19 luglio 2016

Per la centralità della classe operaia nella lotta al capitalismo

Un appello in vista del G8 di Genova 2001

Quindici anni fa, in vista della mobilitazione contro il G8, pubblicammo questo appello che, letto oggi, crediamo confermi tutta la sua validità.

 

Nel prossimo luglio si terrà a Genova il vertice dei G8. Come Seattle, Praga, Nizza e Genova sarà un appuntamento importante per tutti coloro che intendono manifestare la propria opposizione allo “stato delle cose”.

Ereditiamo dal secolo che si è chiuso alle nostre spalle una concentrazione delle ricchezze in poche mani che non ha precedenti nella storia del capitalismo. Di converso cresce la massa della miseria, dell’oppressione, della schiavitù, del degrado, dello sfruttamento.

Le politiche liberiste inaugurate da Reagan e dalla Thatcher, che si sono diffuse in tutto il mondo nell’arco degli anni ’90, hanno inflitto un colpo durissimo al livello e alla qualità di vita dei lavoratori occidentali per non parlare di quelli del cosiddetto Terzo mondo.

Questa offensiva capitalistica è stata possibile per un concatenarsi di fattori:

1) La sconfitta dei movimenti anticapitalisti degli anni ’70, con la responsabilità determinante dei gruppi dirigenti dei partiti operai e dei sindacati e il conseguente riflusso che ne è seguito.

2) La crisi dello stalinismo, il crollo dell’Urss e la restaurazione capitalista nei paesi dell’Est che ha depresso la lotta di classe, paralizzando le organizzazioni storiche del movimento operaio, particolarmente quelle di matrice comunista.

3) La relativa stabilizzazione del capitalismo che si è giovato dell’apertura di nuovi mercati ad Est mitigando gli effetti della stagnazione prolungata iniziata nel ’73 -’74.

4) Un indebolimento progressivo della classe operaia che, abbandonata dalle proprie organizzazioni storiche, ha subito una riconversione industriale senza precedenti (esternalizzazioni, precarizzazione, ristrutturazioni) con l’espulsione indiscriminata dei migliori attivisti dai luoghi di lavoro.

5) Le politiche dei governi socialdemocratici europei, in certi casi con il sostegno dei partiti comunisti, e la collaborazione degli apparati sindacali, che hanno permesso alla borghesia di colpire le principali conquiste che i lavoratori ereditavano dagli anni ’70, provocando un clima di delusione e demoralizzazione nel movimento operaio che si è sentito tradito dai propri “dirigenti” storici.

Così negli ultimi vent’anni si è assistito in linea generale a un riflusso della classe operaia e a un crollo degli scioperi e della partecipazione politica e sindacale.

Iniziano tuttavia a intravvedersi i primi segnali di inversione: in America Latina, il nuovo millennio è stato inaugurato da una rivoluzione in Ecuador, da situazioni insurrezionali in Bolivia e Argentina e da una ripresa delle mobilitazioni in Brasile, Messico, Venezuela e Colombia.

Un processo simile è in corso in Asia, dopo la rivoluzione indonesiana che ha rovesciato il dittatore Suharto, ci sono state le lotte degli operai coreani e cinesi e quelle contro la globalizzazione capitalistica e i piani di aggiustamento strutturale del Fmi in Thailandia, India e Filippine.

Segnali di ripresa arrivano anche dall’Africa, particolarmente in Nigeria e Sudafrica e dal Medio Oriente.

Per quanto riguarda i paesi capitalisti avanzati c’è una ripresa delle mobilitazioni negli Usa con una serie di dure vertenze sindacali (Verizon, Ups, General Motors, ecc.) vinte dai lavoratori.

La situazione più arretrata è forse quella europea, con la parziale eccezione della Francia, anche se appaiono i primi segnali di reazione operaia alle politiche arroganti del grande capitale (si pensi alle lotte della Fiat in questi giorni, allo sciopero generale in Danimarca, alla lotta dei postali e degli autotrasportatori in Inghilterra, a quella dei telefonici in Spagna, alle manifestazioni politiche in Turchia).

Il “disgelo” in Europa è solo ai suoi inizi anche se gli attacchi continui al tenore di vita, il clima di insicurezza che si respira nella società e nei luoghi di lavoro inevitabilmente spingerà anche i lavoratori europei sul piede di guerra.

La globalizzazione del capitale avrà così l’effetto di globalizzare la lotta di classe.

Il movimento nato a Seattle può rappresentare un lievito importante in questa prospettiva; oltre a palesare l’iniquità del sistema capitalista, può fare breccia, contribuendo a rompere l’inerzia che frena il movimento operaio.

La gabbia delle burocrazie sindacali, che da difensori del mondo del lavoro si sono trasformate sempre più in artefici e gestori della liberalizzazione capitalista, mostra già le sue prime incrinature.

A Genova tra il 20 e il 22 luglio ci sarà una grande manifestazione in concomitanza con il G8, a quella manifestazione i sottoscrittori di questo appello aderiscono in modo convinto, ci saremo dando il nostro contributo di presenza e di proposta politica.

La nostra presenza si propone però di evidenziare un limite fin qui registrato. Parafrasando la massima di Marx facciamo notare ai compagni e alle compagne del movimento anti-globalizzazione che “non basta criticare il mondo, il compito dei rivoluzionari è quello di cambiarlo”.

Il movimento, che al proprio interno ha un carattere plurale, ha visto fino ad oggi prevalere quelle concezioni che svicolano da questa questione e così facendo non offrono una prospettiva, uno sbocco politico alla contestazione.

In generale c’è una sottovalutazione del ruolo della classe lavoratrice, che invece di essere integrata, residuale, scomposta e frammentata ha oggi un ruolo ancor più centrale in un vero progetto di trasformazione della società.

Quando un intellettuale fortemente impegnato in questo movimento come Revelli dice che è superato il paradigma novecentesco e che bisogna individuare i nuovi luoghi, gli spazi e gli strumenti del conflitto nel terzo settore, nell’economia sociale (individuati come organismi di contropotere), e si sforza di “superare” la lotta di classe opponendogli una generica lotta della società civile, con proposte come quelle dello sciopero di cittadinanza, ci pare vada decisamente fuori strada.

Come dimostra l’evidenza, il terzo settore si sta convertendo in una nuova forma di sfruttamento, non a caso gran parte delle Onlus e delle aziende del cosiddetto mercato sociale hanno sostenuto la legge Bassanini e “il principio di sussidiarietà”, vero e proprio grimaldello attraverso cui passa lo smantellamento dello stato sociale.

Inoltre quando si parla di sciopero di cittadinanza ricordiamo che cittadini lo siamo tutti: ci rivolgiamo ai cittadini banchieri, agli speculatori, ai finanzieri, ai padroni oppure ai lavoratori dipendenti, ai giovani proletari, ai pensionati, le casalinghe, i disoccupati, le classi subalterne che rappresentano la grande maggioranza della società?

Oggi i lavoratori dipendenti non solo non vanno scomparendo come qualcuno sostiene, ma sono una classe numericamente in forte ascesa: i proletari nel mondo sono oltre due miliardi, i lavoratori più “classici” del settore industriale sono passati da 397 milioni nel 1980 a 520 milioni nel 1995.

Questa crescita negli ultimi vent’anni è stata particolarmente significativa in alcune zone del vecchio mondo coloniale (particolarmente Asia e America Latina) dove non a caso oggi vediamo svilupparsi i movimenti più radicali della classe operaia, ma anche in Occidente, il proletariato sta crescendo in termini numerici.

L’esperienza storica del ’900 ha dimostrato che sempre e soltanto nei momenti di ascesa del movimento operaio si assiste a una generalizzazione delle lotte e a un avanzamento dei diritti generali della popolazione, o se si preferisce della cittadinanza. Viceversa quando il proletariato è sulla difensiva c’è un arretramento in tutti i campi e un declino generale della civiltà umana.

È impensabile che attraverso atti di disobbedienza civile o di azione diretta di qualche “tuta bianca” si possa scalfire minimamente il controllo delle classi dominanti sulla società, queste azioni al limite possono giocare un ruolo ausiliario sempre che non entrino in collisione con la prospettiva della mobilitazione di massa.

Per inceppare i meccanismi capitalistici ci vuole ben altro. Poniamo la questione del ruolo indispensabile della classe lavoratrice in qualsiasi progetto di trasformazione sociale, non per una questione “morale” ma per il ruolo decisivo che oggi, più ancora che in passato, il proletariato gioca nel processo produttivo su scala internazionale.

Solo attraverso i metodi di lotta di questa classe (lo sciopero), i suoi strumenti tradizionali (l’organizzazione in partiti e sindacati di massa), le forme di democrazia dal basso che storicamente si è data (i consigli operai), si può battere il sistema.

Se i partiti e i sindacati tradizionali dei lavoratori non sono oggi strumenti utilizzabili a tal fine si tratta di cambiarli lottando contro le burocrazie, ma non abbandonando quanto di buono c’è nella tradizione di lotta del movimento operaio.

A meno che non ci si illuda che si possa combattere il mercato e i suoi organismi (Fmi, Banca mondiale, Wto, Ocse, ecc.) contrapponendogli forme di produzione extramercantili, che non sono mai esistite e che mai esisteranno nel capitalismo, come dimostra l’esperienza negativa del movimento cooperativo e più di recente quella del Terzo settore.

Il nostro è dunque un appello, che proponiamo come militanti politici, sindacali di diverse strutture. La manifestazione di Genova, come le tante che da Seattle, a Praga, a Nizza, l’hanno preceduta, può e deve diventare una manifestazione di massa di opposizione al capitale, alle sue istituzioni e alla sua politica. È necessario parteciparvi, ma la partecipazione pura e semplice non basta.

Intendiamo quindi impegnarci in due direzioni, e fare appello a tutti coloro che si riconoscano negli argomenti che qui abbiamo proposto, in base a un punto discriminante decisivo: la riproposizione del ruolo centrale della classe operaia e la lotta contro la società capitalista in tutte le sue varianti.

1) Nelle organizzazioni nelle quali militiamo, e in primo luogo nel Prc e nelle organizzazioni sindacali, affinché si mobilitino per la manifestazione di Genova (ponendo anche la questione dello sciopero, sia come forma di protesta contro il G8, sia come mezzo per garantire una maggiore partecipazione dei lavoratori alla manifestazione), perché si apra al loro interno una discussione a tutto campo sulla crisi di questa società e sulle alternative possibili.

2) Nel movimento antiglobalizzazione, affinché le sue strutture si orientino sistematicamente in primo luogo ai lavoratori e alle loro organizzazioni, assumendo un programma rivoluzionario di trasformazione sociale.

Ci impegneremo a costruire comitati che lavorino in questa direzione, e facciamo appello a tutti coloro che condividono queste posizioni a farlo assieme a noi.

La lotta alla globalizzazione non può non mettere in discussione il sistema capitalista che la genera, non è possibile costruire alcuna società “altra” o alternativa fino a quando il potere economico e politico si concentra nelle mani di un pugno di multinazionali.

La questione resta quella di sempre, la necessità della rottura rivoluzionaria e della conquista del potere da parte degli oppressi.

I lavoratori sono la classe fondamentale in questo processo, l’unica che dotata di un programma adeguato può dirigere un processo di mobilitazione teso ad espropriare le multinazionali e mettere la società sotto il controllo democratico delle classi subalterne nel quadro di una democrazia partecipata e consiliare e di una gestione collettiva della produzione e dell’economia.

Solo su questa base potremo mettere la parola fine sulla gran quantità di problemi che affliggono l’umanità, dalla guerra, alla fame nel mondo, alla distruzione dell’ecosistema, fino ad arrivare alla qualità dei cibi sulle nostre tavole.

Movimenti con caratteristiche simili a quello nato contro la globalizzazione in passato hanno anticipato esplosioni rivoluzionarie di proporzioni colossali, che andavano maturando sotto la superficie.

La molla è sempre più carica, spetta ai rivoluzionari cogliere questa sfida preparandoci ad orientare il processo nella giusta direzione, per la liberazione definitiva dell’umanità dal giogo del capitalismo e della globalizzazione.

Articoli correlati

La Conferenza di Zimmerwald – L’inversione di tendenza

Il 5 settembre 1915 un piccolo gruppo di socialisti di varie nazionalità si riunì riuniti nel piccolo villaggio svizzero di Zimmerwald, nel primo tentativo di unire tutti quei socialisti che

Trieste – No al divieto dei simboli partigiani il Primo maggio!

Trieste fu liberata il 1° maggio 1945 dai partigiani sloveni, croati, serbi e italiani inquadrati nell’Esercito Popolare della Jugoslavia. Si vuole cancellare, e non da oggi, questa verità storica.

Senzachiederepermesso, di Pietro Perotti

Senzachiederepermesso è il film documentario di Pietro Perotti che ripercorre il lungo ciclo di lotte operaie in FIAT che dalla fine degli anni sessanta giunge fino al drammatico autunno del 1980.

Le foibe e la lotta partigiana: la vera storia

Con una legge del 2004 è stato istituito il 10 febbraio come “giorno del ricordo”, in commemorazione delle cosiddette vittime delle foibe. Abbiamo pubblicato sulla nostro sito teorico marxismo.net alcuni articoli che hanno la funzione di valido antidoto ad un revisionismo che manca di qualsiasi credibile fonte storica.

Primo maggio 1945, chi ha liberato Trieste?

L’esercito partigiano di Tito il Primo maggio del 1945, liberò o occupò Trieste? Sulla risposta a questa domanda, dopo 70 anni, a Trieste si sta giocando una partita che più

Per non dimenticare: quando erano gli italiani ad emigrare

“Gli immigrati si prendono il lavoro e le case, mentre gli italiani non hanno nulla! Il governo dovrebbe pensare prima agli italiani.” Quante volte sentiamo queste frasi, sbandierate da televisione e stampa, soprattutto da quella più bieca, e dai demagoghi di destra? Quelli che diffondono queste idee però non spiegano che, immigrati o no, il governo non aiuterà gli italiani, e che l’innalzamento dell’età pensionabile e i tagli al welfare non avvengono per colpa degli immigrati. La disoccupazione e la povertà non sono un prodotto dell’immigrazione; la verità è che la borghesia italiana ha per anni “importato” nel paese la forza lavoro a buon mercato per trarne vantaggio, allo stesso modo in cui, in passato, la esportava, creando grande fonte di reddito per lo Stato italiano.