3 Marzo 2021 Alice Genco

Per essere belle chi deve soffrire? – Una testimonianza sullo sfruttamento delle lavoratrici nel settore cosmetico

Dopo la crisi del 2008, il cremasco, zona settentrionale della provincia di Cremona, ha assistito al boom dell’industria cosmetica: dalla produzione, al packaging; dal riempimento, al confezionamento. Sul territorio coesistono tanto la grande multinazionale cosmetica che si occupa di tutti i vari processi produttivi, quanto la piccola azienda a gestione familiare che si occupa principalmente di confezionamento in conto terzi.
Il 65% del make up di tutto il mondo e di tutti i grandi marchi internazionali (Dior, Chanel, Estée Lauder, Lancôme, L’Oréal, Collistar ecc..) nasce nel distretto Lombardo tra Crema, Bergamo, Milano e la Brianza. Proprio in questo quadrilatero si concentra la gran parte dei terzisti italiani, stando alle parole di Matteo Moretti, presidente del Polo della Cosmesi.
Il Polo Tecnologico della cosmesi è un’associazione che raccoglie quelle aziende lombarde che, secondo determinati standard qualitativi, rappresenterebbero il meglio dell’intera filiera del mercato cosmetico e del make up.
Il Polo raggruppa più di 70 aziende con un fatturato aggregato di circa 700 milioni di euro annui e più di 2800 addetti (dipendenti assunti, senza contare interinali, cooperative e indotto). Questi dati sono relativi solo alle aziende effettivamente iscritte al Polo della Cosmesi.

Dopo un’esperienza personale di circa 3 anni da interinale nel campo della cosmetica, in un contesto ricco di aziende del settore, ho avuto la possibilità di conoscere diverse realtà di tutta la filiera produttiva e come me centinaia di altre donne.

In queste aziende la presenza femminile è una costante, ma la loro assunzione è spesso una chimera. Non sono disponibili dati sul rapporto numerico tra lavoratrici assunte e lavoratrici sotto agenzia, ma stando alla mia esperienza, tanto in grandi, che in piccole aziende, il loro rapporto raramente scende al disotto del 50%.

A seconda del tipo di azienda si passa dal contratto gomma-plastica, al chimico-farmaceutico, fino al multiservizi o contratti d’artigianato. Questo fa sì che oltre alla discontinuità lavorativa, sia discontinuo anche il salario, scendendo a paghe orarie di 7,59 euro lordi.
È consuetudine cominciare un impiego con contratti di lavoro brevissimi (nella mia esperienza il più breve è stato di tre giorni, ma ho visto colleghe cominciare con contratti di un giorno).
Essere assunti tramite agenzia interinale costringe a lavorare costantemente nella paura.
Se avete lavorato come interinale, o avete avuto colleghi interinali queste frasi non saranno nuove per voi: “Se mi ammalo mi lasciano a casa” (perché ovviamente non ci si può permettere di chiedere qualche giorno di malattia, vietati tosse, raffreddore e qualsiasi altro tipo di malanno);
“Se sbaglio qualcosa mi lasciano a casa” (perché il primo giorno di lavoro devi già conoscere a menadito tutte le mansioni che andrai a svolgere);
“Se vado piano mi lasciano a casa” (perché se non confezioni migliaia di prodotti al secondo per tutto il giorno e ti permetti di stancarti e rallentare non vai bene e comunque ci sarà sempre qualcuno più veloce di te).
In poche parole, se non chini la testa ad ogni richiesta del padrone, ti lasciano a casa e non lavori più. Non importa che tu sia una madre di famiglia, non importa che tu abbia 65 anni (ho visto una collega di quell’età impiegata da più di 3 anni in un’azienda, non aver rinnovato il contratto a due anni dalla pensione), secondo la legge del profitto sei soltanto un numero.

Gli interinali sono del tutto in balia degli ordinativi delle commesse aziendali.

Nel 2014, da un giorno all’altro 118 operaie di una grossa azienda multinazionale cremasca addette alle mansioni più disparate si sono trovate disoccupate. Casi analoghi sono all’ordine del giorno in tutte le principali aziende locali, assistiamo quotidianamente ai cambi di ragione sociale di ditte o alle chiusure di false cooperative in cui sono sempre i lavoratori a pagare.

Le donne in queste aziende svolgono mansioni del tutto diverse rispetto a quelle degli uomini.
Gli uomini si occupano principalmente di manutenzione macchine, spostamento carichi, ecc.
Alle donne invece vengono riservati ruoli di maggior attenzione perché si presume siano più precise, pulite, veloci e ordinate (e hanno le mani più piccole) rispetto agli uomini.
Quindi, si presume che una donna possa stare dalle 8 alle 10 ore ad attaccare bollini sul fondo dei rossetti, sempre nella stessa posizione senza cambiare mai mansione!
Questo fenomeno si nota di più nelle piccole aziende terziste, spesso a dimensione artigianale, dove non è presente una rappresentanza sindacale e le donne vengono costrette a ore e ore di straordinari a settimana per uno stipendio misero da mille euro al mese.
Inoltre, vanno considerate le conseguenze sulla salute di questi lavori ripetitivi e logoranti. Quasi tutte le colleghe che ho avuto negli anni sono state operate di tunnel carpale, me compresa. E questo è il male minore: problemi dovuti al logoramento delle articolazioni, problemi muscolari, problemi posturali, ecc.
Ho lavorato in un’azienda dove eravamo tenute a sollevare per tutto il giorno boccette da circa mezzo chilo l’una di profumo per vedere in controluce attraverso il vetro se ci fossero delle impurità nel liquido. Questo per 9 ore, tutti i giorni, senza cambiare mai compito o posizione, e tutto a ritmi elevatissimi.
In queste piccole aziende come non si tiene conto della salute, non si tiene nemmeno conto della sicurezza delle dipendenti: spesso non vengono forniti i dispositivi di protezione individuale (dpi) necessari al lavoro in sicurezza, nemmeno quelli basilari, come ad esempio le mascherine per non respirare le micropolveri che compongono i cosmetici, fino ad arrivare alle scarpe antinfortunistiche.

Ulteriore divisione tra le operaie, sulla base della mansione svolta (confezionamento, pulizia, linea: le mansioni più dure) è creata su base della nazionalità. Sfruttamento e ricattabilità delle donne immigrate vanno di pari passo.
In conclusione, che tu sia una lavoratrice di una grande azienda piuttosto che di una piccola, la regola è una sola: dividere la classe lavoratrice.

Il boom della cosmetica cremasca si regge sullo sfruttamento, su centinaia e centinaia di lavoratori usa e getta e lavoratrici ricattate e sottopagate.
Il meccanismo delle agenzie interinali sostiene l’andamento delle commesse mediante la paura della perdita del lavoro, separando assunti da interinali, uomini da donne, italiani da stranieri.

Non facendo un giorno di malattia, non chiedendo mai un permesso, impegnandoti sempre al massimo, per i padroni rimarrai solo uno strumento per arricchirsi. È inutile alimentare false speranze, ti fanno credere che se starai al tuo posto un giorno verrai assunta, avrai il posto fisso, potrai metterti in malattia, ma non è vero.
L’unico modo per sottrarsi al giogo dei padroni è attraverso l’organizzazione e la lotta nei posti di lavoro.

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