Padroni e governo dichiarano guerra ai lavoratori

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Solo qualche mese fa, all’Assemblea generale di Confindustria, il suo presidente, Giorgio Squinzi diceva di “non avere più nulla da chiedere al Governo”. Il padronato italiano si riteneva pienamente soddisfatto dell’operato del governo Renzi e lo invitava a “non demordere e a mantenere la determinazione fin qui dimostrata”.

I padroni incassano la manna degli sgravi sui nuovi assunti (che costeranno qualcosa come 12 miliardi di euro), l’intervento sull’Ires porterebbe 1,2 miliardi alle imprese per ogni punto tagliato, e si attendono nuove fette dalla appetitosa torta delle privatizzazioni a partire da Poste e Finmeccanica.

Pioggia d’oro sulle aziende, al momento neanche una lira per le pensioni massacrate dalla Fornero.

Ma lo scontro cruciale sarà, ancora una volta, sul lavoro. Il Jobs Act, demolendo i diritti del singolo lavoratore (licenziabilità, demansionamenti, controlli a distanza) è stato solo il grimaldello che ora si utilizza nel tentativo di far saltare ogni diritto collettivo. Nel mirino dei padroni e del governo entrano il diritto di assemblea, il diritto di sciopero e il contratto nazionale di lavoro. L’obiettivo finale è che nei posti di lavoro non rimanga traccia di organizzazione indipendente dei lavoratori. Il sindacato, nella misura in cui esista, deve essere un alleato dell’azienda nella ricerca della produttività e del massimo profitto. Tutto deve subordinarsi a questo.

Lo “scandalo” montato dal governo e dalla stampa sul caso del Colosseo può essere definito in un solo modo: un agguato ai diritti dei lavoratori. Una semplice assemblea sindacale, regolarmente convocata e comunicata, diventa pretesto per inserire i beni culturali tra i servizi essenziali sottoposti alla legge antisciopero, la 146/90.

L’organo di Confindustria tuona: “Non è più possibile accettare i veti di un sindacato che tutela solo i tutelati, vuole negare anche la speranza ai nostri giovani più preparati” (Editoriale sul Sole 24 ore, 7 ottobre)

I contratti nazionali scaduti riguardano 40 comparti, tra cui alimentari, trasporti, chimici e metalmeccanici, commercio, con il pubblico impiego che aspetta il rinnovo dal 2009, il trasporto pubblico locale dal 2007. Una partita che riguarda 6,5 milioni di lavoratori. Confindustria non intende concedere aumenti per tutti (con la scusa che non c’è inflazione), ci sono casi in cui i padroni rivendicano soldi indietro dai lavoratori, 70-80 euro alcune categorie! (Il Sole 24ore, 7 ottobre).

Il tavolo di trattativa che doveva portare a una riforma della contrattazione nazionale è naufragato rapidamente per l’oltranzismo di Confindustria, che non intende dare un soldo prima di avere portato a casa una “riforma” che nelle loro intenzioni si dovrebbe ispirare al “modello Marchionne”, in particolare con clausole antisciopero come quelle già contenute nell’accordo del 10 gennaio 2014, catastrofica resa della Cgil che però non ha finora trovato applicazione sul campo.

Le posizioni dei sindacati sono irrealistiche sul piano monetario e del futuro del paese”, ha dichiarato Squinzi il 6 ottobre. Fine della discussione.

È qui che si inserisce il governo con l’ipotesi di introdurre un salario minimo fissato per legge, che ad oggi in Italia non esiste. Bisogna fare chiarezza: un salario minimo dignitoso (1200 euro netti al mese) che intervenisse sul sottosalario dilagante sarebbe un elemento di resistenza per i lavoratori più sfruttati e non organizzati sindacalmente. Ma il governo ha ben altro in mente: un sottosalario di sopravvivenza (si parla di 6 euro lordi l’ora) da usare per demolire i contratti nazionali e ogni tutela generale. Che poi si possa recuperare coi contratti aziendali è una barzelletta, considerato che questi coprono una ridotta minoranza dei lavoratori. La “contrattazione” a cui puntano è questa: i padroni scrivono le regole, i lavoratori accettano con una pistola puntata alla testa.

Chi invece si trova paralizzata da una grave crisi di strategia è la Cgil. L’immobilismo del maggiore sindacato italiano di fronte al continuo scempio dei diritti e al peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori è sempre più intollerabile. Chi ancora è in grado di difendere questo gruppo dirigente? La crisi di credibilità della segreteria Camusso diventa ogni giorno più evidente, e questa crisi impone grandi responsabilità a tutti coloro che in questi anni hanno criticato il vertice, dalle minoranze interne fino alla Fiom.

Il tempo delle critiche a porte chiuse, o delle dichiarazioni altisonanti alle quali poi non segue nessun fatto reale (“occupare le fabbriche” – Landini) è abbondantemente scaduto. I lavoratori e la base sindacale sono disposti a mobilitarsi, come si è visto lo scorso autunno contro il Jobs Act e con lo sciopero della scuola del 5 maggio. Ma per farlo chiedono, giustamente, indicazioni chiare e una strategia per una lotta reale e non solo dimostrativa.

Per rompere questa palude è necessaria l’iniziativa dal basso, incalzare questi dirigenti e costringerli a uscire dai loro eterni tentennamenti e dalla sfiducia cronica che ormai hanno sviluppato verso i lavoratori.

Non si deve attendere il messia, non si può avere fiducia nelle prospettive riformiste, dobbiamo essere noi, in ogni luogo di lavoro e di studio, i protagonisti di una nuova stagione di lotta.

9 ottobre 2015

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