5 marzo 2018

Pavia: Le intimidazioni fasciste non ci fermeranno!

Tutta Italia ha parlato della intimidazione fascista avvenuta a Pavia due notti prima delle elezioni, quando qualcuno ha attaccato alle porte di casa di una quindicina di persone degli adesivi minacciosi con scritto «Qui ci abita un antifascista» e il simbolo della Rete Antifascista sbarrato.

 

 Un clima pesante

 

Da molti anni a Pavia esiste un clima di forte polarizzazione tra movimenti antifascisti e svariati gruppuscoli neofascisti che cercano di insediarsi in città. La città ha tradizioni antifasciste di lunghissima data: Ciclisti Rossi e Arditi del Popolo nei primi anni Venti del Novecento, Resistenza partigiana, forte antifascismo giovanile e operaio negli anni Settanta.

 

Le nuove formazioni dell’estrema destra da circa vent’anni tentano di usare Pavia come un laboratorio politico, inanellando per fortuna una serie di fallimenti. L’attivismo di noi marxisti in città ha sempre dato un contributo rilevante all’organizzazione dei movimenti antifascisti dal Duemila e in particolare del fronte cittadino che oggi si chiama Rete Antifascista: questo è ciò che i fascisti non ci hanno mai perdonato e per cui oggi sono così ossessionati da Sinistra Classe Rivoluzione, così come da altri compagni e gruppi che sono stati al nostro fianco in questa lotta.

 

Questa campagna elettorale è stata in tutta Italia un’occasione di forte tensione tra l’antifascismo intransigente e le forze neofasciste, che a questa tornata erano presenti anche sulle schede elettorali con CasaPound e l’altra lista creata da Forza Nuova e Fiamma Tricolore. Ciò è avvenuto anche a Pavia, nelle forme determinate dalle specifiche circostanze locali. Per CasaPound, arrivata da pochi anni in città dopo la controversa apertura di una sede in centro, questa era la prova del fuoco.

 

 Provocazioni e manifestazioni

 

A inizio febbraio alcuni ragazzi di origine marocchina hanno denunciato alla stampa un pestaggio al termine di una serata in discoteca da parte di individui descritti come dei naziskin, accompagnato da insulti razzisti e da una sorta di caccia all’uomo per le vie del centro. Questo è avvenuto un giorno prima della tentata strage di Macerata ad opera del fascioleghista Luca Traini.

 

Il 7 febbraio, una coalizione di tre gruppi fascisti (CasaPound, Forza Nuova, Pavia Skinheads) ha celebrato in anticipo il Giorno del Ricordo con un presidio militaresco con tanto di bandiere al vento in una piazza del centro. Una manifestazione antirazzista, convocata dal piccolo gruppo settario Movimento Pavia (area Infoaut e vicini al M5S) che ha la cattiva abitudine di cercare sempre di spaccare il fronte, ma comunque sacrosanta nelle intenzioni dichiarate di contrapporsi alla celebrazione fascista dei “martiri delle foibe”, è finita con manganellate da parte della polizia e un gruppo di fascisti che ha minacciato gli avventori di un locale di sinistra.

 

Il 10 febbraio, in coincidenza e in solidarietà con la manifestazione di Macerata, la Rete Antifascista ha portato in piazza circa 400 persone su una piattaforma molto radicale e chiara. Erano in piazza anche l’ANPI cittadina e l’ARCI, entrambi su posizioni “ribelli” rispetto alle dirigenze nazionali che hanno tradito e boicottato il corteo di Macerata. Nel nostro intervento dal palco, molto applaudito, abbiamo attaccato l’ipocrisia del governo Gentiloni e del PD e in particolare la linea reazionaria del ministro Minniti che di fatto fa sponda alle posizioni dei fascisti. Il presidio è diventato un corteo spontaneo fino al locale minacciato, con un certo disappunto della polizia.

 

A proposito di polizia, negli stessi giorni è crollato il castello accusatorio della Questura e della DIGOS contro la Rete Antifascista per i fatti del 5 novembre 2016, quando una nostra partecipata manifestazione antifascista era stata attaccata dalle forze dell’ordine per lasciar passare un corteo fascista. Avevamo resistito restando al nostro posto sotto le manganellate, ma la vendetta della Questura aveva poi colpito 30 di noi con una lunga serie di denunce. Ebbene, 23 di questi denunciati, grazie anche a una vasta campagna di solidarietà che ha usato ogni mezzo possibile, hanno visto le accuse archiviate e per i 7 rimasti resteranno solo le ipotesi di reato meno gravi. Questo rende ancor più ingiustificata la violenza esercitata dallo Stato quella sera.

 

Il comizio finale di CasaPound

 

L’ultima domenica di campagna elettorale, il 25 febbraio, CasaPound ha annunciato un comizio del suo leader nazionale Simone Di Stefano presso una sala concessa dal Comune (a guida PD-LeU) nella piazza principale della città. La Rete Antifascista ha annunciato l’intenzione di opporsi, criticando la passività della giunta di centrosinistra e suscitando una notevole agitazione presso le istituzioni. Dopo varie vicissitudini, la sala comunale è stata confermata e le autorità hanno proceduto a blindare completamente la piazza, paventando i soliti rischi di opposti estremismi, rendendola fisicamente irraggiungibile dai manifestanti. Un banchetto elettorale di Potere al Popolo è stato addirittura sloggiato dalla piazza per fare posto ai fascisti.

 

La Rete ha protestato e ripiegato obtorto collo su una piazza quasi adiacente, dove ha portato di domenica mattina alcune decine di compagni a manifestare in condizioni molto difficili (anche per l’ondata gelo). Per incomprensibili polemiche pre-elettorali e di bottega, Potere al Popolo e Movimento Pavia hanno preferito allontanarsi ancora di più dall’iniziativa fascista, rifugiandosi in una poco utile conferenza stampa e indebolendo con questo atto (che reputiamo settario) la manifestazione della Rete Antifascista. La Rete è tuttavia una struttura abbastanza tenace e capace di recuperare rapidamente forza, come hanno dimostrato gli eventi successivi.

 

Ringalluzziti dalle divisioni del fronte antifascista e ben protetti dalla forza dello Stato, Di Stefano e i suoi camerati hanno lanciato nel comizio numerose provocazioni mentre il servizio d’ordine di CasaPound gestiva dei veri e propri posti di blocco attorno alla piazza insieme alla polizia. Quest’ultimo aspetto inquietante di collaborazione Stato-fascisti è testimoniato da diverse fotografie.

 

L’atto finale

 

Naturalmente tutta questa situazione è stata condita da un grande numero di piccole provocazioni individuali. Per esempio chi scrive ha ricevuto telefonate minatorie, minacce di morte, insulti ai propri cari sui social network e addirittura due blocchi di un mese ciascuno da Facebook per motivi pretestuos: l’ultimo, togliendo voce online a un candidato alla Camera negli ultimi giorni di campagna elettorale, con la motivazione che citare la poetessa Ada Negri sia razzista!

 

La vicenda degli adesivi si colloca a metà strada tra un’azione organizzata e uno di questi piccoli gesti vigliacchi. Le circa quindici persone colpite sono state scelte secondo un criterio difficile da comprendere: ci sono esponenti della Rete, dei movimenti, dell’ex centro sociale Barattolo, dell’ANPI, della sinistra moderata, del PD e anche singoli che hanno soltanto espresso idee antifasciste soprattutto online. Resta inquietante la capacità di rintracciare gli indirizzi di casa di così tante persone, alcune delle quali avevano cambiato domicilio da poco.

 

L’adesivo «Qui ci abita un antifascista» è talmente oltaggioso che non poteva che trasformarsi in un autogol per chi ha avuto questa bella pensata. Per questo sembra difficile immaginare che possa essere un’azione escogitata da un gruppo ben strutturato, anche se non sarebbe la prima volta che l’ottusità dei fascisti li mette in difficoltà. Sia CasaPound sia Forza Nuova hanno preso blandamente le distanze dall’azione, anche se FN ha colto l’occasione per chiedere la chiusura di circoli ARCI ritenuti «covi di terroristi».

 

Nel giro di poche ore, la Rete Antifascista ha lanciato un’assemblea che ha deciso le prime contromisure: una distribuzione pubblica di adesivi, analoghi a quelli usati per minacciarci, nel bel mezzo della giornata delle elezioni. La distribuzione è stata un grandissimo successo: oltre mille adesivi sono stati esauriti in pochissimo tempo e la città e le code ai seggi erano pieni di elettori che esibivano con fierezza sul cappotto l’adesivo «Qui abita un antifascista».

 

L’idea non è però piaciuta al prefetto (lo stesso che appena si era insediato aveva affermato di essere un sincero antifascista), che ha annunciato denunce per chiunque fosse sceso in piazza: una minaccia vuota e giuridicamente infondata che non crediamo si concretizzerà, perché come sempre ciò che conta sono i rapporti di forza e il consenso che in questa fase sono tornati a nostro favore. Fonti poliziesche hanno comunque già chiarito che di per sé nell’affissione degli adesivi non ravvisano nessun reato.

 

Orgoglio antifascista

 

Il moto di orgoglio antifascista che ha animato la chiusura della campagna elettorale a Pavia non basterà certo a invertire i risultati nelle urne a livello nazionale. Notiamo tuttavia che è contagioso e si sta estendendo ad altre città: per esempio nel pomeriggio di domenica di fronte alla Scala a Milano c’è stata un’altra distribuzione di adesivi uguali a quelli di Pavia. Le richieste di spedizioni di adesivi e le espressioni di solidarietà sono state numerosissime.

 

Crediamo che questo ambiente combattivo possa aiutare a preparare la resistenza al governo padronale che indubbiamente scaturirà da queste elezioni. Tuttavia è importante introdurre un elemento più profondo nella questione: il radicamento sociale. Finché il contrasto alle idee reazionarie resta sul terreno dell’antifascismo di opinione, anche se siamo in vantaggio non sarà facile sferrare un attacco decisivo che costringa le forze fasciste a ritirarsi. L’opposizione al proliferare di queste posizioni aberranti può fare un salto di qualità soltanto radicando nella classe operaia e tra i giovani combattive organizzazioni antirazziste, antifasciste e antisessiste come Sinistra Classe Rivoluzione. Per questo crediamo che in realtà il miglior antifascismo lo abbiamo fatto davanti ai cancelli delle fabbriche in crisi, coi banchetti sul nostro programma marxista, con le assemblee in università. La storia ci mostra che è solo quando il movimento operaio entra in campo che il fascismo può subire sconfitte decisive.

 

Naturalmente per ottenere questo dobbiamo spiegare che non è la fiacca retorica antifascista di un Fiano e non sono le istituzioni borghesi a poter arginare la minaccia neofascista, come la stessa vicenda pavese insegna. La parabola di Renzi e Minniti mostra che il PD finisce sempre per inseguire lo stesso fascismo al quale si proclama argine. Bisogna contare sulle proprie forze, sulla capacità di organizzare un vasto movimento antifascista e anticapitalista con parole d’ordine intransigenti. Su questo è possibile, spiegando pazientemente, raccogliere un consenso di massa ed è a questo obiettivo che continueremo a lavorare.

 

 

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