21 Ottobre 2019

Non un passo avanti – Un bilancio della seconda assemblea nazionale di Fridays for Future

Il 5 e 6 ottobre si è tenuta a Napoli la seconda assemblea nazionale di Friday for Future (FFF). Il primo giorno si sono svolti in contemporanea tre workshop (giustizia climatica, struttura interna, comunicazione e pratiche), il secondo l’assemblea plenaria.

L’appuntamento è stato convocato subito dopo il terzo Global Climate Strike del 27 settembre, che ha visto la partecipazione in Italia (e nel mondo) di centinaia di migliaia di persone.

Questa grandissima partecipazione, fatta in gran parte di giovanissimi che scendono per la prima volta in piazza, non ha avuto un riflesso nella composizione della platea dell’assemblea nazionale, in cui sono confluite circa 300 persone in rappresentanza di un’ottantina di comitati territoriali di FFF. Rispetto alla prima assemblea nazionale, tenutasi a Milano il 13 aprile, la partecipazione è stata minore e in gran parte limitata a settori politicamente già definiti. Soprattutto, tanto sul terreno dell’analisi e delle proposte del movimento quanto sulle forme organizzative dall’assemblea non sono uscite novità rilevanti.

Come era già successo a Milano, il report finale più che la discussione collettiva riflette le posizioni dei suoi estensori, che si sono guardati bene da inserire questioni scottanti o, come vengono definite, divisive: in pratica tutte quelle che pongono aspetti sostanziali. Questo vale in particolare per il tema dell’anticapitalismo, difeso formalmente in decine di interventi ma poi scomparso nel documento finale prodotto dall’assemblea. Come abbiamo spiegato negli interventi in assemblea, individuare nel sistema di produzione capitalistico il problema fondamentale non è un esercizio identitario. Siamo anticapitalisti perché dentro questo sistema non è possibile risolvere alla radice l’emergenza climatica. Dobbiamo svelare l’ipocrisia di chi si dà una tinta green per continuare a fare profitti e speculare sulle nostre vite e sui nostri territori.

Il report invece si muove nel confine della giustizia climatica redistributiva. L’idea cioè che la transizione ecologica e di sistema debba essere pagata da chi ha inquinato e distrutto il pianeta. Nel report si dice: “non vogliamo più sussidi sui combustibili fossili, vogliamo una tassazione che colpisca i profitti della produzione e non solo il consumo”. Come questo sia possibile in un sistema interamente costruito per garantire la massimizzazione dei profitti resta un mistero.

Il report non riesce nemmeno a dire senza ambiguità di essere contro le grandi opere e per citarle esplicitamente deve riferirsi al sostegno che le mobilitazioni hanno da parte dei comitati locali, a partire da quello della Val Susa (ma non di Torino) per la lotta al Tav.

La logica, come è evidente, è quella di tenere tutti dentro ma per farlo non si discute approfonditamente di niente. Il prezzo è quello di non poter dire niente che non sia general generico. La retorica movimentista, il riferimento all’intersezionalità o alla “democrazia radicale” sono mutamenti solo nella fraseologia, come conseguenza dell’investimento che l’area dei Disobbedienti ha fatto sull’appuntamento di Napoli, ma che nella sostanza non porta niente di più radicale.

Concretamente questo si è visto anche in riferimento alle prossime date di mobilitazione. L’assemblea lancia “il quarto sciopero globale per il 29 novembre, proponendolo a livello internazionale sotto lo slogan “block the planet”. Quella giornata di mobilitazione ci permetterà di sperimentare le tante pratiche discusse in questi giorni, come le pratiche di blocco e di disobbedienza civile caratterizzate dalla partecipazione pacifica e di massa”.

Ovviamente non siamo contrari all’idea che la lotta possa assumere forme di maggiore combattività. Anzi, constatato che la semplice richiesta alle istituzioni non porta a grandi risultati, sono necessari metodi di lotta più efficaci. La cosiddetta “tattica dei blocchi”, che non è cosa nuova ma si è riproposta più volte nella storia, in particolare nel movimento NO global, ha però almeno due limiti: il primo è che si tratta di blocchi simbolici e non reali. Le azioni all’Enel di Milano, alla raffineria di Napoli il primo giorno dell’assemblea non hanno avuto nessun effettivo impatto su queste aziende. Non si può raggirare l’ostacolo: per colpire il capitale bisogna colpirne i profitti e bloccare la produzione. Per questo è centrale il coinvolgimento della classe lavoratrice e la costruzione di percorsi che aumentino la consapevolezza attorno al tema dell’emergenza climatica.

L’altro aspetto problematico è che, nonostante lo si neghi a parole, questa tattica è concepita più per piccoli gruppi di attivisti che per manifestazioni di massa. Essendo stata la partecipazione di massa la forza maggiore del movimento sin qui, esiste il rischio di gettarlo in un vicolo cieco.

Tra un blocco e l’altro, per accontentare le altre aree presenti in FFF, il report prevede che si potrà comunque fare un po’ di pressione per ottenere una dichiarazione d’emergenza climatica da qualche amministrazione locale o dal governo e premere affinché il MIUR sospenda ogni accordo con le multinazionali e le aziende inquinanti…insomma l’alternanza scuola-lavoro va bene, basta che sia sostenibile sotto il punto di vista ambientale!

Differentemente dalla prima assemblea nazionale, dove di fronte all’arbitrarietà del testo finale c’era stata una vibrante protesta, la maggiore omogeneità della platea napoletana ha garantito un consenso al testo finale (anzi, dopo la discussione diversi emendamenti che puntavano a renderlo più moderato), frutto di un accordo tra le componenti maggiori (Disobbedienti, Uds-Link, Pd).

Non avendo affrontato le questioni dirimenti il risultato sarà che a livello locale ognuno probabilmente farà quello che più gli aggrada. Inutile dire che gli interventi volti a sottolineare l’autonomia delle assemblee locali si sono sprecati! Sul terreno della strutturazione è prevalsa l’idea di continuare senza alcuna forma di coordinamento definito. La retorica dell’orizzontalità serve, come si è visto mille volte, a una ristretta selezione di persone per poter decidere senza nessun controllo democratico.

Un movimento che coinvolge numeri così grandi non può essere gestito da un settore ristretto di attivisti senza alcuna forma di controllo: è un principio democratico basilare. La piena legittimità di questi alla partecipazione di FFF deve essere accompagnata da strumenti democratici che permettano al movimento di esprimerne tutte le potenzialità e soprattutto che ci possa essere un pieno controllo degli attivisti sulle decisioni che si prendono. Serve un coordinamento composto da delegati eletti e revocabili in qualsiasi momento, discussioni collettive che partano da proposte politiche e organizzative chiare e che sfocino in posizioni che possano essere verificate; luoghi decisionali pienamente legittimati in cui le posizioni possano confrontarsi e misurarsi, dove sia trasparente la modalità di decisione, che può avvenire solo attraverso il voto.

In assenza di una strutturazione di questo tipo, assistiamo a una dinamica di separazione tra le centinaia di migliaia di giovani che scendono in piazza e un limitato settore di attivisti che partecipa ai passaggi decisionali come quelli delle assemblee nazionali (o che spesso assume le decisioni a livello locale).

A fronte di tale separazione, nelle prossime settimane lavoreremo alle date di mobilitazione del movimento, a partire da quella del 29 novembre, rivolgendoci direttamente a tutti quei giovani che che si sono mobilitati in questi mesi e a cui l’assemblea di Napoli non ha reso giustizia. Ne sosterremo l’attivazione e l’organizzazione, a partire dalle singole scuole, confrontandoci su una prospettiva chiara di critica del sistema e alternativa rivoluzionaria, argomenti che, pur assenti dal report dell’assemblea, erano ben presenti nelle piazze del 27 e lo sono fra un settore crescente di giovani.

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