24 Ottobre 2020 Emilio Di Lorenzo (SCR Napoli)

Per chi suona la campana delle proteste a Napoli

Ieri, dopo l’invocazione del lockdown regionale, 2mila persone si sono riversate a Santa Lucia, dove si trova la sede della regione Campania. Sfidando il coprifuoco, che entrava in vigore proprio quella notte, i manifestanti hanno dato vita ad un corteo e a blocchi stradali, con proteste sfociate in scontri con le forze dell’ordine e in scene da guerriglia urbana. Quello che è successo ieri a Napoli ha catalizzato l’attenzione dei media e riempito TG nazionali e locali. Al di là di alcune sfumature superficiali la lettura dominante è che la manifestazione di ieri notte sia stata solo una rivolta di irresponsabili e criminali scesi in piazza per creare caos e devastazione. Come avviene sempre in questi casi, si condanna la violenza senza capire che questi eventi sono anche frutto della rabbia sociale che cova nella società.

Solo qualche ora prima, tramite una diretta facebook, il governatore della regione Vincenzo De Luca era tornato ad allietarci con i suoi deliri di onnipotenza. La sintesi estrema di un’ora di sproloquio era che bisognava chiudere tutto. Ovviamente il tono autoritario che sempre lo contraddistingue serve per nascondere il dato più eclatante: non ha il controllo della situazione e sa che il consenso raccolto solo qualche settimana fa alle elezioni regionali si sta dissolvendo di pari passo all’aumento dei contagi nella regione. Il governatore punta il dito contro i cittadini irresponsabili che non indossano la mascherina, che si muovono anche quando non è necessario, che creano assembramenti, che affollano i locali della movida ecc. Nella stessa diretta De Luca ha ironizzato perfino sulle mamme che animavano i presidi sotto la regione dopo che con l’ordinanza n.79 aveva chiuso le scuole e su cui abbiamo già scritto.

Il suo evidente nervosismo è dovuto alla situazione catastrofica in cui si trova la sanità campana e il trasporto pubblico che, alla luce delle sue carenze strutturali, è inequivocabilmente stato uno dei fattori che ha contribuito alla diffusione del virus. Dopo mesi di chiacchiere e bugie nulla è stato fatto per evitare questa situazione e oggi l’unica cosa che De Luca sa fare è scaricare la responsabilità su tutti noi.

Con il coprifuoco e la minaccia di un nuovo lockdown si prepara un attacco diretto a diverse categorie sociali: piccoli commercianti, lavoratori del turismo, della cultura e del terzo settore. La decisione di De Luca cade come una spada di Damocle su questi settori, ormai esasperati da 7 mesi di crisi economica e non più disposti a caricarsi sulle loro spalle la cattiva gestione della pandemia. Il decisionismo di De Luca non è accompagnato però da misure economiche a loro sostegno. L’unica cosa che fa è intimare il governo nazionale a fare qualcosa.

Al presidio convocato nel centro cittadino (ce ne sono stati anche in altri paesi e province campane) c’erano disoccupati che hanno difficoltà a reinserirsi in un mercato del lavoro saturo; lavoratori del turismo colpiti dalle limitazioni imposte; piccoli commercianti in crisi a causa delle ingenti spese da sostenere e al basso volume di vendite; camerieri, spesso a nero, di bar e ristoranti che rischiano il licenziamento; lavoratori del settore ricreativo. I sacrifici da questi lavoratori senza tutele, a basso reddito e costretti a vivere tra la paura del virus e le difficoltà del proprio sostentamento sono sicuramente gli elementi di fondo che servono per capire il perché della loro rabbia.

Già dopo il primo lockdown a Napoli abbiamo visto mobilitarsi settori come i lavoratori della cultura, dello spettacolo e del turismo. Secondo l’ISTAT dal 2017 al 2018 c’è stata una crescita del turismo in città del 26,9% e dai dati di Confesercenti emerge che l’aumento del turismo culturale è del 108,7% dal 2000 al 2018, Napoli è seconda solo a Matera, capitale della cultura 2019. Questa trasformazione ha avuto un impatto anche nel mondo del lavoro assorbendo migliaia di giovani in cerca di occupazione, che sono poi stati tra i primi a perderlo con il coronavirus.

La protesta di questi giorni è partita dai commercianti. Settori della piccola borghesia, che in tempi normali sono fattore di stabilità sociale ma in contesti di crisi economica perdono questa funzione diventando disponibili a lottare.

Quando, dopo le 23, il presidio si è spostato in corteo verso la sede della Regione si è trovato di fronte ampi schieramenti della polizia in assetto antisommossa. L’alto livello di tensione ha reso inevitabile lo scontro. I disordini sociali che ne sono conseguiti non sono frutto di un piano programmato della camorra o dell’estrema destra. Questi settori erano indubbiamente presenti, e questo non deve essere nascosto ma non può essere tutto ridotto a ciò. Bisogna condannare gli sciacalli che fanno emergere solo questo aspetto. Quello che invece va fatto, nell’ottica di continuare a lottare contro De Luca e la sua incapacità, è organizzare la presenza in piazza per evitare che prendano il sopravvento le frange politicamente più arretrate o quelle reazionarie.

La rabbia c’è ed è legittima e De Luca non fa altro che gettare benzina sul fuoco. Il governatore campano è animato dalla solita ipocrisia che contraddistingue chi non vuole intaccare gli interessi delle grandi aziende, poiché, come ha ribadito nella sua diretta, le attività produttive continueranno a lavorare anche in caso di lockdown. Il caso di Arzano è emblematico. Il paese nella zona nord di Napoli è stato dichiarato zona rossa ma questo non ha impedito la continuazione delle attività di multinazionali della logistica, come UPS e Amazon, che ovviamente sono ancora aperte. Non è un caso che proprio ad Arzano ci siano state le prime mobilitazioni dei commercianti a cui era stata imposta la chiusura. Come abbiamo ribadito in un precedente articolo, in questa seconda ondata di contagi lo scontro è tra noi e loro. Che da parte della borghesia ci sia la condanna e la criminalizzazione di quanto accaduto ieri è normale, sono terrorizzati dall’idea che episodi di questo tipo possano ripetersi ed estendersi ad altre città, che la stessa analisi venga fornita da esponenti della sinistra è solo la dimostrazione della loro inservibilità. C’è chi vuole dividere le lotte dei lavoratori che non vogliono morire di covid nelle fabbriche da chi nelle piazze lotta per non morire di fame, la nostra battaglia è per unire questo fronte e non morire né di covid né di fame lottando contro padroni e governo.

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