10 Dicembre 2019

Parasite: l’illusione degli ultimi di essere primi

Per capire al meglio il mondo che ti circonda, osserva l’arte che esso produce. Nell’ultimo anno tre dei film di maggiore successo commerciale e di critica (US di Jordan Peele, regista di Get Out, Joker di Todd Philips, vincitore del Leone d’oro a Venezia, e Parasite di Bong Joon-ho, vincitore della Palma d’oro a Cannes) hanno avuto come base comune la lotta di classe e il riscatto degli ultimi.

Se però in Us e in Joker abbiamo una visione parziale della differenza di classe data dalla scelta dei registi di rendere la narrazione universale, in Parasite Bong Joon-ho sceglie di raccontarla in maniera più economica: non solo punta quindi ad ottenere il maggiore risultato artistico possibile con il minor dispendio, ma soprattutto punta al significato etimologico della parola ‘economia’, cioè “amministrazione della casa”. Partendo da questo presupposto, le vicende che si susseguono nella stupenda casa dei Park e nello squallido appartamento dei Kim diventano allegoria della lotta tra le classi sociali (in questo caso tra sottoproletariato urbano e alta borghesia) e riescono così ad ottenere un significato universale. È la stessa difficile collocazione del film in un solo genere (un misto tra black comedy, thriller e molto altro) a far intendere allo spettatore che non si tratta di un’opera d’arte fine a se stessa, che si limita a mettere in mostra una realtà sociale, ma di un’opera che tenta di uscire dallo schermo poiché ispirata a tale realtà, e in quanto tale, cerca di ricongiungercisi.

La scenografia dell’ambiente domestico, che allegoricamente fa pensare allo Stato, è minuziosamente dettagliata, dove le scale più volte inquadrate e la posizione fisica dei personaggi (chi si gusta una macedonia al piano superiore della villa e chi è costretto a piegare cartoni di pizza in uno scantinato) svolgono un ruolo da protagonista. I personaggi sono tutti perfettamente caratterizzati e il bene e il male, il bianco e il nero, non sono presenti. Se da una parte ci sono i ‘cattivi’ (la famiglia Park) che si possono permettere di “essere gentili proprio perché sono ricchi” e di risolvere tutti i loro problemi con i soldi, dall’altra ci sono i ‘buoni’ (la famiglia Ki-taek), che però sono pronti a tutto pur di uscire dalla propria condizione sociale, senza preoccuparsi di altri nella stessa condizione.

La lotta si trasforma paradossalmente in una lotta tra poveri, intrappolati quindi in una determinata struttura sociale che rafforza maggiormente un capitalismo apparentemente sempre più vittorioso. La necessità della borghesia di mantenere le distanze e di preservare il proprio mondo (la divisione in classe come questione fondamentale nella società era un tema già trattato dal regista in precedenti film come il distopico Snowpiercer) diviene, oltre che economica, anche morale e fisica: c’è una linea che non deve mai essere oltrepassata e quando questo accade, quando si è così vicini da sentire addirittura il reciproco odore, si capisce che anche qui c’è differenza.

Il finale, che potrebbe far pensare ad una soluzione di questi divari, non mostra altro che il capitalismo che frustra le aspettative e che ti permette di sognare ad un mondo migliore senza darti mai la possibilità di raggiungerlo.

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