nonostante la repressione omicida.

È dovere del movimento operaio internazionale organizzare la solidarietà con l’eroica resistenza dei lavoratori e contadini peruviani, che è una fonte di ispirazione per noi tutti.

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