22 Dicembre 2022 Jorge Martín (www.marxist.com)

Perù: la farsa delle elezioni anticipate non risolve nulla

La montagna ha partorito un topolino. Ieri il Congresso peruviano è tornato a prendere in considerazione la questione delle elezioni anticipate, opzione che aveva respinto venerdì scorso. Quando Dina Boluarte ha preso illegittimamente il posto del presidente Castillo, ha annunciato che sarebbe rimasta in carica fino al 2026, ma ora ciò è diventato insostenibile. È evidente che una parte della classe dominante peruviana ha capito che deve riformare il sistema politico per cercare di placare l’enorme ondata di indignazione scatenata dal golpe parlamentare contro il presidente Castillo il 7 dicembre.

La brutale repressione, che ha già provocato quasi 30 morti, lo stato di emergenza, l’esercito nelle strade, il coprifuoco, ecc. non sono di per sé in grado di garantire il ritorno alla stabilità borghese. Da qui la necessità di nuove elezioni per dare una parvenza di legittimità a questo regime illegittimo.

Tuttavia, il carattere estremamente frammentato del sistema politico peruviano ha alla fine vanificato il progetto di anticipare le elezioni al 2023. Dopo ore di deliberazioni e di diverse proposte, il Congresso peruviano ha votato (con l’opposizione di Perú Libre e di metà del Bloque Magisterial) per anticipare le elezioni… all’aprile 2024!

Inoltre, la decisione, che utilizza la modalità di un emendamento costituzionale, deve essere ulteriormente ratificata in una nuova sessione parlamentare nel febbraio 2023.

Quella che doveva essere una manovra per placare il movimento insurrezionale di operai e contadini contro l’intero regime, si è trasformata in una farsa che non piacerà a nessuno.

L’11 dicembre, un editoriale del Financial Times (l’autorevole organo dell’imperialismo britannico, che ovviamente si preoccupa del Perù in quanto Paese ricco di risorse minerarie) chiedeva correttamente un’ampia riforma politica, compresa la riforma della Costituzione, come unico modo per garantire la stabilità dell’ordine capitalista nel Paese (e quindi la stabilità degli interessi delle multinazionali minerarie):

“Il progresso è improbabile senza una riforma politica di vasta portata. Il Perù è gravato da una costituzione autoritaria redatta da Alberto Fujimori, un presidente che negli anni ’90 ha chiuso il Congresso e governato per decreto. Il parlamento unicamerale di 130 membri può essere sciolto dal presidente se rifiuta per due volte la nomina di quest’ultimo di un primo ministro.

“I partiti politici sono proliferati grazie a un sistema di rappresentanza proporzionale mal concepito, creando un congresso altamente frammentato in cui il presidente deve costantemente trattare su tutto. Una legge arcaica, mai definita correttamente, consente ai legislatori di deporre un presidente per “incapacità morale” – l’uso delle maniere forti per estorcere concessioni.

“La maggior parte dei partiti sono poco più che veicoli per l’ambizione personale dei loro leader o per la promozione di gruppi di interesse particolari. Non sorprende che i sondaggi mostrino che la maggior parte dei peruviani disprezza l’intera classe politica. Tutto ciò rende ancor più degno di nota il fatto che il Perù sia sopravvissuto a molteplici crisi politiche nell’ultimo decennio mantenendo intatta la sua democrazia. È improbabile che questa fortuna duri, nonostante l’insensibilità degli investitori.

“Il Congresso e il nuovo presidente devono urgentemente incontrarsi e concordare un pacchetto di riforme politiche per porre il Paese su una solida base istituzionale che consenta di affrontare i suoi profondi problemi sociali. Altrimenti un futuro tentativo di colpo di Stato potrebbe avere successo”.

Ma sembra che i rappresentanti politici della classe dominante nel Congresso peruviano siano incapaci di ascoltare le voci ragionevoli che espongono gli interessi generali della loro classe.

Tutte le istituzioni del regime democratico borghese sono estremamente screditate, e a ragione. Secondo un sondaggio dell’IEP per La República, l’83% della popolazione è favorevole ad elezioni anticipate, il 71% non è d’accordo con l’assunzione della presidenza da parte di Dina Boluarte e l’80% è insoddisfatto “del funzionamento della democrazia” in generale.

Il sondaggio dell’IEP è interessante anche per quanto riguarda il livello di approvazione del tentativo di Castillo di chiudere il Congresso. In generale, il 53% è contrario, ma un significativo 44% è favorevole. In base ai gruppi socio-economici, i più ricchi (A/B) sono massicciamente contrari (69%), ma i più poveri (D/E) sono favorevoli (52%). Il divario di classe si sovrappone a quello regionale, con il “Perù rurale” favorevole (52%) e la “Lima metropolitana” contraria (63%). Per quanto riguarda le regioni, la macrozona meridionale è favorevole (58%), così come la macrozona centrale (54%).

Secondo un altro sondaggio di IPSOS Perù, il 62% della popolazione vuole elezioni anticipate con una riforma politica ed elettorale.

Quando le masse di operai, contadini e studenti nelle strade di Arequipa, Ayacucho, Apurímac, La Libertad, ecc. gridano “sciogliere il Congresso”, non intendono “sciogliere il Congresso tra 16 mesi in modo che le stesse persone possano essere elette di nuovo”.

Nel momento in cui i lavoratori nelle strade chiedono “cacciateli tutti, sciogliete il Congresso corrotto”, il Congresso ha deciso che si scioglierà… tra un anno e mezzo!

La decisione di quel covo di ladri noto come Congresso non avrà l’effetto desiderato di placare i lavoratori nelle piazze. Il suo effetto sarà ancora più limitato ora che la lotta ha provocato quasi 30 morti, uccisi dall’esercito e dalla polizia.

È ovvio che negli ultimi giorni la forza del movimento è diminuita come conseguenza della brutale repressione, ma anche per l’assenza di una direzione chiara del movimento. Tuttavia, il movimento non è finito..

In alcune zone continuano i blocchi stradali, i lavoratori del gas di Camisea minacciano di adottare “le misure più radicali”, migliaia di persone marciano a Cusco dalle zone rurali e né il Congresso né l’usurpatrice Dina Boluarte hanno riacquistato un briciolo di legittimità, anzi.

È più che mai urgente dare al movimento una struttura organica, unendo tutti i settori e le organizzazioni in lotta: sia quelle già esistenti che quelle emerse negli ultimi giorni; sindacati, organizzazioni contadine e agrarie, federazioni studentesche, ronde campesine, comandi unitari di lotta e fronti di difesa regionali in una grande Assemblea Rivoluzionaria Nazionale dei Lavoratori e dei Contadini, per fornire una direzione alla lotta e porsi il compito di prendere le redini del Paese.

Cacciamoli tutti – che governi il popolo lavoratore!

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